Situazione drusi, Wiam Maher Najib Wahhab: «Per 50 anni ho difeso la Palestina da Israele, ma ci hanno portato a considerare il suo intervento come una salvezza»
Regge, anche se non si sa per quanto tempo ancora, la fragile tregua tra clan beduini e la comunità drusa di Suwayda, città nel sud della Siria. Dal 13 luglio scorso, da quando sono iniziati i violenti scontri tra le due comunità, sono morte oltre 1000 persone. Difficile fare una stima esatta delle vittime, dal momento che a nessuno è permesso l’ingresso in città.
I drusi sono una minoranza religiosa, che ha avuto origine nel decimo secolo, come diramazione dell’Islam sciita. Nel Paese levantino, sono circa 750mila, concentrati per lo più nella provincia meridionale di Suwayda e in alcuni sobborghi della capitale Damasco, tra cui Jaramana (dove è presente anche un grande campo profughi palestinese) e Ashrafiyat Sahnaya. Una parte, 350mila circa, risiede in Libano, dove oggi convive pacificamente con il resto della popolazione, composta da diverse etnie e fedi. Il feroce spargimento di sangue di civili innocenti ha destato molto sgomento fra la comunità drusa libanese, che si è stretta attorno ai propri cari in Siria. A Chouf, regione storica del governatorato del Monte Libano, a Sud–est di Beirut, incontriamo Wiam Maher Najib Wahhab, uno dei tre leader drusi del Paese dei Cedri. Già ministro dell’Ambiente nel governo Karami, è a capo del Partito dell’Unificazione Araba. Wahhab è sfuggito a diversi tentativi di assassinio nel distretto di Hasbaya nel 2006 e nella città di Kfar Him, nel distretto di Chouf, per aver rifiutato la realtà feudale nella comunità drusa.
Cosa ha scatenato i massacri a Suwayda?
Tutto è iniziato una settimana fa, con il sequestro di un facoltoso commerciante della città in posto di blocco della Sicurezza generale, proprio alle porte della provincia. A pattugliarlo ci sono volontari beduini non nuovi a episodi del genere. Per reazione, i genitori dell’uomo hanno rapito alcuni di loro. Il giorno successivo sono iniziati i bombardamenti, con un dispiego eccezionale di armi e missili, di cui non dispongono. Hanno agito col supporto dell’esercito di al-Sharaa (neo presidente della Siria, ndr), inviato sul posto per liberare gli ostaggi.
Per fermare gli attacchi, sono stati avviati dei negoziati, mediati da Usa, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Israele e il ministero degli Esteri siriano ha disposto il ritiro delle truppe. I beduini vivono come dei barbari, non hanno scuole e istruzione, non hanno regole. Quando Tel Aviv ha imposto a Damasco il disimpegno militare, il governo è ricorso a un vecchio trucco: ha fatto scambiare gli abiti dei soldati con quelli dei beduini, facendoli di fatto rimanere sul territorio.
Perché tanto accanimento anche sui civili, ci sono video che mostrano una persona decapitata.
Con l’inizio della guerra in Siria, molti drusi sono fuggiti e in 50mila si sono rifiutati di far parte dell’esercito di Bashar al-Assad, perché non intendevano uccidere siriani come loro. Hanno voluto mantenere una posizione indipendente. Oggi, i jihadisti li ringraziano massacrandoli. Va detto che il 10% circa dell’esercito regolare è attualmente costituito da beduini sunniti. Le relazioni tra questi e i drusi non sono mai state facili, persino nel 2003 con gli Assad al potere, è accaduto un episodio analogo, con diversi morti e feriti. Allora, l’intervento dell’esercito di Damasco era riuscito a porre fine alla guerriglia armata, dando il via a un processo di riconciliazione.
Il risentimento fra le due comunità non è legato solo a fattori religiosi, ma anche e soprattutto di convivenza. Il problema è che queste popolazioni nomadi invadono con le loro greggi i terreni drusi, provocando la reazione dei proprietari.
Sono gli stessi beduini che diedero supporto a Daesh, quando nel 2017 attaccò la città, uccidendo centinaia di persone. Grazie a loro, le milizie jihadiste riuscirono a entrare dall’Iraq e attraversarono il deserto a Est di Suwyda.
Lei ha quasi benedetto l’intervento d’Israele a Suwyda e anche a Damasco. Parliamo dello stesso Stato che ha lanciato operazioni militari contro il Libano. Come lo spiega?
La situazione oggi è molto grave, migliaia di persone sono state uccise e se anche è difficile accettare l’intervento israeliano, in particolar modo per noi libanesi, non vedo alternative. Cosa possiamo fare? Quando assistiamo a estremismi tali, con donne e bambini trucidati e seviziati, cosa devo pensare? Purtroppo, e per puro paradosso, i bombardamenti israeliani rappresentano un’ancora di salvezza per la popolazione.
Per 50 anni ho difeso la Palestina da Israele, ma ci hanno portato a considerare il suo intervento come una salvezza. E mi sento molto a disagio a dirlo. La caduta della Siria in mano ai terroristi, mi ha fatto cambiare opinione, perché so come pensano e agiscono. Da quando hanno preso il potere è stata la mia principale preoccupazione. Loro ci considerano tutti “kafir”, miscredenti, persino gli stessi sunniti che non sono dalla loro parte vengono apostrofati come tali. I nostri dubbi hanno avuto conferma con i massacri degli alawiti lungo la costa occidentale. In Siria ci sono nostri parenti, fratelli, madri rimaste sole. Siamo molto preoccupati per loro. Abbiamo celebrato qui a Chouf i funerali di tre ragazzi uccisi davanti alla loro madre, che li implorava di prendere lei e salvare loro.
C’è unità fra i rappresentanti della comunità drusa in Libano sull’appoggio di Israele?
In molti pensano che sia il male minore, mentre altri sono contrari al sostegno israeliano, per quanto riconoscano che non ci sia altra scelta. Qual è l’alternativa? E’ noto che Riad sia dalla parte di Sharaa, non ha neanche condannato le violenze. Sta provando a slegare la Siria dalla Turchia, attirandola dalla sua parte. E’ Ankara a gestire tutte le operazioni militari in Siria.
Noi siamo con i drusi di Suwyda e a mio avviso al Sharaa deve andar via. E’ necessario ricostruire la laicità dello Stato e recuperare l’esercito regolare. Malgrado tutti i suoi limiti e le nefandezze, il regime di Assad lasciava libertà di culto, questo oggi non sta avvenendo con la nuova Presidenza.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


