Libia: la missione Ue fermata a Bengasi, tra dispute interne e agende internazionali

Libia: la missione Ue fermata a Bengasi, tra dispute interne e agende internazionali

9 Luglio 2025 0

La complessa rete di relazioni tra i governi libici rivali, le milizie locali e le crescenti influenze straniere sembra essere la chiave di lettura dietro il respingimento della delegazione europea a Bengasi ieri, 8 luglio. La missione, che includeva il commissario UE per la Migrazione Magnus Brunner, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi e gli omologhi di Grecia e Malta, mirava a un confronto sia con il Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli che con le autorità orientali.

Tuttavia, la vicenda ha evidenziato le profonde spaccature politiche e di sicurezza in Libia, con significative implicazioni per la gestione dei flussi migratori e la stabilità regionale. Le indiscrezioni trapelate dall’incontro della delegazione europea a Tripoli, avvenuto prima del previsto incontro con il feldmaresciallo Khalifa Haftar, suggeriscono che il primo ministro del GNU, Abdul Hamid Dabaiba, abbia chiesto supporto per la sua “guerra contro la forza deterrente” e per risolvere un “problema con Rada” nell’ambito di un’operazione annunciata contro i trafficanti.

La Forza Speciale di Deterrenza (Rada) è una potente unità di polizia militare di Tripoli, ufficialmente affiliata al Consiglio Presidenziale (un organo tripartito creato in un processo a guida ONU per garantire l’equilibrio tra le parti internazionali coinvolte nella questione libica), che si è opposto al suo scioglimento. Nata per contrastare terrorismo e criminalità organizzata, inclusi rapimenti e traffico di migranti, Rada è tra le milizie più influenti a Tripoli e controlla l’aeroporto di Mitiga, l’unico scalo attivo nella capitale.

Possibili nuovi attriti a Tripoli e nella regione occidentale

Nonostante la sua affiliazione ufficiale, l’autonomia e il potere di Rada hanno generato tensioni e controversie. Già in passato sono stati evidenziati contatti tra il gruppo e le forze del generale Haftar, con Rada che mantenne una posizione di non intervento durante il conflitto del 2019.

La richiesta di Dabaiba di “aiuto nella sua guerra contro la forza deterrente” e il riferimento ai trafficanti, nella logica libica del “o con me o contro di me”, suggerisce una possibile operazione di sicurezza che potrebbe non limitarsi ai “trafficanti”, ma estendersi a qualsiasi fazione armata che si opponga all’autorità dell’esecutivo di Tripoli. Ciò potrebbe portare a nuovi attriti con Rada e con altri gruppi armati operanti a ovest della capitale, come quelli di Zawiya e Sabrata, direttamente coinvolti sia nel contrasto che nel traffico di ogni genere, inclusa la tratta di esseri umani.

Queste tensioni derivano non solo da questioni di controllo e autorità delle milizie, ma anche da equilibri internazionali e dagli obiettivi di attori esterni che hanno prepotentemente riaffermato la loro presenza in Libia, in particolare Russia e Turchia.

Preoccupazioni per i flussi migratori in aumento

Le operazioni contro i trafficanti sono un punto sensibile, data la vulnerabilità dei migranti in Libia e le accuse di coinvolgimento di attori statali e non statali nel traffico e nella detenzione abusiva. Le autorità libiche hanno dimostrato una capacità limitata di indagare e perseguire i crimini di tratta, e le milizie, inclusa Rada, sono state oggetto di segnalazioni e preoccupazioni da parte di organizzazioni per i diritti umani.

L’amministrazione della Libia orientale, guidata da Osama Hamad, ha accusato la delegazione europea di “palese violazione delle norme diplomatiche”, si legge nella dichiarazione con la quale è stato notificato a tutti “l’obbligo di lasciare il territorio libico quali personae non gratae”. Fonti qualificate hanno parlato di “un’incomprensione protocollare non gestita dalla rappresentanza italiana”, ma le opposizioni al governo italiano hanno strumentalizzato la vicenda, col rischio di facilitare eventuali attori terzi qualora un’interferenza esterna venisse dimostrata nelle prossime ore.

Infatti, se la missione di Dabaiba contro le milizie a Tripoli possa essere lodevole ed essenziale per qualsiasi futuro processo politico di successo, sul tavolo attualmente ci sarebbero due scenari. Il primo prevede una nuova formazione governativa a Tripoli con ministri proposti dal generale Haftar, la seconda invece sostenuta dal parlamento e da alcuni suoi sostenitori stranieri che preferisce la rimozione di Dabaiba e un nuovo esecutivo, frutto di un processo intra libico attraverso l’approvazione delle due Camere, Alto Consiglio di Stato (Hcs) e Camera dei rappresentanti (HoR). Un’ipotesi quest’ultima che la comunità internazionale guarda con scetticismo data la scarsa legittimità di questi due corpi, ormai svuotati dall’interno per diatribe interne, fomentate da terze parti che ne hanno tratto indubbiamente vantaggio.

Equilibrismi internazionali e scenari futuri

La presunta richiesta di Dabaiba alla delegazione europea potrebbe essere stata percepita dal Governo di Stabilità Nazionale (GNS) guidato da Osama Hamad, con sede nell’est della Libia e sostenuto dal Generale Khalifa Haftar, come un tentativo di Dabaiba di ottenere legittimità e supporto internazionale a scapito delle forze dell’est.

È plausibile che il governo Hamad abbia interpretato la visita della delegazione europea esclusivamente al governo Dabaiba come un’esclusione e un’indicazione di favoritismo. Questa percezione potrebbe aver scatenato una reazione politica, mirando a riaffermare la propria presenza e influenza sulla scena internazionale. La Libia rimane divisa tra le due amministrazioni rivali, e ogni segnale di supporto internazionale a una parte piuttosto che all’altra può innescare tensioni.

La situazione in Libia è caratterizzata da una profonda instabilità e dalla coesistenza di due governi che si contendono la legittimità. Il Governo di unità nazionale (Gnu) di Dabaiba è riconosciuto dalle Nazioni Unite, mentre il Governo di stabilità nazionale (Gns) di Hamad opera nell’est del Paese con il sostegno del Parlamento di Tobruk e dell’Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar. In questo scenario frammentato, la cooperazione internazionale è fondamentale, ma deve navigare con cautela per evitare di inasprire ulteriormente le divisioni interne.

La questione del controllo delle milizie e della loro integrazione in un’unica struttura di sicurezza rimane una delle sfide più grandi per la stabilizzazione della Libia, mentre è naufragato nel nulla ogni appello a forze, mercenari e asset militari stranieri di abbandonare il paese.

La presenza militare russa

La presenza militare della Russia in Libia sta infatti assumendo dimensioni sempre più significative, trasformando il Paese nordafricano in un hub strategico per le operazioni di Mosca nel continente africano e nel Mediterraneo.

Questa espansione, segnata dal rafforzamento delle basi esistenti e dalla riattivazione di avamposti chiave nella regione meridionale, riflette una chiara ricalibrazione geopolitica del Cremlino, in parte accelerata dai recenti sviluppi in Siria. Secondo nostre fonti, la Russia sta ampliando la sua impronta militare in Libia, con particolare attenzione a basi come Maaten al Sarra, situata strategicamente al confine con Ciad e Sudan, Jufra e nei pressi dei giacimenti petroliferi. Queste basi, storicamente utilizzate negli anni ’80 durante i conflitti libico-ciadiani, è ora al centro di una vasta operazione russa volta a consolidare il controllo sulla regione del Sahel. Si prevede che Maaten al Sarra diventi un importante snodo logistico per le operazioni russe in Africa, facilitando il flusso di rifornimenti verso Mali, Burkina Faso e potenzialmente Sudan.

Oltre a Maaten al Sarra, Mosca ha intensificato le sue operazioni in altre importanti basi aeree libiche: al Khadim (est), al Jufra(centro), al Brak al Shati (sud-ovest di Sebha) e Al Qurdabiya(Sirte). Queste basi ospitano un’ampia gamma di equipaggiamenti militari, inclusi sistemi di difesa aerea, caccia MiG-29 e droni, e sono operate da un contingente misto di personale militare russo e mercenari, spesso identificati come parte dell’Africa Corps, l’evoluzione del Gruppo Wagner dopo la morte del suo fondatore. Si stima che circa 2.000 militari russi siano attualmente presenti in Libia.

Riposizionamento strategico russo ed obiettivi energetici

L’incremento della presenza russa in Libia è interpretato da molti analisti come un riposizionamento strategico a seguito della perdita di posizioni in Siria dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024.

Fonti autorevoli indicano un significativo traffico navale e aereo tra Siria e Libia, con navi da guerra russe avvistate nel porto di Tobruk, nella Libia orientale, sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar, una figura centrale nel conflitto libico e un punto di riferimento per Mosca. Si ritiene che la Russia abbia trasferito dalla Siria alla Libia sistemi d’arma avanzati, inclusi sistemi di difesa aerea S-300 e S-400, equipaggiamenti logistici e personale.

L’obiettivo di Mosca non è solo mantenere una presenza militare, ma anche assicurarsi il controllo diretto sulle risorse energetiche libiche – petrolio, gas e minerali – che sono diventate fondamentali per aggirare le sanzioni occidentali. La Libia, in questa prospettiva, rappresenta un’opportunità strategica per la Russia.

Proiezione di potenza nel Mediterraneo e interrogativi futuri

La Russia mira anche a ottenere diritti di attracco a lungo termine per le navi da guerra russe nei porti di Bengasi o Tobruk, entrambi a meno di 400 miglia dalla Grecia e dall’Italia.

Un tale accesso marittimo amplierebbe ulteriormente la proiezione di potenza navale russa nel Mediterraneo, in un’area densamente popolata da forze navali statunitensi e Nato. L’espansione militare russa in Libia, pur con le sfide e i rischi di destabilizzazione regionale che comporta, evidenzia la determinazione di Mosca a consolidare la sua influenza geopolitica e a diversificare i suoi asset strategici in un contesto di mutamenti globali. Alla luce di tutti questi sviluppi, chiedersi se c’è stata un’interferenza russa sull’impedimento alla delegazione europea di entrare a Bengasi è più che legittima, dato che difficilmente gli stakeholders libici prendono qualsiasi decisione senza aver ricevuto luce verde dai loro sponsors stranieri.

Che sia andata così è difficile dirlo con certezza, ma quel che è indubbio è che la presenza russa in Libia è ormai una realtà consolidata. L’Unione Europea, di fronte a questa crescente influenza, dovrà inevitabilmente fare i conti con tale scenario, dimostrando unità e coesione nelle sue future strategie diplomatiche e di sicurezza nella regione.

Vanessa Tomassini
Vanessa Tomassini

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