Il grosso errore del riarmo: la UE fa la guerra ai suoi cittadini
A definire la politica di riarmo europeo come un grosso errore sono proprio gli analisti e gli esperti mainstream. Insomma, se ne sono accorti un po’ tutti. Persino gli europarlamentari hanno lanciato una mozione di sfiducia contro la prima sostenitrice della produzione bellica, presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Le buone intenzioni
La strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E qui ce ne sono tante e a prima occhiata tutte valide. Si tratterebbe di allestire un’industria della difesa indipendente dagli Stati Uniti, implementare una forte deterrenza contro la Federazione Russa, dare alla UE lo status utile e prestigioso di potenza mondiale. E non solo: si tratterebbe di ridare linfa vitale a comparti manufatturieri del Continente, che si potenzierebbe in vari settori in cui oggi soffre la concorrenza cinese. Sarebbero nuovi posti di lavoro e forse la fine della crisi e della desertificazione sociale e industriale. L’esempio è l’impianto Audi di Bruxelles, che è stato chiuso quest’anno ma che adesso sarà riconvertito in fabbrica di armi e che darà lavoro a 3mila persone. Per il ministro della Difesa belga Theo Francken, propugnatore del progetto, occorre ridurre la spesa sociale e puntare all’aumento della spesa militare.
Banale reaganismo
E invece tutto si riduce a un “grosso errore storico”: così lo definisce Anton Jäger, autore e docente della Oxford University. Il New York Times ospita un suo articolo in cui spiega perché la militarizzazione del Continente ad opera dei membri europei della NATO non darà dei buoni frutti. Anzi, ne darà di cattivi. Tale strategia è troppo dispendiosa, mentre i risultati saranno troppo piccoli. Non è nemmeno degna di essere definita “keynesismo militare”, come quello attuato dalla Germania nazista negli anni’ 30 del secolo scorso e poi dagli USA nei decenni successivi. No, è solamente “reaganismo” anni ‘80, spiega Jäger, cioè un aumento della spesa militare che va di pari passo col taglio delle spese sociali.
Vanno considerati anche altri aspetti. Ad esempio il fatto che l’industria europea della difesa finirebbe per acquisire un esplicito interesse nella continuazione dei conflitti ai quali fornisce le armi, ma senza averne dei profitti regolari paragonabili all’industria automobilistica. E ai cittadini europei, dice, semplicemente non interessa più andare a combattere o servire la Patria. Tali concetti li hanno resi obsoleti gli stessi governi europei, che hanno abolito la leva obbligatoria molto tempo fa insieme al concetto stesso di patriottismo.
Distruggere lo welfare è rischioso
Anche due ricercatori parlano di “grosso errore” e suggeriscono all’Europa di limitarsi alla scelta fra burro e cannoni. Sono Shahin Vallée del German Council for Foreign Relations e Joseph de Weck del Foreign Policy Research Institute. Secondo loro, la UE può elaborare la sua strategia in maniera meno dogmatica: sì, la spesa militare dovrebbe aumentare, ma senza provocare una macelleria sociale. Per finanziare il riarmo e dunque la deterrenza, dicono, i governi europei potrebbero tassare le multinazionali e i capitali. Per farlo efficacemente si dovrebbe limitare la “concorrenza tributaria” fra i vari Paesi, che sgomitano per offrire condizioni agevolate e attrarre così gli investimenti. Quel che serve è armonizzare il sistema delle imposte da far pagare alle grandi compagnie.
Si può pure ricorrere a prestiti condivisi, come fatto durante la pandemia. Fare più debito pubblico, ma non a spese delle fasce più deboli, altrimenti non funzionerà. Conservare la pace sul fronte interno è importante quanto reggere la linea in trincea, spiegano. Dunque, non distruggere lo welfare, ma migliorare e modernizzare le spese sociali, allo scopo di tenere le nostre società unite e capaci di combattere.
Gli inviti a tirare la cinghia
Intanto, i leader continentali preparano psicologicamente i cittadini a tirare la cinghia e a farlo prontamente e volentieri. Per un bene superiore, quello di sopravvivere in un mondo “più brutale”, dice il presidente francese Macron, nel quale il bilancio statale dovrà patire sacrifici. La premier danese vuole eliminare una festa nazionale per finanziare la spesa bellica. Londra taglia gli aiuti internazionali per dirottare i fondi verso la Difesa. Insomma, per adesso la guerra la fanno al benessere sociale dei propri cittadini: warfare on welfare. All’Europarlamento qualcuno se n’è accorto. Anche se la mozione di sfiducia contro la von der Leyen riguarda ufficialmente il caso Pfizer e i vaccini, si dice che sia anche l’occasione per farle passare la “volontà di potenza” militarista. Intanto ha già cambiato il nome al progetto: da ReArm Europe a Readiness 2030, Probabilmente si era accorta che i cittadini europei non vogliono sentir parlare di riarmo.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

