L’oro di Bankitalia alla Patria. Ma quello all’estero che fine fa?

L’oro di Bankitalia alla Patria. Ma quello all’estero che fine fa?

8 Gennaio 2026 0

Il recente dibattito sull’oro di Bankitalia alla Patria ha sollevato ampie discussioni che tuttavia hanno toccato solo una parte del problema. Bisognerebbe esaminare altresì il valore dell’oro e della sua contropartita rispetto alla moneta cartacea-fiat che sta inondando i mercati con un deprezzamento continuo rispetto all’oro. Ma non è stato sempre così.

L’oro e il dollaro

Il ruolo dell’oro negli scambi e come elemento fiduciario di un’economia è sempre stato forte. Spesso nelle crisi economiche e in periodi di guerra si è fatto ricorso al deposito d’oro come controvalore reale di un Paese. Durante la Grande Depressione, il presidente americano Franklin D. Roosevelt emise nel 1933 l’ordine esecutivo 6102 che obbligava gli americani a consegnare l’oro in cambio di dollari cartacei, con pesanti multe per i refrattari, persino la galera. Poi il governo svalutò del 41% il dollaro aumentando il prezzo dell’oro da $ 20,67 a $ 35 l’oncia. Fu un tremendo esproprio ai danni dei cittadini che già venivano da un periodo terribile.

La svolta nel rapporto dollaro/oro avvenne nel 1944, con la definizione del principio del gold exchange standard, che obbligava e vincolava alla stampa di una quantità definita di monete rispetto a una definita quantità di oro – $ 36 ogni oncia d’oro. Per capire le variazioni del valore dell’oro e della carta moneta, diciamo che oggi un’oncia d’oro vale quasi $ 4000. Il sistema determinò una forte stabilità nei cambi e contribuì al rilancio dell’economia nel dopoguerra.

Nel 1971 il presidente Richard Nixon dichiarò la fine di quel sistema, affermando che gli USA potevano stampare moneta all’infinito dando al dollaro la qualifica di moneta di scambio preminente nel mondo occidentale. La creazione del petrodollaro nel 1973 e nello stesso anno del sistema SWIFT incardinarono il dollaro come moneta primaria degli scambi, contribuendo a svalutare le monete degli altri Paesi, Italia compresa, che furono travolti da un’ondata inflattiva devastante. L’inflazione salì al 20% e agevolò l’avvento di un monetarismo infinito senza corrispettivi reali, che ci sta soffocando ancora oggi. Quindi il ritorno all’oro sembra una via di fuga, un possibile contropartita importante in presenza di una carta moneta infinita che rischia di perdere valore.

Le riserve nazionali

Gli Stati con le maggiori riserve di oro sono gli USA (8133 tonnellate), la Germania (3359 tonnellate), l’Italia (2452 tonnellate), la Francia (2452 tonnellate), la Russia (2298 tonnellate) e la Cina (1948 tonnellate). Le reali consistenze non sembrano essere certe, perché sia la Cina che la Russia hanno continuato in questi anni ad acquistare oro e le riserve di Fort Knox rimangono sempre un mistero. È importante saperlo, perché il 43% del nostro oro si trova presso gli Stati Uniti, appunto Fort Knox e FED, mentre il il 5,76% è in Gran Bretagna e il 6,09 % in Svizzera. Perciò è necessario capire la sua reale consistenza e il suo reale valore.

Gli ultimi audit sull’oro rinchiuso a Fort Knox risalgono al 1953 ed al 1974. Poi più niente. Ciò ha sollevato critiche e domande sulla reale consistenza dell’oro e sul suo valore perché per molto tempo si è discusso sul tema senza avere riscontri. L’oro spesso immagazzinato nel deposito non era sempre puro ma in forma coin bar, cioè il 90 % in oro ed il 10% in rame, con una significativa perdita di valore. I dubbi sono legittimi per sapere se i reali lingotti italiano barrati come da sempre Bankitalia ci sono ancora o sono stati sostituiti da altri. Le truffe sull’oro infatti sono diffuse: il tungsteno, che ha lo stesso peso specifico dell’oro, talora viene scambiato per oro anche se è solo ricoperto.

Riprendersi l’oro situato all’estero

La Germania ha cominciato a chiedere indietro il suo oro in parte allarmata dalla presidenza Trump. Diventa difficile capire in considerazione della sua presa di posizione nei confronti dell’Europa, accusata di approfittarsi della copertura bellica degli USA. Questo potrebbe spingerlo a posizioni di intransigenza e di ricopertura delle spese fatte a favore della UE? Al riguardo la CDU ha chiesto al cancelliere Merz di mettere all’ordine del giorno il ritorno dell’oro tedesco in Patria, essendo cadute le motivazioni che al tempo avevano spinto alla collocazione dell’oro negli USA, dove la Germania tiene 1236 tonnellate, cioè il 37% del totale. Quindi meno dell’Italia, che in USA ha il 43% del suo oro.

Non sembra fuori luogo la richiesta di procedere al rimpatrio del nostro oro, fiduciosi di ritrovarlo. Ma la difficoltà di capire cosa ci sia davvero a Fort Knox aumenta l’istanza di un suo rientro e porta a fare le seguenti domande:

– Quanto oro possiede realmente il governo USA. Qual è la sua purezza?

– È gravato da oneri, locato, scambiato, ipotecato?

– È stato dato in pegno come garanzia di posizioni debitorie?

– Chi è l’effettivo proprietario e chi lo custodisce ?

È giusto affermare che l’oro italiano è a disposizione del suo popolo, ma anche quello all’estero deve fare lo stesso percorso. Forse una proposta al CDM in merito a questa situazione non sarebbe peregrina.

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani

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