Acquistare armi dagli USA per donarle all’Ucraina: dubbi e rifiuti dei Paesi europei e degli stessi americani sostenitori di Trump
La scorsa settimana il presidente americano Trump ha lanciato un’idea per salvare capra e cavoli dopo l’infruttuosa mediazione USA in Ucraina. Durante un vertice col segretario generale della NATO Mark Rutte ha infatti proposto ai Paesi europei di acquistare da Washington gli armamenti da donare all’Ucraina. Alcuni Paesi hanno acconsentito subito, sebbene con qualche riserva. Altri hanno detto di no. Ma questo progetto ha scandalizzato gli stessi americani sostenitori di Trump.
Lo schema di Trump
I funzionari stanno lavorando per definire i dettagli, ma lo schema generale è chiaro: gli Stati Uniti non invieranno più direttamente gli armamenti a Kiev. Li venderanno invece ai Paesi europei, i quali a loro volta li gireranno all’esercito ucraino. Al di là delle questioni geopolitiche, a Washington si attendono una grandiosa ricaduta economica. Considerando che il prezzo di un sistema di difesa antiaerea Patriot – che costituisce la parte più importante dell’attuale assistenza militare – si aggira sul miliardo di dollari, gli introiti del Pentagono saranno enormi. Non sarà abbastanza per eguagliare l’entità di quanto donato a Zelensky dall’amministrazione Biden, ma Trump potrà dire di aver fatto il bene delle casse federali americane.
Il presidente, in una riunione a cui erano presenti alcuni funzionari della Casa Bianca e uomini d’affari, riferendosi agli europei ha detto testualmente: Saranno loro a inviare le armi e ne pagheranno il 100%. E non soltanto acquisteranno i materiali bellici appositamente commissionati per l’Ucraina, ma anche gli armamenti già fabbricati per sostituire quelli dati a Kiev. Gli arsenali europei infatti si sono drammaticamente svuotati e per riempirli nuovamente servirà qualche anno.
I Paesi favorevoli
Si sono subito mostrati favorevoli all’idea gli Stati-donatori più attivi nel sostenere lo sforzo bellico di Kiev. Sono la Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca e Canada. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha sottolineato che l’impegno finanziario è maggiore del solito, ma ha precisato che Berlino è pronta ad assumersi una più grande “responsabilità per la deterrenza e la difesa dell’Europa”. Anche il ministro degli Esteri danese Lokke Rasmussen ha sottolineato che Copenhagen è pronta a partecipare, ma ha fatto intendere che la spesa sarà ingente. Dunque occorrerà l’impegno degli altri partner, anche perché la Danimarca oggi non possiede alcun Patriot. Della necessità di uno sforzo finanziario congiunto ha parlato anche il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard, mentre quello olandese Caspar Veldkamp ha detto che il suo governo vede questo progetto “con un’inclinazione positiva”, ma non ha ancora dato effettiva conferma della partecipazione.
Dubbi e opposizione in America
I governi europei più filo-ucraini hanno dunque mostrato una certa prudenza, se non scarso entusiasmo. Hanno messo le mani avanti rispetto a costi esorbitanti che non sono sicuri di potersi accollare. Ma in America si sono registrati scetticismo o persino aperto contrasto da parte degli stessi sostenitori del presidente. Sebbene la Casa Bianca sottolinei la propria distanza dalla questione ucraina, limitarsi a vendere armi non basta a tranquillizzare i fautori del MAGA. Lo slogan è ancora quello della campagna presidenziale: “Non è la nostra guerra”.
Il fatto di fornire armi a Zelensky in maniera indiretta rappresenta comunque un tradimento delle promesse elettorali. La deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene ha spiegato che non si tratta solo di uscire dall’Ucraina, ma da tutte le guerre estere nelle quali gli USA sono coinvolti con assistenza militare o politica. È critico anche l’ex stratega di Trump Steve Bannon: L’Ucraina sta diventando pericolosa (…) Stiamo armando persone sulle quali non abbiamo assolutamente alcun controllo. Un altro assistente ufficiale di Trump, rimasto anonimo, ha spiegato che il fatto di vendere semplicemente le armi riesce solo ad “attenuare” la rabbia dei sostenitori di Trump. Soprattutto i più isolazionisti, però, si sentono traditi: Non è la nostra guerra e l’escalation non rientra negli interessi dell’America.
Dubbi a Bruxelles
Qualche timida obiezione è giunta persino da Bruxelles. La Commissione Europea, fatta di grandissimi sostenitori di Zelensky, che sognano una Russia fallita e sconfitta e l’Ucraina come Stato membro, chiede agli USA di non defilarsi completamente. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas ha affermato: Se paghiamo per quelle armi, allora si tratta nel nostro supporto. La nostra richiesta è che tutti facciano lo stesso. Quindi esorta Washington a “condividere il peso” dell’assistenza militare a Kiev. Gli Stati Uniti sono stati fin dall’inizio il donatore numero uno, mentre per raggiungere il volume di aiuti americano bisogna contare tutti insieme i Paesi della UE. Se però aggiungiamo il costo dell’accoglienza dei profughi e dell’assistenza umanitaria, allora l’Europa supera l’America. Oggi si sente tradita in questa folle gara a chi si svena di più.
L’altro motivo di inquietudine deriva dal desiderio europeo di rendersi indipendenti dall’industria americana della difesa. Ahimè, con questi nuovi e costosissimi acquisti di armamenti pesanti, la UE si lega ancora di più al comparto militare statunitense. Gli esperti fanno notare che i sistemi d’arma grandi e complessi come il Patriot costituiscono un genere di acquisto che lega il compratore al venditore per molto tempo. La causa è nei tempi tecnici di produzione e di consegna e della successiva necessità di manutenzione e di pezzi di ricambio. L’accordo con Trump rappresenta quindi un grosso ostacolo al potenziamento dell’industria militare europea caldeggiato dalla von der Leyen e dalla stessa Kallas.
I contrari
L’annuncio di Trump ha fatto emergere le tensioni che caratterizzano l’area dei governi europei filo-ucraini, per nulla compatti e determinati come vorrebbero presentarsi. Francia e Italia hanno immediatamente detto “no, grazie”. Il motivo comune è di non intralciare gli investimenti nella produzione bellica nazionale ed europea. Inoltre l’Italia non si dichiara minacciata dalla Russia e non vede l’urgenza di prepararsi a un attacco, a differenza di quanto dicono di sentire i Paesi scandinavi e baltici. Nemmeno la Repubblica Ceca si unirà al fronte dei compratori di armi americane, ma ha precisato che non smetterà di fornire assistenza a Kiev.
Chi invece continua a rifiutare aiuti finanziari o militari è l’Ungheria. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó asserisce che i soldi degli ungheresi, le armi ungheresi e i soldati ungheresi non andranno in Ucraina. Il progetto di Trump però non contraddice la politica di pace perseguita dalla Casa Bianca. Anzi, secondo lui i grandi sforzi compiuti finora dal presidente americano avrebbe portato maggiori frutti se l’atteggiamento dei vertici ucraini ed europei non li avesse ostacolati.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


