Generale Bertolini: “Sotto il punto di vista operativo non c’è dubbio che Mosca stia vincendo. Gli europei erano stati indotti a scommettere sulla vittoria dell’Ucraina, ma ora devono scommettere sulla caduta di Trump”
La situazione sul campo in Ucraina è in continua evoluzione, così come lo è il dialogo fra Mosca e Washigton. E intanto dagli esponenti europei arrivano dichiarazioni incendiarie: un ammiraglio italiano ipotizza un attacco preventivo della NATO alla Russia, un generale francese esorta la nazione a prepararsi alla perdita dei propri figli in guerra. Ma dalle mappe risulta evidente come i russi stiano avanzando e le notizie dagli USA dicono che gli americani sono disposti al dialogo col Cremlino. Per comprendere meglio i molteplici aspetti del conflitto abbiamo interpellate il generale Marco Bertolini, ex comandante del Comando Operativo Interforze e della Brigate Folgore, che ha ricoperto ruoli di primo piano nelle missioni in Libano, Somalia e Bosnia.
– Le parole dell’Ammiraglio Cavo Dragone su un attacco preventivo della NATO alla Russia stanno facendo discutere. Secondo Lei si tratta di dichiarazioni opportune e realistiche?
– No, non sono state dichiarazioni opportune a mio avviso. Ma credo che l’Ammiraglio Cavo Dragone non abbia dato voce semplicemente a una sua opinione. Infatti, non è il Comandante della NATO, ma solo il presidente del comitato militare, sottoposto per questo a diversi “input” da parte degli altri capi di stato maggiore e dal vertice dell’Alleanza che è rappresentato dal segretario generale Mark Rutte. Perciò non la ritengo una sua esclusiva presa di posizione, visto che da capo di stato maggiore della Difesa era piuttosto prudente rispetto al conflitto in Ucraina.
Penso invece che le sue parole si inseriscano forse in una drammatizzazione concertata della quale fa parte anche la presa di posizione del capo di stato maggiore francese Fabien Mandon, che recentemente ha detto cose molto dure in merito alla necessità da parte dei francesi di prepararsi a mandare i propri figli a combattere. Sarebbe stato impensabile fino a pochi mesi fa. Cavo Dragone ha parlato genericamente di proattività per far fronte alla guerra ibrida, lasciando intendere che si tratti di prepararsi ad attacchi cyber, quindi non un attacco convenzionale; ma resta il fatto che affermazioni del genere sembrano contraddire la natura difensiva dell’Alleanza, a meno di minacce concrete che però non sembrano manifestarsi per ora.
A sua volta, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha fatto dichiarazioni forti, come ad esempio “avverto Putin che non può vincere”, come a lasciare intendere l’esistenza di nuove iniziative delle quali sarebbe a conoscenza capaci di ribaltare l’attuale vantaggio sul campo di Mosca. E dal leader di un Paese che ufficialmente non è in guerra contro la Russia, come non lo è certamente l’Italia, ci si aspetterebbero dichiarazioni meno radicali, più diplomatiche, per evitare spiralizzazioni che a parole nessuno vuole.
Ma è un fatto che la UE e la NATO sarebbero coinvolte in una sconfitta dell’Ucraina, per quanto hanno investito a suo favore in questi quasi quattro anni, adottando dall’inizio una narrativa e un linguaggio incendiario che sembrano aver chiuso ogni spazio a un’eventuale trattativa. Il fatto che i vertici della diplomazia della UE escludano ogni contatto con Putin a causa del mandato di arresto a suo carico da parte della Corte Penale Internazionale, rende la situazione ancora più difficile visto che con i criminali non si può trattare. Drammatico side effect della proattività della giustizia internazionale che di fatto intralcia i negoziati.
– Putin si è appena recato in India per incontrare il presidente Modi. Già durante la precedente riunione dei BRICS i due camminavano mano nella mano proprio mentre Trump minacciava sanzioni a Nuova Delhi.
Negli ultimi tre anni Biden aveva esortato il mondo a ridurre Putin a un paria. Oggi il presidente russo è isolato come voleva l’Amministrazione democratica e come vogliono i vari Starmer, Macron, von der Leyen e via dicendo?
– Putin non è completamente isolato dall’Europa, tenendo conto delle posizioni di Ungheria e Slovacchia e, seppur ci siano Stati che almeno a parole spingono per uno scontro diretto con Mosca, altri sono più cauti e tengono un basso profilo. Basso profilo giustificato anche dal nuovo documento sulla US National Security Strategy firmato da Trump, col quale cade almeno formalmente il carattere di “nemico” in precedenza attribuito alla Russia mentre si allentano il legami con la UE, accusata di avere perso i suoi riferimenti valoriali.
Certamente il Cremlino non è isolato dal Sud Globale né dalla Cina, con la quale la Russia ha appena tolto l’obbligo di visto per l’ingresso dei cittadini cinesi per permanenze di qualche mese. Anche l’India non ha affatto isolato Putin, come abbiamo recentemente visto dalle accoglienze trionfali riservate al capo del Cremlino a Nuova Dehli. Si aprono così a Mosca le porte a questi Paesi asiatici estremamente popolosi e rampanti, consolidando quei rapporti economici e commerciali che prima aveva con l’Europa. L’Asia oggi sforna ingegneri in una quantità che noi nemmeno riusciamo a concepire, quindi si sta avviando verso una modernizzazione e una presa sul mondo decisamente ampia, diventando così un partner ideale.
L’India è importante anche per il suo carattere strategico, perché fa parte di quell’area di interesse britannico dalla quale Mosca si sente esclusa dai tempi degli Zar. Una costante ambizione della Russia, infatti, è da sempre rappresentata dallo sbocco nei “mari caldi”, sentendosi invece relegata nei “mari freddi” di più difficile sfruttamento ai fini strategico-militari. Non per nulla, Mosca sembrerebbe in procinto di aprire una sua base navale in Sudan, sul Mar Rosso, raddoppiando la presenza dei BRICS nell’area rappresentata dalla base navale realizzata dalla Cina a Gibuti. Insomma, Putin non è affatto isolato, se non da un punto di vista eurocentrico, il che non è più giustificabile.
– Parliamo della situazione sul campo. Vedendo come si muove l’esercito russo, secondo lei è effettivamente in grado di prendere tutto il Donbass?
E se gli USA uscissero dai negoziati lasciando da sola l’Europa, Odessa potrebbe finire in mano russa?
– Sul campo la Russia sta vincendo fin dall’inizio. In Occidente si citano cifre enormi sulle perdite russe, ma a giudicare dai risultati sembrano spropositate. Già nel 2022 dicevano che Mosca era allo stremo, che non avrebbe potuto prevalere su un’Ucraina supportata da 30 o 40 democrazie occidentali. Invece nel solo mese di novembre i russi sono avanzati nel Donbass di 700 chilometri quadrati. Adesso premono su Huliaipole, in direzione Zaporizhzhia. Una progressione impressionante. Pokrovsk è ormai presa, mentre Myrnohrad è completamente incapsulata: ci sono mille o duemila soldati ucraini che per uscirne dovranno combattere aprendosi un varco. Anche Kupiansk è in larga parte controllata dai russi, che sono arrivati a Siversk e da lì potrebbero spingersi verso Sloviansk e Kramatorsk. Toretsk è caduta e ora spingono verso Kostiantynivka, da cui potrebbero dirigersi a nord, appunto verso Kramatorsk. Sotto il punto di vista operativo, non c’è dubbio che Mosca stia vincendo.
Questa guerra cominciò sotto gli auspici dell’Amministrazione democratica. Gli europei vennero rassicurati sul fatto che la Russia avrebbe perso la guerra non potendo reggere alla pressione delle sanzioni e forse, in ogni caso, dal fatto che gli americani e la NATO a un certo punto sarebbero certamente intervenuti se le cose non fossero andate come previsto. Non hanno però tenuto conto che a Washington sarebbe cambiato il direttore d’orchestra che ora è Trump, con visioni diverse da Biden. E se gli USA non si impegnano direttamente, la Russia senz’altro vince visto che l’Europa è troppo divisa per prevalere semplicemente fornendo aiuto dall’esterno e lasciando che a combattere siano gli ucraini.
E la crisi del personale militare di Kiev è ormai sotto gli occhi di tutti. In altre parole, gli europei che in precedenza erano stati indotti a scommettere sulla vittoria dell’Ucraina sono ora costretti a scommettere sulla caduta di Trump. Il che è certamente politicamente imbarazzante e pericoloso soprattutto per i governi tradizionalmente più affini al nuovo presidente americano.
Infatti, se questo resiste e riesce a imporre la sua linea, l’Europa finirà per svenarsi allo scopo di sostenere l’Ucraina o addirittura dovrà impegnarsi direttamente sul campo, senza neppure poter sperare nel supporto tradizionale di Washington. Da parte sua, a fronte a tale ostinazione europea Putin ha precisato che il Donbass sarà russo o con le trattative o con le armi, manifestando una consapevolezza che si fa strada anche nella stessa Ucraina dove, nonostante la sostanziale sospensione dei partiti di opposizione, si cominciano a registrare sempre più forti le posizioni di alcuni politici che si rendono conto di quello che sta succedendo. Si pensi all’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba che ha spiegato come Kiev abbia forza soltanto per mantenere il punto, per resistere, non certo per ribaltare la situazione.
– Se procedono di questo passo, quanto tempo ci metteranno i russi a prendere tutto il Donbass?
– Da un punto di vista tecnico, la guerra è un fenomeno in cui intervengono molti fattori, fra cui le risorse investite (mezzi, armi, munizioni, soldati) e il morale delle truppe che devono avere la motivazione per rischiare la pelle e comunque vivere un’esperienza estremamente dura per ottenere dei risultati. E in Ucraina a una grossa crisi di materiali e di armamenti si affianca una crisi del morale ancora peggiore. Ma l’elemento del morale è difficile da quantificare. Dunque non mi sento di dire se i russi riusciranno a sfondare in tre mesi, sei mesi o un anno.
Posso solo dire che il 2026 sarà l’anno in cui il finale della vicenda diverrà chiaro, sempre che il fronte interno tenga alle turbolenze politiche interne. Infatti, l’aspetto militare, relativamente semplice da interpretare quando leggendo sulla carta gli spostamenti delle truppe e l’andamento della linea del fronte, deve essere letto anche alla luce della situazione politica interna, che ora è certamente molto dinamica. Ci sono infatti gli scandali a ripetizione che hanno intaccato profondamente l’inner circle di Zelensky fino a mettere in dubbio la sua stessa “tenuta” al vertice del Paese, nonchè anche il nuovo approccio statunitense con la US National Security Strategy. A questo proposito, da tempo si parla dell’ex comandante delle Forze armate Valery Zaluzhny, che da un anno e mezzo è ambasciatore nel Regno Unito e che dunque è stato ben “preparato” dagli inglesi.
– Ma anche lui è stato raggiunto dagli scandali. Potrebbe essere il messaggio di Washington a Londra che è arrivato il momento di “staccare la spina”?
– La posizione di Zaluzhny si è indebolita per questo motivo, ma vi sono anche altri personaggi in vista. Pensiamo all’ex consigliere di Zelensky David Arakhamia, la cui posizione oggi è molto più prudente rispetto al 2022: vorrebbe infatti trovare una soluzione a una guerra che ha creato vuoti spaventosi in un Paese che dal 2014 ha quasi dimezzato la sua popolazione. Sul versante più ostile alla Russia, abbiamo poi sempre Poroshenko ad alimentare supposizioni varie. Quantificare il tempo in cui si arrivi una debellatio ucraina però è assai difficile.
– Se l’Europa continua a “sabotare” il processo di pace, una volta che Putin riesca a prendere tutto il Donbass manu militari potrebbe poi puntare a Odessa?
– L’Europa ha un problema psicologico che le impedisce di ammettere di aver perso dando ascolto alle sirene democratiche statunitensi con le quali la guerra era iniziata. Se persino di fronte alla totale occupazione del Donbass dovesse insistere nel continuare il conflitto, allora è possibile che il Cremlino decida di escludere l’Ucraina dal Mar Nero, cioè occupare la fascia costiera che va da Kherson a Odessa, tra l’altro ricongiungendosi alla Transnistria con una continuità territoriale fino alla Moldavia.
Ma sarebbe un’impresa militare estremamente dura e impegnativa. Abbiamo visto che per avere la meglio su cittadine come Bakhmut, Toretsk o Myrnohrad ci sono voluti mesi di notevoli sforzi e perdite. Dunque per una città grande come Odessa si dovrebbero mettere in conto perdite molto maggiori. Certo, l’incidenza di una crisi politica di vertice a Kiev che avvenga parallelamente all’azione militare russa potrebbe risolvere la situazione, ma si tratterebbe comunque di un’impresa molto onerosa. La presa di Odessa per adesso può essere usata da Putin come “spauracchio” per intimorire Bruxelles.
– Lo stesso discorso varrebbe anche per Zaporizhzhia?
– Sì, perché Zaporizhzhia è una città di grandi dimensioni sul fiume Dnepr. I russi possono eroderne il retroterra, la provincia – e in parte lo stanno già facendo – ma credo che nessuno abbia voglia di impegnarsi una nuova sanguinosissima battaglia di Stalingrado a Odessa o a Zaporizhzhia, anche perché poi queste città andrebbero ricostruite, indipendentemente da chi vinca.
– Grazie al conflitto ucraino i russi stanno acquisendo rispetto all’Europa un vantaggio di conoscenze e di capacità militari?
– Sì, nel senso che la Russia si sta creando un’esperienza che adesso manca agli europei. Oggi solamente due eserciti sono in grado di combattere una guerra ad alta intensità come quella che vediamo: quello russo e quello ucraino. Gli eserciti dei Paesi occidentali, invece, pur essendo dotati di attrezzatture e armamenti ad alta tecnologia, sono decenni che non sperimentano una guerra del genere e hanno elaborato dottrine militari non adeguate a questo scenario. L’unica guerra in un certo senso paragonabile è quella degli USA in Vietnam, deve ebbero “appena” 50mila vittime, mentre per il conflitto ucraino siamo nell’ordine delle centinaia di migliaia di caduti.
I russi, da parte loro, hanno avuto la possibilità di confrontarsi direttamente con le armi e i mezzi corazzati occidentali forniti a Kiev: ora ne conoscono le caratteristiche, per averli combattuti e spesso distrutti o catturati, adattando la loro dottrina di impiego alla minaccia. Questo li ha portati a elaborare contromisure operative e a ottimizzare le risposte, come nel caso del comando Rubicon, sperimentato a Sudzha durante la controffensiva ucraina nella regione del Kursk, che ha reso coerente e ancor più risolutiva la nuova arma dei droni. All’inizio del conflitto erano avvantaggiati coi droni gli ucraini, ma ora il gap è ampiamente colmato. Certo, anche gli eserciti occidentali studiano quello che avviene sul campo e cercano di adattare le proprie dottrine e i propri mezzi, ma certamente non possono avere la prova concreta dei risultati se non per il tramite degli ucraini.
– Macron ha dichiarato che Trump potrebbe tradire l’Ucraina e indirettamente anche l’Occidente. Ma l’Europa non è stata forse tradita di più da Biden?
– Credo che questi “leak” telefonici fra Macron e gli altri leader europei siano stati voluti allo scopo di intimorire il presidente americano, del quale si sapeva o si intuiva la volontà di emanare la US National Security Strategy già citata. È notevole, per questo, che Trump sia riuscito a elaborarla e ufficializzarla avendo la meglio di una parte dell’establishment di Washington, che vorrebbe farlo cadere o almeno indebolirlo in vista delle elezioni di metà mandato per poi preparare la rivincita alle prossime presidenziali. Contro di lui c’è anche una parte dell’establishment militare, che anche in campagna elettorale non aveva mancato di far emergere la propria preferenza per i democratici fin dal 2020. Per questo, sono molto significative le affermazioni del nuovo “ministro della Guerra” Pete Hegseth nel corso di un recente incontro con gli alti vertici militari, con le quali ha stigmatizzato la deriva che le Forze Armate hanno subito in precedenza aprendosi alle istanze WOKE e LGBT che le avrebbero snaturate e indebolite. Affermazione ovvia ma non scontata, direi.
Insomma, per quel che ci riguarda, Trump pare intenzionato a delegare all’Europa la direzione dell’Alleanza Atlantica dal 2027, per concentrarsi sui propri interessi nazionali nel continente americano. Non credo che possa permettersi di ritirarsi completamente dalla sfera di influenza che gli USA si sono assicurati nel nostro continente, ma certamente sembra che l’Europa non rappresenti più la priorità sulla quale molti contavano. Un approccio completamente diverso da quello dei democratici che invece avevano lasciato intendere che stando al loro fianco avremmo avuto la meglio anche sulla Russia, a spese dell’Ucraina, con ottimi dividendi. Almeno, questo mi sembra di interpretare dalla strana ed inedita unanimità con la quale tutti i paesi dell’UE e della NATO si erano impegnati a chiudere ogni tentativo di negoziato, fin dall’inizio delle ostilità nel febbraio 2022, mettendosi disciplinatamente al seguito del Regno Unito che, pur avendo rinnegato l’UE con la Brexit, non disdegna di esercitarne la direzione reale.
Quindi, concordo sul fatto che se c’è qualcuno che ha tradito l’Europa questo è stato Biden che non ha fatto nulla, il contrario, per evitare una guerra civile continentale che ci sta erodendo dall’interno. Ovviamente, in campo russo queste novità sono molto gradite: la Russia non è più considerata il principale avversario da Washington, che anzi dichiara che la NATO deve smetterla di espandersi ad est, contraddicendo le narrative occidentali precedenti. Inoltre, la critica feroce alla caduta morale ed alla crisi identitaria europea, nonché l’invito ai Paesi europei a una maggiore tutela della propria sovranità contenute nella Direttiva Strategica, incrinano alla radice la supposta superiorità morale di Bruxelles incoraggiando i Paesi dell’Eurozona a concentrarsi maggiormente sui propri interessi, che non pare siano tra le priorità della Commissione europea.

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E’ direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E’ stato direttore responsabile della rivista “Casa e Dintorni”, responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell’assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos.


