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Uganda: francesi e cinesi investono nel boom petrolifero del Paese africano

La scomparsa del governatore della Banca centrale ugandese Emmanuel Tumusiime-Mutebile, deceduto lo scorso 23 gennaio, è stata un duro colpo per tutto il sistema politico ed economico del Paese. Il professor Mutabile è infatti unanimente considerato una figura iconica della storia recente dell’Uganda: governatore dal 2001, è stato acclamato per i risultati che ha portato allo sviluppo economico dello Stato africano negli ultimi due decenni. Il sostituto ad interim è il suo vice Michael Atingi EgoDeputy Governor dal 2020, ma non sarà facile decidere il nome del nuovo governatore: la dipartita di Mutebile ha già provocato confusione al punto che la Banca Centrale è dovuta intervenire pubblicamente per smentire le voci che circolavano sui media a proposito della cessazione del corso legale delle banconote che recano la firma dell’ex governatore. Dalla capitale Kampala, la Banca ha fatto sapere che le banconote rimangono valide e ha invitato i cittadini a ignorare le informazioni false. 

Mutebile se ne è andato in un momento potenzialmente cruciale per il benessere dell’Uganda: la firma dell’accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi scoperti 16 anni fa presso il lago Alberto, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. La francese TotalEnergies e la cinese CNOOC (China National Offshore Oil Corporation) investiranno 8,9 miliardi di euro nel progetto di estrazione del greggio dal suolo ugandese. Già da diversi anni si cercava la maniera di concludere un accordo del genere e cominciare finalmente a pompare greggio, ma Mutebile ha sempre insistito affinché i proventi fossero assolutamente trasparenti e utilizzati per mantenere la stabilità macroeconomica e migliorare le condizioni del Paese: proprio per questo motivo, nel 2010 aveva minacciato le dimissioni, mentre due anni fa aveva avvertito del rischio di indebitamento eccessivo stimolato dalle aspettative dei guadagni che sarebbero arrivati dall’oro nero. La sua prudenza verso il possibile boom petrolifero si è rivelata corretta, perché lo sfruttamento delle risorse non è ancora iniziato e si prevede che non comincerà prima del 2023. Critiche verso il progetto dei due colossi dell’oil&gas sono arrivate anche dalle associazioni ambientaliste e da quelle che si battono per i diritti umani: le perforazioni e la posa delle condutture, infatti, non solo minacciano di danneggiare seriamente la biodiversità e il rispetto degli impegni climatici presi a Parigi nel 2015, ma per far posto alle tubature lunghe 1400 chilometri che devono raggiungere le coste della Tanzania potrebbero perdere casa e terreni quasi 12mila persone. Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni ha invece accolto con grande entusiasmo il piano petrolifero, che potrebbe aiutare a sollevare l’economia ugandese portandola a un livello di reddito pro capite medio-alto; inoltre ha liquidato con fastidio le accuse delle ONG affermando che il governo non ha nulla da nascondere, anche se effettivamente i sospetti di corruzione e le lentezze della burocrazia hanno fatto ritardare di anni l’effettivo inizio dei lavori. Patrick Pouyanne, amministratore delegato di TotalEnergies, ha dichiarato che l’azienda è perfettamente consapevole della questione ambientale posta dal progetto e del delicato equilibrio naturale dei luoghi in cui opereranno.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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