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Tregua israelo palestinese, Ilan Pappè: “Potremmo già iniziare il conto alla rovescia per il prossimo round”

E’ proprio di queste ore l’annuncio del presidente americano Joe Biden di aver chiesto al suo segretario di Stato, Antony Blinken di recarsi in Medioriente fino al 27 maggio per tentare di rafforzare e consolidare il cessate il fuoco perfezionato la scorsa settimana tra Israele e Gaza. La prima tappa del complesso viaggio di Blinken sarà Gerusalemme, per incontrare il presidente israeliano Reuven Rivlin, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi e altri alti funzionari. A seguire a Ramallah si relazionerà con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas, il premier Mohammad Shtayyeh e altri alti esponenti dell’Anp. E infine raggiunterà il Cairo dove proverà a trovare degli alleati nel presidente Abdel Fatah Al Sisi e il ministro degli Esteri Sameh Shoukry. La missione come affermato dal presidente Biden vuole “garantire che l’assistenza immediata raggiunga Gaza in un modo che avvantaggi le persone lì e non Hamas“, tentando di “evitare il rischio di ulteriori conflitti nei prossimi mesi“.

Proprio per analizzare la serietà del cessate il fuoco e comprendere quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza tra Israele e Hamas abbiamo interpellato lo studioso e professore universitario Ilan Pappé, noto esperto della questione Israele palestinese.

Infografica – La biografia dell’intervistato Illan Pappè

– Che cosa sta succedendo realmente tra Israele e Palestina?

– Si tratta di uno scontro fra un progetto di insediamento coloniale che ha dato luogo a uno Stato di coloni, uno Stato ad alta tecnologia, uno Stato con un esercito molto potente. Uno Stato che è democratico verso i propri cittadini ebrei, ma nel quale milioni di palestinesi si trovano sotto l’occupazione di una sorta di sistema simile all’apartheid. Quindi è in corso una lotta anticoloniale contro questo sistema, che sta proseguendo ancora oggi.

– Qual è la situazione a Gerusalemme est?

– Stanno continuando le politiche di pulizia etnica dei palestinesi al di fuori di Gerusalemme est, in particolare a Shaykh Jarrah.

– È causale che il conflitto sia scoppiato di nuovo con l’insediamento dell’amministrazione Biden?

– In realtà è qualcosa di meno importante di quel che sembra. Ciò che conta in termini di tempistica è che gli scontri sono ricominciati quando si è capito chiaramente che Benjamin Netanyahu non sarebbe riuscito a formare un governo.

– Si nota già un approccio diverso da parte dell’amministrazione Biden rispetto all’amministrazione Trump?

– Lo stile è differente e il dialogo con Israele è meno morbido, ma fino ad ora le politiche di fatto sono le medesime. Hanno permesso che gli attacchi continuassero, ma dobbiamo aspettare e vedere, perché adesso all’opera c’è un diverso Partito Democratico.

– L’attuale tregua è solo momentanea oppure è possibile ricostruire dei punti di contatto tra le due parti in conflitto?

– È molto difficile da stabilire, ma nel complesso possiamo dire che purtroppo potremmo già iniziare il conto alla rovescia per il prossimo round.

– Come giudica l’abbattimento della Torre dei media nella striscia di Gaza?

– Questo atto dimostra che Israele crede di essere immune da qualunque rimostranza internazionale, di avere una sorta di immunizzazione contro il rimprovero della comunità internazionale. E la reazione all’abbattimento della Torre ne è una perfetta dimostrazione.

– Che pensiero si è fatto sull’invasione di terra fake?

– La risposta rimanda a quanto ho detto prima: la manipolazione dei media stranieri, se effettuata da qualunque altro Stato, porterebbe a una condanna molto più seria da parte dei media internazionali, ma Israele sembra godere di uno status speciale.

– Nei giorni antecedenti ai primi grossi bombardamenti, il rabbino capo aveva lanciato un appello agli ebrei per evitare pestaggi di arabi. Quanto è frequente questo tipo di violenza?

– È una violenza che non capita spesso, ma capita. Poiché l’incitamento arriva dal Primo Ministro, che comprende nella sua coalizione partiti razzisti e neo-fascisti, si è creata un’atmosfera nella quale ci si sente legittimati a scatenare pogrom e a linciare i cittadini palestinesi di Israele.

– Che giudizio dà alla risposta internazionale al conflitto? Che cosa ne pensa dei veti al dibattito e alla condivisione di risoluzione posto dagli Stati Uniti?

– Come ho già detto, Biden parla in modo diverso, ma non agisce in modo molto differente dal suo predecessore. Lo stesso vale per le élite politiche dell’Occidente. Quindi è stato bello vedere come la società civile occidentale abbia dimostrato solidarietà diffusa e genuina verso i palestinesi, come mai prima d’ora.

– Il conflitto può ricompattare il fronte arabo islamico?

– Non so cosa sia il fronte arabo islamico, non esiste un fronte del genere. Ci sono posti come Gaza nei quali i partiti politici islamici hanno guadagnato popolarità, dove i movimenti secolari hanno fallito nella società. Tuttavia, ogni gruppo politico islamico è diverso dall’altro e possiedere delle differenziazioni al suo interno. Così, la vera battaglia entro il mondo arabo è quella tra regimi autoritari e movimenti per la democrazia.

– Che ruolo hanno nel conflitto Siria, Libano e Iran?

– Oggi la Siria ha un ruolo piccolo, perché sta ancora cercando il modo di uscire dalla terrificante guerra civile che vi si è svolta. Purtroppo la mancanza di controllo permette a Hezbollah e all’Iran di vedere in questa situazione una sorte di fronte in cui difendersi da Israele, mentre Israele vi vede un fronte contro di essi. Pure il Libano ha i suoi problemi e anche se alcuni gruppi di palestinesi al suo interno hanno espresso solidarietà durante l’ultima crisi, per il prossimo futuro non sembra vi saranno altri scontri con Israele. Come la Siria, il Libano resta parte della questione palestinese perché entrambi questi Paesi ospitano un gran numero di rifugiati palestines ai quali Israele non permette di ritornare. Per quanto riguarda l’Iran, esso compete con Israele e con altri Paesi per l’egemonia regionale e sta cercando di imporre una politica estera forte e di sostenere i gruppi sciiti intorno alla regione così come la causa palestinese. Anche l’Iran in quanto Stato e i suoi abitanti in quanto società beneficerebbero di una equa risoluzione della questione palestinese.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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