I timori e le riserve dei Paesi membri all’ingresso dell’Ucraina nella UE

I timori e le riserve dei Paesi membri all’ingresso dell’Ucraina nella UE

25 Marzo 2026 0

A differenza di quanto si potrebbe pensare a fare resistenza all’ingresso di Kiev nell’Unione Europea non è la Russia, ma sono gli stessi Paesi membri. Come fa notare la rivista americana Responsible Statecraft, nessuno può o vuole fissare una data di adesione, ma si chiedono garanzie a che il percorso agevolato finora concesso all’Ucraina non diventi un precedente pericoloso che eroda il prestigio e la credibilità di Bruxelles verso gli europei stessi.

Frustrazione a Kiev

Cresce la frustrazione sul percorso ucraino verso la UE. A mettere ostacoli sul cammino non è più la Russia, che ha lasciato cadere le sue obiezioni all’adesione di Kiev, la quale rappresentava una delle richieste principali dei manifestanti del Maidan nel 2014. Il problema oggi deriva dalla grave difficoltà dell’Unione Europea di ammorbidire le sue norme a beneficio dell’Ucraina, il cui presidente Zelensky afferma che qualsiasi piano di pace deve necessariamente includere non soltanto “garanzie salde e concrete” che il suo Paese diventi un membro della UE, ma anche la “data precisa” di accesso. Per lui dovrà essere il 2027. E si dice sicuro del supporto dei partner occidentali alla sua posizione.

Sebbene la gran parte dei leader europei sostenga con forza l’adesione ucraina, vi è parecchia resistenza alle modifiche alle norme che reggono tale processo. Sono regole ormai stabilite e consolidate da tempo che determinano i parametri legali e amministrativi che uno Stato deve soddisfare per entrare nel consesso di Bruxelles. Si è parlato di un piano di “membership leggera” o anche di “allargamento a ritroso” pur di concepire un’ammissione rapida dell’Ucraina, ma tali idee sono state scartate. La proposta di una membership senza benefici (quindi diritto di voto e di finanziamento), presentata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è stata bloccata da Berlino e Parigi in quanto “irrealistica”. Tedeschi e francesi fanno notare la mancanza di consenso al riguardo da parte degli altri membri. Un funzionario europeo ha detto: Non credo che a molti di noi piacesse davvero questo piano.

Tempistiche irrealistiche

La durata del processo di adesione di un Paese candidato dipende dalle riforme legislative che applica al fine di adeguarsi al cosiddetto acquis, una cornice legale e normativa che comprende tutti gli aspetti necessari. I suoi 33 capitoli, negoziati in modo distinto, garantiscono la conformità al modo democratico di governo, al rispetto dei diritti umani, allo stato di diritto, all’economia di mercato. Mediamente occorrono dai 7 ai 9 anni per entrare nella UE, come avvenuto ad esempio per la Polonia e per le Repubbliche baltiche, le cui riforme istituzionali, giuridiche ed economiche erano molto più avanti di quelle che ha fatto finora l’Ucraina. Altri Stati hanno fatto dei progressi sul percorso, come l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, la Macedonia del Nord e la Serbia.

Ucraina, Moldavia e Georgia hanno ottenuto nel 2022 lo status di Paesi-candidati, mentre i colloqui con la Turchia sono fermi da molto tempo, pur essendo ancora formalmente aperti. A Bruxelles si parla di “accesso agevolato” per Kiev, ma sarebbe almeno per il 2030: così in fretta ci sono riuscite sono Finlandia e Svezia. Il cancelliere tedesco Merz ha di recente affermato che l’ingresso ucraino nel 2027 è “fuori discussione”, “impossibile”. Ha ipotizzato che possa avvenire non prima del 2035, dunque in linea coi casi precedenti.

Ora è Zelensky che vorrebbe riformare l’Unione Europa…

Mentre le condizioni di adesione alle UE diventano più chiare, Zelensky mostra talvolta frustrazione verso l’Europa. Nel suo discorso tenuto a gennaio allo World Economic Forum di Davos, ha espresso tale sentimento quando ha affermato che l’Europa è solo geografia e non una grande potenza e l’ha chiamata “insalata di piccole e medie potenze”. L’ha accusata di “amare le discussioni sul futuro senza però intraprendere azioni già oggi” e ha detto che “troppo spesso c’è qualcosa di più urgente della giustizia”. Se l’è presa con l’Ungheria di Orban, dicendo che “i Victor che vivono approfittando dei denari europei meritano uno schiaffo in testa”.

A dicembre la UE aveva dovuto rinunciare al suo piano di utilizzare i beni russi congelati tenuti dalla società Euroclear con sede in Belgio. Ha così offerto al loro posto un prestito da 90 miliardi per foraggiare il bilancio statale ucraino per i prossimi due anni di guerra. Ora Kiev rischia la bancarotta. Orban aveva acconsentito a non bloccare il prestito, ma ora lo ha rimesso perché è dalla fine di gennaio che il petrolio russo destinato a Ungheria e Slovacchia che giungeva tramite l’oleodotto Druzhba non arriva più.

L’oleodotto Druzhba

L’Ucraina afferma che ad aver danneggiato l’oleodotto è stato un attacco aereo russo, ma adesso che Orban ha bloccato il prestito, Zelensky sembra pure aver minacciato la vita del premier ungherese. Ha infatti detto di sperare che “nessuno nella UE voglia davvero mettere il veto ai 90 miliardi, perché altrimenti daremo alle forze armate l’indirizzo di quella persona così che potranno chiamarlo e parlare con lui nella sua lingua”. Il portavoce UE Olof Gill ha emesso un rimprovero verso il presidente ucraino: “Non devono esserci minacce verso Paesi membri”. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha pubblicamente criticato le parole di Zelensky. Il 18 marzo la UE ha annunciato che manderà degli esperti a riparare l’oleodotto, ma Orban ha fatto sapere che non toglierà il veto finché non riprenderà l’afflusso di petrolio lungo le condutture del Druzhba.

Il premier magiaro ha pure accusato la Commissione e lo stesso Zelensky di aver deliberatamente interrotto le forniture verso l’Ungheria e di lavorare per la sua sconfitta alle elezioni del prossimo 12 aprile. Le interferenze ucraine sono uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Nel discorso tenuto davanti a migliaia di sostenitori il 15 marzo, giorno della festa nazionale ungherese, ha proclamato: Vedi tutto questo, Zelensky? Pensi che minacciando i nostri leader potrai spaventarci? E ha aggiunto: I nostri figli non moriranno per l’Ucraina, ma vivranno per l’Ungheria. A un recente raduno, Orban ha definito il presidente ucraino “un comico minore che si immagina arbitro del destino di un grande continente”, he chiede “a tutta l’Europa di seguirlo nell’abisso” e “osa mormorare minacce contro l’Ungheria”.

Un percorso necessario

E ci sono altri membri della UE che vogliono garantire i propri interessi con le stesse condizioni di accesso che verrebbero concesse a Kiev. L’ex ambasciatore ucraino presso la UE Olha Stefanishyna ha rivelato esservi più di uno Stato, e cioè non solamente l’Ungheria, che è inquieto per l’adesione del suo Paese. Pure il presidente polacco Karol Nawrocki ha espresso delle riserve. La membership dell’Ucraina sarebbe un caso unico e senza precedenti perché si tratta di un Paese in guerra. E poi la flessibilità di Bruxelles è limitata dai suoi stessi criteri di ammissione e della necessità che non vi siano favoritismi. Oltre all’impegno nel conflitto esistenziale con la Russia, l’Ucraina ha dei problemi di corruzione, di democrazia e di protezione culturale, linguistica e religiosa delle sue minoranze etniche.

Molti membri UE temono che un’accettazione rapida e agevolata di Kiev danneggerebbe la credibilità delle regole di ammissione all’Unione e generi un precedente pericoloso. Non c’è dubbio che la maggioranza dei Paesi membri comprenda come la membership ucraina possieda uno speciale significato di carattere geopolitico e sia un impegno a dare priorità a Kiev. Ma la UE non potrà fissare una data specifica per la conclusione dei negoziati di accesso, perché ciò eliminerebbe l’autorità di Bruxelles nel richiedere che vengano fatte le riforme sostanziali che sono alla base dei criteri di ammissione.

Redazione Strumenti Politici
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