Non un giudizio, ma un passaggio: l’Esame come educazione vera
In questi giorni ho letto molti articoli che ridicolizzano l’Esame di Stato, o come si sente dire sempre più spesso, “l’esame di maturità”. C’è chi lo descrive come una cerimonia grottesca, troppo festeggiata, che finisce per creare aspettative sbagliate nei giovani.
Io però non vi parlerò dello studente che ha dichiarato che la scuola è solo un riempitivo, con materie inutili, tanto lui già lavora e sviluppa intelligenza artificiale. Né di quello che, in spregio alla commissione, ha deciso di fare scena muta perché forte dei suoi 60 crediti, sentiva di poter protestare contro il sistema scolastico rifiutandosi di rispondere.
Io voglio raccontarvi un altro esame. Quello delle studentesse e degli studenti della mia scuola di periferia, che hanno affrontato la prova con serietà, rispetto e senso di responsabilità. Il primo stupore è stata la puntualità: sono arrivati in anticipo. Non indossavano pantaloncini o abiti succinti, ma pantaloni dignitosi, non sgualciti né strappati. La camicia bianca è stata la scelta più frequente.
Vedere il quartiere Vallette di Torino, proprio di fronte alla casa circondariale “Lo Russo e Cutugno” di Torino, popolarsi di giovani maturandi, è stato un momento di autentica bellezza.
Durante gli orali, mi aspettavo come sempre le solite prove faticose, piene di incertezze e battute scontate su date e nomi. Invece, con sorpresa, ho assistito a colloqui costruiti con intelligenza e personalizzazione. Gli studenti, partendo dallo spunto iniziale, hanno saputo sviluppare riflessioni dense di senso, restituendo dignità alla prova orale.
Nelle relazioni sui percorsi di PCTO spuntavano spesso ringraziamenti alla scuola per il ruolo orientativo svolto. I laboratori STEM (realizzati grazie ai fondi PNRR), i soggiorni linguistici (finanziati con fondi PON), le esperienze in azienda e soprattutto l’apprendistato duale sono stati determinanti per aiutarli a scegliere con maggiore consapevolezza il proprio futuro.
L’Agenda 2030 è stata affrontata da tutti, con sfumature diverse, spesso con presentazioni in inglese corretto e spontaneo. I colloqui sono stati veri dialoghi, non freddi monologhi. Solo durante gli orali ho scoperto quanto i miei studenti fossero preparati nella seconda lingua.
Mi ha colpito anche un’altra cosa: la loro onestà. In molti hanno ammesso carenze in alcune discipline, ma nessuno ha cercato di fingere. Nessuno ha bluffato. Una forma di umiltà e dignità che ha colpito profondamente tutta la commissione.
Un momento particolarmente toccante è stato l’outing spontaneo di uno studente, che ha parlato della perdita del padre e di come quella esperienza abbia influenzato profondamente il suo modo di essere e le sue scelte future. L’emozione, in quell’aula, era tangibile.
Infine, non dimenticherò la risposta di un rappresentante d’istituto, interrogato dal presidente su cosa avrebbe voluto in più dalla scuola. Ha risposto:
Vorrei insegnanti che, oltre a trasmettere contenuti, siano punti di riferimento. Qualcuno che ci aiuti a capire davvero come evitare di commettere gli stessi errori che spesso ci condizionano.
Per me, insegnante forse un po’ stanco, è stato un esame straordinario. Alcuni studenti, nati nel 2006, hanno ricordato come il loro primo esame – quello di terza media nel 2020 – si sia svolto solo con un colloquio orale, in piena pandemia. Per loro, quindi, questo non era un esame qualunque: era l’Esame.
Viviamo in un’epoca in cui spesso ciò che appare conta più di ciò che è: il talento viene sacrificato alla visibilità, la competenza alla battuta pronta, il merito alla popolarità. Anche nel mondo dell’istruzione si respira un’aria contaminata da populismi educativi e da un “vippismo” che celebra lo studente-genio a scapito del percorso faticoso, silenzioso, ma autentico di tanti. Eppure, in questi esami, ho visto altro. Ho visto ragazze e ragazzi veri, con i loro limiti e le loro conquiste, senza slogan né scorciatoie.
La bontà della scuola non si misura nel giudizio ma nella capacità di accompagnare. Non crea campioni da palcoscenico, ma cittadini pensanti, critici, liberi. In fondo, come ricordava Epicuro, “la felicità non è nell’accumulare ricchezze o piaceri, ma nell’assenza di turbamento e nel coltivare amicizia, riflessione e desideri essenziali”. Ed è proprio in quell’atmosfera sobria ma profonda, vissuta in quei giorni d’esame, che io ho ritrovato, insieme a loro, qualcosa che assomiglia molto alla felicità.

Fabrizio Pietro Cardillo nasce a Torino nel Luglio 1972. E’ un insegnate di laboratorio di informatica presso l’ITTS “C.Grassi” di Torino, dove ricopre il ruolo di collaboratore del Dirigente Scolastico dal 2010. Durante la vita professionale ha seguito diversi aggiornamenti professionali volti a studiare ed ad implementare i vari modelli di formazione in ambito tecnico professionale all’interno dei paesi dell’unione europea. Nel 2012 ha presentato all’Unione Industriale di Torino la curvatura sulla robotica industriale a partire dal curricolo del’istituto tecnico industriale con indirizzo informatica. Nel 2013 è stato relatore a Didamatica a Pisa di due workshop incentrati sulla curvatura di robotica nell’istituto tecnico industriale. Dal 2013 ha partecipato a diversi progetti Erasmus praticando job shodowing e formazione in special modo in Germania per studiare attentamente il modello duale.
Ha conseguito anche l’attesto di trainer dei trainers al termine di un corso professionalizzante erogato dalla camera estera tedesca in Italia partecipando ad alcuni eventi organizzati dalla camera stessa.
Si è formato inoltre in ambito CLIL conseguendo l’attestato metodologico.
E’ stato relatore in alcuni convegni provinciali in materia di opportunità offerte dall’ Alternanza Scuola Lavoro.


