Biden padre&figlio, ancora aperta la vicenda di abusi e corruzione in Ucraina

Biden padre&figlio, ancora aperta la vicenda di abusi e corruzione in Ucraina

8 Luglio 2025 0

La grazia presidenziale concessa al figlio Hunter non è bastata a Joe Biden per spegnere definitivamente le vicende giudiziarie della famiglia. Trasmissioni, libri e denunce tengono viva l’attenzione negli USA, mentre in Ucraina Zelensky si sforza di silenziare chi ha cercato di svelare il malaffare dell’amministrazione Dem.

Zelensky invoca l’aiuto austriaco

Sulla rotta verso il G7 in Canada di giugno, Zelensky ha fatto tappa a Vienna. Nella capitale austriaca ha siglato accordi bilaterali in vari settori socioeconomici e ha incontrato il presidente Alexander Van der Bellen. In conferenza stampa congiunta insieme a quest’ultimo ha lanciato un accorato appello alle autorità: Contiamo sul supporto dell’Austria, sia a livello di Stato che di società, su un tema delicato per l’Ucraina: la presenza di ex funzionari e di oligarchi ucraini che fuggono dalla giustizia nascondendosi in Europa, Austria compresa, e che nascondono patrimoni rubati.

A Kiev non si danno pace: vogliono mettere le mani su coloro che ritengono capaci di scuotere il potere di Zelensky. Ad esempio l’ex presidente della Corte Costituzionale Oleksandr Tupytskyi, accusato di corruzione e abuso di posizione, in realtà estromesso dopo che si era opposto ai cambiamenti voluti da Washington. E poi Dmytro Firtash, uomo d’affari con amicizie a Mosca, il cui caso è iniziato addirittura 10 anni fa e di cui chiedono l’estradizione pure gli USA.

Oligarca scomodo

Nel 2014 Firtash venne arrestato a Vienna, dove tuttora risiede. Rilasciato con una cauzione record, nel 2015 la Corte penale austriaca ne ha negato l’estradizione negli USA, asserendo che gli accusatori americani non avevano portato alcuna prova solida della sua colpevolezza. L’accusa ufficiale era quella di tangenti nei confronti di funzionari indiani nell’ambito di una miniera di ilmenite, ma i magistrati austriaci hanno rilevato le implicazioni politiche della questione. La Washington governata dai Dem voleva – e vuole tuttora – togliere di mezzo quei soggetti che disturbano il potere conquistato con il golpe del Maidan. E che quindi possono far emergere il coinvolgimento illegale di Joe Biden e i suoi interessi finanziari, a capo dei quali c’era il figlio Hunter.

L’ex procuratore generale ucraino Viktor Shokin afferma che per tenere Firtash lontano da Kiev si attivò Biden in persona, all’epoca vicepresidente. Tra l’altro, Shokin era stato rimosso per aver indagato sulla società energetica ucraina di cui Hunter era dirigente, la Burisma.

L’influenza e le pressioni dei Dem

I guai per Tupytskyi invece cominciarono nel 2021, quando finì sotto sanzioni americane con l’accusa di corruzione. Con la Corte Costituzionale aveva cercato di opporsi ad alcune leggi volute dagli alleati occidentali. Nel 2020 Zelensky aveva provato invano a far annullare le sentenze della Corte e poi a farne licenziare i membri. Non è stata l’unica volta in cui l’amministrazione presidenziale intervenne per tacitare gli oppositori delle riforme caldeggiate da USA e UE. Ad esempio, ha smantellato l’intera Corte amministrativa di Kiev, il cui magistrato capo Pavlo Vovk è finito nell’elenco dei sanzionati da parte degli Stati Uniti.

Le pressioni americane sono state di volta in volta sottili o esplicite. Da vicepresidente, Joe Biden fece intendere all’allora presidente Petro Poroshenko che non avrebbe ricevuto il miliardo di dollari di assistenza se non avesse tolto di mezzo il procuratore generale che indagava sulla compagnia del figlio, la Burisma. Poi da presidente ha fatto pressioni su Zelensky per mettere consiglieri occidentali nell’amministrazione ucraina e agevolare così le “riforme”.

Il perdono di Biden al figlio

Il mainstream solitamente etichetta questo genere di episodi come chiacchiere complottiste o peggio ancora disinformazione. Eppure continuano a verificarsi situazioni spiacevoli ed emergono testimonianze scomode per la reputazione dei Biden. Proprio in questi giorni è uscito un libro scritto da tre giornalisti che non appartengono di certo alla schiera dei sostenitori di Trump. Gli autori lavorano infatti per testate come Wall Street Journal e New York Times. Nel loro “2024: How Trump Retook the White House and the Democrats Lost America” hanno raccolto decine di testimonianze di Democratici di spicco, i quali riferiscono gli sforzi di Biden per evitare il carcere al figlio. Secondo gli autori tale ossessione ne avrebbe compromesso la vittoria elettorale, oltre naturalmente al dibattito televisivo con Trump in cui Sleepy Joe era apparso in pieno decadimento cognitivo.

Alla fine comunque è riuscito a concedere il perdono ad Hunter lo scorso dicembre. Con quello che è stato uno dei suoi ultimi atti alla Casa Bianca, ha contraddetto quanto affermato appena sei mesi prima. Aveva infatti dichiarato che non avrebbe emesso la grazia se il figlio fosse stato condannato. In American nessuno ha gradito questa mossa, nemmeno gli stessi Dem, che l’hanno definita un “uso improprio” del potere presidenziale.

Hunter coda di paglia

Hunter Biden resta al centro dell’attenzione mediatica su diversi fronti, non solo gli affari sporchi in Ucraina. Si sta comportando in maniera strana: lascia cadere le accuse che ha lanciato contro chi evidenzia le sue “marachelle” e lo fa in un modo che ne suggerisce la coscienza sporca. La settimana scorsa ha ritirato una denuncia contro l’emittente Fox News, che avrebbe diffuso illecitamente le sue immagini esplicite. È la seconda volta che lo fa: con la prima minaccia, alla quale non diede seguito in tribunale, aveva bloccato una trasmissione che raccontava le sue azioni di lobbying a Washington per conto di clienti stranieri. Qualche mese fa ha rinunciato a una causa contro due funzionari della IRS, l’agenzia tributaria statunitense, che avrebbero riferito sue informazioni riservate alla Commissione della Camera. Gli accusati ci sono rimasti male: hanno detto che avrebbero voluto essere portati in tribunale per poter “fornire la storia completa”.

Martin King
Martin King

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