La fine della supremazia globale di Washington e i rischi per i suoi alleati
La guerra scatenata da Israele e dagli USA contro l’Iran sta mostrando i limiti di quella concezione globale americana che ha retto l’Occidente per decenni. E che ha determinato le sorti – spesso infelici – di diverse aree del mondo. La supremazia di Washington è ormai qualcosa di insostenibile per gli americani stessi. Intanto, gli alleati che da sempre dipendono dal primato statunitense rischiano di crollare. Il Responsible Statecraft descrive la situazione odierna e i suoi possibili sviluppi nel prossimo futuro.
Fine degli assunti tradizionali
Il conflitto in Ucraina ha sconvolto uno degli assunti di base del dominio delle grandi potenze, quello secondo cui le dimensioni e la forza militari bastano a imporre la propria volontà. Kiev ha mostrato che non è così. Con la strategia giusta, con la geografia e con la determinazione, un Paese più debole può sopravvivere e resistere (o persino sconfiggere in alcuni ambiti) un avversario molto più forte. Oggi gli USA stanno vivendo una situazione analoga estremamente scomoda. La guerra con l’Iran sta mostrando quegli stessi limiti relativamente alla potenza americana. Per decenni, la strategia globale degli USA ha riposato sulla propria supremazia e sulla credenza che le impareggiabili capacità militari americane dessero la possibilità di mantenere la stabilità planetaria e di determinare le sorti di intere regioni.
Tuttavia, dopo i fallimenti in Iraq e in Afghanistan molti americani sono giunti a una conclusione dura: il costo della supremazia non è più sostenibile e non serve più gli interessi statunitensi. Una strategia che dipenda in tutto e sempre dal dominio militare implica inevitabilmente l’essere in guerra ovunque e sempre. Le guerre infinite di Washington non sono frutto del caso, ma il prodotto di tale approccio. Se vi è un raro punto di comunione in un Paese profondamente diviso, allora è proprio questo: gli americani sono stanchi della guerra.
Si sbriciola il primato americano
A dispetto di un’opinione pubblica stanca della guerra, un fardello fiscale che aumenta e i politici che promettono di mettere fine a conflitti bellici infiniti, a conservare intatta la supremazia è stata l’inerzia insieme a potenti interessi economici legati appunto alle guerre. La questione adesso è se la debacle in Iran provocherà o meno la rottura di tale schema. I segnali dicono che le sue ripercussioni potrebbe essere maggiori persino di quelle dell’invasione dell’Iraq voluta da George W. Bush. Si consideri che gli USA vinsero in Iraq in sole tre settimane, non essendo mai in dubbio il loro dominio militare, ma persero la pace non riuscendo a stabilizzare il Paese dopo le insurrezioni.
In Iran invece Washington non ha ancora vinto nemmeno nella fase militare, pur affrontando un esercito molto più debole. Teheran ha sfruttato la geografia e le tattiche asimmetriche che rendono spuntata la potenza americana e le ha inflitto un contraccolpo strategico. Fa ancora più impressione constatare come gli annunci americani di attacchi aerei che hanno rovinato le capacità missilistiche e di droni iraniane siano stati sopravvalutati. La lezione è chiara: il controllo dei cieli non garantisce il controllo sull’esito finale. Senza la volontà di impiegare le forze di terra e senza la capacità di trasformare il dominio aereo in risultati decisivi, il primato americano inizia ad apparire sempre più vano.
Il boomerang della guerra contro l’Iran
In secondo luogo, come fa notare da Stephen Walt, sebbene la guerra in Iraq sia stata in ultima analisi un fallimento, essa fece raggiungere un obiettivo immediato, cioè la caduta di Saddam. In Iran sta avvenendo l’opposto. Invece di indebolire il regime, la guerra sembra lo stia rafforzando, aumentando la coesione interna e rinforzando un rigido controllo. Walt evidenzia inoltre quanto segue: la guerra in Iraq destabilizzò la regione, ma le sue ripercussioni globali furono relativamente contenute, ad esempio on provocò una crisi del petrolio né un deficit di derrate alimentari o una rottura della catena di distribuzione. Al contrario, la guerra contro l’Iran ha già provocato turbolenze nei mercati dell’energia, mandando alle stelle il prezzi di gas e petrolio e generando emergenze energetiche in molti Paesi. Potrebbe addirittura aver già modificato sostanzialmente il panorama geopolitico del Golfo Persico per gli anni a venire. Stephen Wertheim afferma che la supremazia è sempre stata una scelta, non una necessità. Come suggerisce il conflitto iraniano, potrebbe non essere nemmeno più qualcosa di sostenibile. Una strategia basata sul dominio dell’escalation salta quando diventa troppo rischioso ricorrere all’escalation stessa. Una strategia basata su vittorie decisive salta quando gli avversari possono imporre uno stallo effettivo.
Un ordine basato sulla deterrenza reciproca
Ciò che emerge è un diverso ordine internazionale. Non uno definito dal dominio, bensì dall’annullamento reciproco. Le grandi potenze cioè non possono imporre la propria volontà facilmente, mentre gli Stati piccoli possono resistere a costi tollerabili. Il risultato non è il caos, ma l’autocontrollo. L’esito più probabile dell’attuale stallo fra Washington e Teheran non è né un accordo né un ritorno alle ostilità, bensì un equilibrio prolungato e scomodo. Ed è anche questo un segno dei tempi. Gli USA potrebbe lasciare le trattative, ma difficilmente si rimetterebbero ad attaccare a tutta forza. Non perché non ne abbiano le capacità, ma perché manca la libertà strategica di farlo.
Per gli Stati che hanno scelto di dipendere dalla protezione americana questo dovrebbe essere un brusco risveglio. Non significa che le alleanze crolleranno, ma che cambieranno. Gli alleati cercheranno di tutelarsi e di diversificare le proprie relazioni di sicurezza. Dunque metteranno grossa enfasi sugli equilibri regionali di potere invece che affidarsi a un unico garante. In questo senso la guerra in Iran non costituisce tanto una rottura, quanto un’accelerazione di tendenze già in atto.
Il rischio per gli alleati di Washington
L’Iraq e l’Afghanistan hanno mostrato i limiti dell’occupazione e del regime change. L’Ucraina ha mostrato la vulnerabilità delle grandi forze convenzionali. Ora l’Iran mostra i limiti della coercizione. Monica Toft del Quincy Institute asserisce che le potenze più piccole non hanno bisogno di un passaggio marittimo vitale come lo Stretto di Hormuz per fermare efficacemente un superpotenza. Bastano il campo e la geografia, come in Ucraina. In poche parole, la strategia iraniana è replicabile anche altrove. Considerandoli insieme, tali conflitti indicano un mondo più multipolare: non perché siano sorte nuove grandi potenze, ma perché quelle esistenti non dominano più come prima.
Il pericolo per Washington non è di finire per essere irrilevante, ma di continuare a perseguire una strategia disegnata per un mondo che non c’è più. Lo stesso vale per gli Stati che hanno scelto di affidarsi alla supremazia americana, una supremazia che prometteva controllo. La guerra in Iran ha mostrato la possibilità di resistere a tale controllo. Nel solco che c’è fra promesse e realtà si trova la fine di un’era. I vincitori saranno coloro che si adatteranno meglio.

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