Il senatore-falco Graham ama i conflitti perché arricchiscono l’industria bellica americana, e pazienza se ci rimettono i cittadini
Il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham è forse il più falco dei falchi repubblicani del Congresso. Non lo è solo per ragioni ideologiche e politiche, ma anche per convenienza personale, dati i suoi contatti con l’industria bellica statunitense i cui interessi non smette mai di promuovere.
Più armi a Israele
Graham è fra i promotori più agguerriti dell’assistenza militare a Israele e all’Ucraina. Gli effetti collaterali sui civili di Gaza massacrati dall’esercito israeliano o sui soldati ucraini gettati nel tritacarne da Zelensky non valgono nulla per lui. L’importante per il senatore è far sì che Trump lasci perdere le iniziative di pace o gli accordi di tregua. Qualche giorno fa, parlando al Center for Jewish Life di Mount Pleasant, ha dichiarato di premere sull’amministrazione repubblicana affinché non interrompa le fornire armamenti a Netanyahu. Naturalmente parla di armi “difensive”. D’altronde, dice, in America sta crescendo l’antisemitismo, la cui colpa ricade in gran parte su Hamas e sul suo attacco del 7 ottobre 2023.
Il senatore ha poi ringraziato Trump di aver bombardato l’Iran, storico nemico di Israele. Oggi uno degli obiettivi di Graham è far approvare la legge per incrementare notevolmente la produzione di armi destinate agli israeliani. Secondo lui, ciò favorirebbe molto pure l’economia statunitense e la sicurezza nazionale. Avevamo bisogno di queste armi già ieri. Non solo per noi, ma per l’Ucraina e per Israele.
Più armi all’Ucraina
Graham vorrebbe soprattutto che Trump riprenda a foraggiare Kiev come e più di quanto faceva il suo predecessore Biden. Il senatore persiste quindi nella linea del “combattere la Russia fino all’ultimo ucraino”. Fin dallo scoppio delle ostilità ha spinto affinché Washington desse a Zelensky tutto ciò che chiedeva, dai carri pesanti ai caccia da combattimento. In questo senso Graham ha sostenuto tutte le iniziative guerrafondaie dei Democratici. Anzi, per lui Biden faceva troppo poco. D’altronde proprio il senatore repubblicano era quello che esortava i russi a rovesciare il proprio governo e possibilmente ad assassinare il proprio presidente… Per lui la guerra può e deve finire soltanto con la vittoria totale di Kiev e con il crollo della Russia.
Oggi Graham gongola di nuovo, annunciando il prossimo grande afflusso di armamenti americani per Kiev. Il gioco sta per cambiare, ha detto, grazie al “livello record” di assistenza militare di cui presto beneficerà l’Ucraina. A questo scopo asserisce che per dare le armi destinate in precedenza dall’amministrazione Dem, Trump potrebbe ricorrere all’Autorità presidenziale di prelievo, quel Presidential Drawdown Authority (PDA) a cui Biden aveva già fatto ricorso.
Gli USA si mangiano l’Ucraina
L’Ucraina per Graham è soltanto uno strumento con cui raggiungere degli scopi, specialmente quello di arricchire l’industria bellica americana. Pazienza se la popolazione muore o emigra o se lo Stato vede restringere il suo territorio o rischia di collassare. Anzi, magari in questo modo diventa più semplice depredarlo! Grazie ad esempio ai contratti di sfruttamento delle risorse minerarie, delle sue aziende e infrastrutture.
Un esempio recentissimo è quello di un enorme terminal cerealicolo nell’importante porto della città di Odessa, sul Mar Nero. Dopo una lunga contesa giudiziaria esso è passato di mano da un oligarca ucraino a due fondi finanziari statunitensi, la Argentem Creek Partners e la Innovatus Capital Partners. Adesso per Washington e per i falchi bipartisan come Graham è fondamentale prendersi – con le lusinghe o con le azioni dei tribunali – quanti più pezzi di patrimonio statale ucraino possibili.
Sanzioni: martello o boomerang?
Graham sorride di gusto per l’ultimatum dei 50 giorni lanciato da Trump alla Russia e per l’iniziativa della vendita diretta di armi ai Paesi europei in modo che le girino a Kiev. La minaccia aggiuntiva di sanzioni secondarie ai compratori di petrolio russo è proprio ciò su cui spingono i falchi del Congresso. Se Putin va avanti lo stesso e se India e Cina ignorano l’eventualità dei dazi americani sulle loro merci, allora la tensione salirà e con essa le commissioni militari. Inoltre il senatore repubblicano e il suo collega democratico Richard Blumenthal stanno spingendo per una legge bipartisan che imponga il 500% di dazi sugli articoli provenienti dai Paesi che acquistano uranio e idrocarburi russi. Graham definisce questo strumento legislativo un “martello” in mano a Trump per far terminare il conflitto.
Secondo il senatore repubblicano Rand Paul, invece sarà un boomerang, una misura che si ritorcerà contro gli USA stessi. Non solo non convincerà il Cremlino, ma non forzerà la Cina o l’India a cambiare comportamento, mentre imporrà un embargo di fatto sui noi stessi, che farà male alle famiglie americane. Patirebbero i consumatori americani, il dollaro ne uscirebbe indebolito, i rapporti con gli alleati quali Taiwan, Giappone e Paesi europei Unione Europea sarebbero rovinati. La norma di Graham farebbe deragliare gli sforzi di negoziato di Trump per mettere fine alla guerra in Ucraina – probabilmente proprio ciò che desidera il senatore-falco – e una guerra economica autodistruttiva non è un modo per raggiungere la pace, conclude Paul.
Partito Repubblicano a rischioIl comportamento di Graham mette a rischio la tenuta dello stesso Partito Repubblicano. Una parte di esso infatti pretende il rispetto delle promesse elettorali, prima fra tutte l’uscita dai conflitti internazionali in cui gli USA hanno un qualche genere di coinvolgimento. Dunque basta svenare i contribuenti americani per i progetti militaristi oltreoceano. Lo slogan è ancora quello della campagna presidenziale: “Non è la nostra guerra”. Lo ha ribadito la deputata Marjorie Taylor Greene a proposito dell’ultimatum dei 50 giorni. Il Grand Old Party reggerà a questo tiro alla fune con la quale si vorrebbe legare il presidente?
Già lo scorso autunno Graham aveva fatto arrabbiare molte figure di spicco del movimento MAGA perché aveva espresso pesanti riserve contro l’uomo che Trump aveva designato come futuro Segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Poi lo è effettivamente diventato, ma è stata un’occasione in cui Graham ha spaccato il partito inimicandosi la senatrice dell’Iowa Joni Ernst e colui che poi è stato posto dalla Casa Bianca come vicedirettore dell’FBI, Dan Bongino.
Un senatore attivo in borsa
Forse complice il suo passato nella U.S. Air Force, con cui ha raggiunto il grado di colonnello, il rapporto di Graham col complesso militare-industriale è molto stretto ed è di reciproco supporto. La sua attività congressuale e mediatica a favore di esso non lo fa guadagnare (e talvolta perdere) solo sul piano politico. Per lui si tratta anche di un ritorno economico notevole. I suoi principali donatori sono infatti le grandi compagnie del settore della difesa, che hanno beneficiato maggiormente dei conflitti sono coinvolti gli USA: la Raytheon, la Lockheed Martin, la General Dynamics e soprattutto la Northrop Grumman.
Inoltre il senatore si dà da fare con gli investimenti di borsa nelle azioni delle aziende della difesa. Ufficialmente la sua principale sorgente di introito è lo stipendio da membro del Congresso, ma per legge deve mostrare qual è la sua attività finanziaria. Tuttavia non è dato sapere con certezza l’entità del suo patrimonio. Dalle stime dagli esperti si evince che di fatto potrebbe essere un milionario, sebbene con una rendita inferiore a quella accumulata da colleghi celebri come Bernie Sanders e Marco Rubio.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

