Sudan, Jan Egeland: “Il Sudan è teatro della più grave crisi umanitaria al mondo, eppure è politicamente emarginato”
Mentre l’attenzione globale resta concentrata sul logoramento del fronte ucraino e sulla catastrofe umana che sta consumando il Medio Oriente, l’opinione pubblica rischia di perdere di vista un altro baratro che si apre nel silenzio. In Sudan, la crisi umanitaria ha raggiunto proporzioni che richiamano ormai solo la ferocia del conflitto siriano.
La situazione sul campo
Quattordici milioni di sfollati, di cui 9,6 interni e 4 milioni fuggiti negli Stati confinanti, insieme a decine di migliaia di morti sono il bilancio di una guerra che dura da quasi tre anni. Il Paese rimane ostaggio degli scontri tra l’esercito regolare (Saf) e le potenti milizie paramilitari delle Rsf (Forze di supporto rapido). Dalle strade della capitale Khartoum, nel cuore del Paese, la violenza si è propagata verso ovest con ferocia sistematica. Nel Darfur occidentale, città come El Geneina e Nyala sono state testimoni della decimazione di intere comunità.
La caduta di El-Fasher, ultimo baluardo governativo nel Darfur del Nord, ha spinto il fronte dei combattimenti verso il Kordofan meridionale. Questa avanzata ha isolato intere province, rendendo impossibile documentare con precisione l’entità delle violenze o far arrivare soccorsi umanitari. I massacri di El-Fasher sono esplosi il 26 ottobre scorso, subito dopo la conquista della città da parte delle milizie.
Quello che era l’ultimo bastione delle forze armate regolari in Darfur è diventato il teatro di un orrore documentato anche dalle immagini satellitari dello Yale Humanitarian Research Lab. Dopo un assedio durato diciotto mesi, le Rsf hanno scatenato una campagna di esecuzioni di massa che ha causato tra le 2.500 e le 27.000 vittime civili in pochi giorni. I roghi umani e gli attacchi ai campi profughi hanno colpito in modo mirato i gruppi etnici Zaghawa e Masalit, rievocando lo spettro del genocidio del 2003.
Il disastro umanitario
Eppure oggi i numeri non bastano più a raccontare quello che sta succedendo. L’ultimo rapporto della Missione conoscitiva delle Nazioni Unite, pubblicato lo scorso 19 febbraio, descrive una realtà fatta di assedio prolungato, fame e negazione degli aiuti umanitari. Le indagini confermano che alle uccisioni di massa sono seguiti stupri, torture e sparizioni forzate, in una spirale di violenza che continua a travolgere i civili nel silenzio internazionale.
Proprio mentre il conflitto si espande verso il Kordofan sradicando oltre un milione di persone, queste province diventano le più pericolose e trascurate del pianeta. In questo scenario Jan Egeland, Segretario generale del Norwegian Refugee Council (Nrc), è andato sul campo per testimoniare l’orrore. Abbiamo raccolto la sua analisi sul fallimento della comunità internazionale di fronte a un’atrocità dimenticata o forse, che è anche peggio, neanche considerata.
Il suo ultimo rapporto parla di un “conto alla rovescia per la catastrofe”. Quali aree del Paese rischiano oggi di sparire definitivamente dai radar internazionali e quale leva manca, concretamente, per imporre un cessate il fuoco?
Il Kordofan meridionale è già il fronte più pericoloso e trascurato del Sudan. Kadugli sta affrontando una situazione di carestia. Dilling non è da meno. Alcune zone dei Monti Nuba stanno accogliendo ondate su ondate di famiglie sfollate senza quasi alcun sostegno. Si tratta di luoghi che rischiano davvero di scomparire dai radar mondiali mentre la sofferenza aumenta. Quando le vie di comunicazione vengono chiuse e i convogli umanitari subiscono ritardi o attacchi, le comunità perdono sia l’assistenza che la visibilità.
Siamo lontani da qualsiasi significativa riduzione della tensione. I civili sono bombardati, affamati e isolati. Ciò che manca è la volontà politica. Abbiamo bisogno di una pressione costante su tutte le parti in conflitto e su coloro che le sostengono affinché consentano l’accesso umanitario e proteggano i civili. Senza conseguenze per il blocco degli aiuti e gli attacchi alle città, lo scenario da incubo si aggraverà.
Nel marzo 2025, l’Unicef ha documentato 221 casi di bambini stuprati da uomini armati. La violenza di genere sembra essere diventata una deliberata arma di guerra. Durante la sua missione ha raccolto testimonianze dirette di queste atrocità o prove di uno sfruttamento sistematico di donne e minori? In quali località ha riscontrato le situazioni più critiche?
In tutto il Sud Kordofan, i civili ci hanno raccontato delle condizioni estreme da cui sono fuggiti. Attacchi indiscriminati, fame usata come arma, intimidazioni, saccheggi e uccisioni. Le donne e i bambini sono particolarmente esposti e molti hanno assistito a orrori, durante gli assedi e mentre fuggivano attraverso le linee del fronte. I bambini hanno pianto per giorni per la fame e la sete. Siamo profondamente preoccupati per le segnalazioni attendibili provenienti da tutto il Sudan di violenze e sfruttamento sessuale.
Qualsiasi violazione del diritto internazionale umanitario deve essere oggetto di indagini indipendenti e i sopravvissuti devono ricevere protezione e sostegno. Una cosa è chiara: sono i civili a pagare il prezzo di questa guerra.
Lei ha avvertito che la storia ci giudicherà se abbandoniamo ancora il Sudan. Perché la comunità internazionale resta inerte e quale messaggio rivolge alle istituzioni europee che sottovalutano il costo umano dietro le catene di approvvigionamento dei mercati globali?
Il Sudan è teatro della più grave crisi umanitaria al mondo, eppure è politicamente emarginato. Dopo 1.000 giorni di guerra, stiamo nuovamente permettendo che le città siano ridotte alla fame e bombardate senza suscitare grande indignazione. Perché? C’è stanchezza nei confronti delle crisi. Ci sono priorità geopolitiche contrastanti. E c’è insufficiente coraggio politico. Il mio messaggio ai leader europei è semplice: non potete separare le catene di approvvigionamento, i dibattiti sulla migrazione e i mercati globali dalle sofferenze che alimentano l’instabilità. Il costo dell’inazione non rimarrà confinato entro i confini del Sudan. La storia ci giudicherà se abbandoneremo nuovamente i civili quando abbiamo ancora tempo per agire.
Nel solo Kordofan si conta oltre un milione di sfollati interni in condizioni di estrema vulnerabilità. Teme che questa massa di persone in fuga possa alimentare le reti del traffico di esseri umani e come si possono proteggere i civili dallo sfruttamento criminale lungo le rotte verso i confini?
Solo nel Kordofan ci sono più di un milione di sfollati. Molti sono fuggiti attraverso linee del fronte attive senza nulla. Questo livello di vulnerabilità espone inevitabilmente le persone, in particolare le donne e i bambini non accompagnati, alla tratta, allo sfruttamento e agli abusi. Siamo estremamente preoccupati. Quando le famiglie sono affamate, traumatizzate e alla disperata ricerca di sicurezza, le reti criminali prosperano.
La protezione deve essere considerata come un’attività salvavita. Ciò significa corridoi umanitari sicuri, assistenza in denaro affinché le famiglie non siano costrette ad adottare strategie di sopravvivenza dannose, sistemi di accoglienza funzionanti nelle zone di sfollamento e sostegno agli operatori locali, che spesso sono l’unica presenza protettiva sul campo.
Ha elogiato i soccorritori locali che continuano a operare nonostante le violenze sistematiche. Considerato che sono spesso i primi bersagli dei gruppi armati, come può la comunità internazionale garantire una protezione reale a chi difende i più vulnerabili sul campo?
Gli operatori locali stanno tenendo duro sotto una pressione inimmaginabile. In alcune zone, sono gli unici a gestire mense comunitarie, evacuare famiglie, sostenere i sopravvissuti e mantenere aperte le scuole. Ma sono esausti, sottofinanziati ed esposti a enormi rischi personali. La comunità internazionale deve finanziarli in modo diretto e flessibile, fornire garanzie di protezione attraverso l’impegno politico e garantire il rispetto dell’accesso umanitario. Senza un sostegno costante ai soccorritori locali, intere parti del Kordofan meridionale non riceverebbero alcuna assistenza.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.



