Professor Paolo Guerrieri: “L’ordine di Bretton Woods non tornerà più. Siamo al mondo del G0”
L’ordine internazionale non è stato un’imposizione dei più forti sui più deboli. È stato costruito nel corso dei secoli da paesi grandi e piccoli, e gli incentivi alla cooperazione restano forti.
Con queste parole la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, intervenendo alla Columbia Law School di New York, ha invitato a non considerare definitivamente tramontata l’architettura globale nata nel secondo dopoguerra. Piuttosto, ha sostenuto, quell’ordine — fondato su istituzioni come le Nazioni Unite, il sistema di Bretton Woods, il GATT e poi l’Organizzazione mondiale del commercio — dovrebbe essere aggiornato attraverso “riforme pragmatiche che riflettano il mondo così com’è”.
Un appello che riapre il dibattito su un interrogativo cruciale: è ancora possibile riformare quell’ordine internazionale oppure gli attuali equilibri economici e geopolitici — segnati dall’ascesa delle potenze emergenti, dal ritorno dei nazionalismi e da un sistema sempre più frammentato — rendono inevitabile la nascita di un nuovo assetto globale?
Ne parliamo con Paolo Guerrieri, visiting professor presso la PSIA di SciencesPo a Parigi, presidente del Consiglio scientifico del CER e della rivista Economia Italiana, responsabile dell’Osservatorio di Politica economica dell’AREL e consigliere scientifico dello IAI. Economista esperto di economia internazionale e integrazione europea, Guerrieri ha collaborato come consulente con diverse istituzioni e organizzazioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, la Commissione europea, l’OCSE e la CEPAL, ed è autore di numerosi volumi e saggi sui temi della globalizzazione, del cambiamento tecnologico e dell’economia mondiale.
La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha lanciato un appello su quelle riforme che dovrebbero servire a mantenere l’ordine mondiale. Si tratta di richieste che a suo tempo fece lo stesso Mario Draghi. Che cosa ne pensa?
Credo si possa convenire su una parte delle considerazioni della Lagarde, ma non su tutte. Di quegli stessi temi aveva parlato il premier canadese Mark Carney nel suo intervento a Davos, in cui aveva asserito che l’ordine mondiale neoliberale era già definitivamente crollato. Era un ordine solo per modo di dire, perché in realtà – aveva aggiunto – ha sempre e solo favorito gli interessi dei Paesi più forti.
Ecco che oggi la Lagarde sottolinea come tale ordine non fosse un sistema imposto dai forti a danno dei deboli, ma che ha fatto l’interesse di tutti i partecipanti. Dunque secondo lei non abbiamo vissuto in un ordine asimmetrico con riguardo a benefici e costi. E fin qui mi trova d’accordo. Non condivido però il generico appello alle riforme che servirebbero a ripristinare o a ridare vita all’ordine passato, il quale non è del tutto tramontato. A mio parere tale lettura non corrisponde a ciò che stiamo vivendo oggi.
Lo hanno sottolineato sia Draghi sia Carney: l’ordine internazionale a cui facciamo riferimento come a un passato che in fondo era positivo per quanto riguarda i rapporti fra Paesi non è ripristinabile. Semplicemente perché è stato sostituito da qualcos’altro. Perciò non sono d’accordo col suo auspicio a riforme che potrebbero resuscitare qualcosa che in realtà non può tornare.
Si sono vissute varie giravolte nel sistema economico mondiale…
Vi sono state delle grandi fasi nei rapporti internazionali a partire dal secondo dopoguerra, nessuna di esse mai del tutto uniformata all’ordine in questione. Abbiamo avuto la fase dei primi tre decenni del dopoguerra in cui si sono avute effettivamente crescita economica e stabilità internazionale grazie a questo ordine fatto di istituzioni multilaterali e regole, che solitamente viene chiamato col nome della località di montagna negli Stati Uniti in cui venne fondato: Bretton Woods. Esso ha visto la nascita del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e nel 1995 del WTO.
Il problema di tale ordine è che venne stabilito grazie al fatto che gli USA erano usciti dalla Seconda Guerra mondiale come la potenza indiscutibilmente più forte. E al fatto che l’economia mondiale fosse bipolare, dominata soltanto da due grandi aree: Stati Uniti ed Europa (e parzialmente il Giappone). USA ed Europa coprivano l’80% della produzione industriale mondiale e avevano a loro disposizione l’80% delle risorse pur con il 20% della popolazione.
Il resto del mondo – pur essendo la maggioranza in termini di popolazione – aveva semplicemente la funzione di fornire materie prime, senza partecipare all’effettivo processo di produzione della ricchezza mediante le industrie. Sì, c’era la Guerra Fredda, ma col blocco sovietico era un confronto di tipo politico e militare, perché a livello economico predominava l’Occidente. I Paesi socialisti contavano molto poco, circa il 10% del PIL mondiale.
Quell’epoca è stata fondamentale, ma non tornerà più, perché il mondo ormai è cambiato. Negli anni ‘90 cominciò infatti la globalizzazione ed entrò in scena la grande area della Cina e dell’Asia del Pacifico. Siamo quindi passati dall’ordine bipolare a un ordine composto da almeno tre grandi aree. L’Asia orientale è diventata in appena vent’anni una grande potenza manifatturiera: contando la Cina insieme ai Paesi limitrofi come Corea del Sud, Thailandia, Malesia e altri, vediamo che l’Asia ha spinto l’Occidente sotto il 50% della produzione industriale e manifatturiera. Occorre sottolineare come dietro l’area dell’Asia pacifica vi siano almeno tre miliardi e mezzo di persone. Questo passaggio è fondamentale per capire cosa è accaduto dopo e cosa sta accadendo oggi. La predominanza euroamericana durava da più di due secoli dall’inizio della rivoluzione industriale: ora le cose sono cambiate e invocare un ritorno a Bretton Woods non ha senso.
Lagarde afferma che l’ordine internazionale non sia stato un’imposizione occidentale. Alla luce delle tensioni geopolitiche che stiamo vivendo, la lettura della presidente della BCE può essere condivisa dai Paesi emergenti e da quelli del BRICS?
Il trentennale ordine postbellico di Bretton Woods era fatto da USA ed Europa per un’economia mondiale basata sulla loro predominanza industriale. Oggi quell’ordine è fortemente indebolito, le istituzioni multilaterali hanno perso il loro peso e le regole vengono meno. Ormai bisogna ridisegnare la configurazione internazionale in base alla nuova tripolarità dell’economia mondiale.
Ma finché questa rinconfigurazione non verrà fatta, le attuali regole verranno sempre più contestate dalla Cina, dall’India e dalle altre potenze asiatiche e non solo. Ad esempio il gruppo dei paesi BRICS, nato per rivendicare quella partecipazione attiva nei rapporti internazionali che Paesi come la Cina non intravedevano possibile nel sistema esistente. Tuttavia questi stessi paesi non hanno ancora proposto una reale alternativa.
È corretto affermare che a un certo punto ci si è trovati di fronte a uno squilibrio di potere che ha portato a una crisi di fiducia nelle istituzioni globali?
Direi di sì, perché quelle istituzioni riflettevano un equilibrio di potere basato su Stati Uniti e Europa che nei decenni del dopoguerra aveva caratterizzato l’economia mondiale, ma che non rifletteva più l’ascesa dell’area asiatica-pacifica e soprattutto della Cina, che nel giro di vent’anni ha quadruplicato la sua quota del PIL mondiale, passando dal 3-4% al 16-17%.
Una crescita che alla fine ha messo in crisi l’impalcatura generale, al punto che la situazione è divenuta sempre meno governabile secondo le vecchie regole. Pensiamo alla crisi finanziaria del 2008- 2009, il primo grande colpo, e poi alla Cina che non si è più limitata al suo sviluppo interno, ma ha annunciato di volersi espandere investendo in giro per il mondo: insomma, una sfida diretta al predominio americano. Ciò è accaduto nello scorso decennio molto prima di Trump e di ciò che stiamo vivendo oggi.
Per tornare al presente dobbiamo ripartire dagli attuali rapporti di forza e dagli equilibri di potere fra i vari Paesi, altrimenti le parole della Lagarde saranno solo degli auspici. Ricordiamoci però che le nuove potenze hanno contestato l’ordine vigente senza prospettare mai nulla di nuovo. Hanno solo detto dei no, ma non avendo chiara l’alternativa da proporre.
Noi abbiamo visto venir meno gradualmente il ruolo delle istituzioni multilaterali, mentre si affermavano poco alla volta i nuovi rapporti di forza (soprattutto fra Stati Uniti e Cina). Tale sistema così modificato si è poi ritrovato con la guerra in Ucraina e con gli altri conflitti, oltre alla recente ondata di protezionismo della politica americana. Se non leggiamo correttamente tale successione di eventi finiamo per pensare che dopo decenni di stabilità e ordine sia saltato tutto per aria da un momento all’altro.
Sarebbe una lettura storica che non regge.
In questo mondo sempre più frammentato, l’Europa potrà ancora essere un pilastro dell’ordine multilaterale? La BCE con la politica monetaria potrà incidere sotto questo punto di vista?
L’Europa ha sufficiente forza politica per guidare una riforma delle istituzioni globali oppure rimarrà subalterna alle dinamiche fra Stati Uniti e Cina?
Questa è una domanda chiave. Ritengo sia appropriata la definizione dell’attuale contesto economico mondiale come di un “sistema frammentato”. Siamo passati dal mondo “piatto” e unificato della globalizzazione – dove si poteva investire dove conveniva e quasi a proprio piacimento – alla attuale frammentazione. Dai due poli dominanti del dopoguerra, USA ed Europa, siamo passati al tripolarismo e al multipolarismo di oggi che è all’insegna della frammentazione.
Il politologo americano Ian Bremmer lo ha definito il mondo del “G0”, ad evidenziare come di fatto non esistano più G7 o G20 o altri formati, ma è un tutti contro tutti. La frammentazione attuale potrebbe evolvere verso due scenari. Uno potrebbe essere un G2 di America e Cina le quali riescano ad aggregare intorno a loro altri Paesi. Un mondo diviso in due blocchi andava molto di moda fino a qualche tempo fa, quando si scrivevano gli scenari futuri. Tuttavia le possibilità sono scemate da quando molte potenze intermedie che avrebbero dovuto schierarsi da una parte o dall’altra hanno cominciato a fare esattamente l’opposto.
Pensiamo a India, Brasile Arabia Saudita che prendono dall’uno (Stati Uniti) o dall’altro (Cina) quello che a loro serve, vuoi in termini economici vuoi a livello militare, ma senza schierarsi con un blocco o con l’altro, perché non gli conviene. A loro interessa poter crescere e prosperare. Sanno che una divisione del mondo in due blocchi contrapposti sarebbe molto negativa per le loro opportunità di sviluppo.
Oggi abbiamo così le due superpotenze che certamente dominano la scena, ma molte potenze intermedie, come ad esempio l’India con 1 miliardo e mezzo di abitanti e l’Indonesia con 400 milioni, giocano ruoli indipendenti che stanno impedendo il consolidamento del G2. Però se mancherà la capacità di formulare accordi aggreganti, allora si andrà verso una frammentazione anarchica dove ognuno perseguirà il proprio fine nazionale. Ma questi nazionalismi non saranno in grado di ricomporsi naturalmente, ma occorrono meccanismi che li agevolino: ed è qui che vedo il possibile ruolo dell’Europa.
Potrebbe favorire accordi di cooperazione senza necessariamente perseguire l’idea della ricostruzione di un nuovo ordine globale. Quest’ultimo, con lo scontro Cina-USA in corso, sarà pressocché impossibile da riproporre per molto tempo. Ma si potranno almeno ricostruire forme di accordi a livello di gruppi di Paesi su temi importanti come il commercio, la finanza e le materie prime. Queste intese sarebbero in grado di evitare una frammentazione anarchica dell’economia mondiale.
La UE ha già stretto accordi con India, Indonesia e Mercosur dal punto di vista commerciale e in altri ambiti che vanno in questa direzione. Qui c’è un ruolo possibile da parte della UE che dovrebbe pertanto muoversi in una direzione più pragmatica e meno ambiziosa di quella del passato. Ma è ciò che serve oggi per evitare il disordine globale. Oltre a perseguire un nostro interesse. Noi europei a livello economico siamo trasformatori ed esportatori, dunque abbiamo bisogno di uno spazio mondiale non frammentato e non conflittuale.
Il prevalere delle politiche sovraniste e la spinta dei Paesi emergenti quanto mettono in discussione il sistema? Coi conflitti in Medio Oriente e in Europa Orientale e su nuovi fronti che si aprono periodicamente il rischio è un ridisegnamento non basato sui rapporti economici, ma sui rapporti di forza.
Il sistema della globalizzazione è ormai tramontato oppure potrebbe godere di una revisione?
Come risposta disegniamo tre scenari. Il primo è quello già visto del G2, dei due blocchi, ed è oggi il meno probabile. Il secondo riguarda il nazionalismo politico ed economico che è in atto in molti Paesi e che spinge per una frammentazione disordinata e anarchica dell’economia mondiale. Non riuscendo a governare l’ambito della sicurezza e difesa militare, si moltiplicherebbero i conflitti e l’economia diverrebbe largamente subordinata alla politica di potenza dei vari Stati. Questo secondo scenario della frammentazione anarchica è il più rischioso dal punto di vista dell’evoluzione del sistema internazionale, perché gli scontri si intensificherebbero senza sapere come e quando fermarli. Lo vediamo bene oggi.
Dal punto di vista dell’Europa è lo scenario più rischioso, perché in un tale contesto i Paesi europei avrebbero molto da perdere. Ma c’è da domandarsi se questo disordine sia inevitabile? In altre parole, il nazionalismo è inarrestabile? La risposta non può essere sic et simpliciter uno slogan come “Ritorniamo all’ordine globale”. Nelle condizioni politiche attuali quest’ordine – come già osservato – non è proponibile. Ma si può ipotizzare un terzo scenario in cui prevedere di mitigare e governare la conflittualità dei nazionalismi tramite formule di deterrenza.
Cioè che le maggiori potenze riescano in qualche modo ad agire a livello strategico e militare in maniera preventiva dando spazio a livello economico a rapporti vantaggiosi e accordi fra gruppi di Paesi. Si potrebbe così agevolare l’affermazione di una cooperazione a geometria variabile, che impedisca il disordine e stabilisca accordi, pur parziali, su temi ben definiti quali commercio, finanza e materie prime. Questo terzo scenario ha come precondizione il fatto che i nazionalismi vengano contenuti e gestiti e che la sfera militare e strategica non sia abbandonata all’unica volontà di espressione della politica di potenza dei vari Paesi.
Circa la globalizzazione non direi che sia già finita. La frammentazione dell’economia mondiale è in corso, ma non sta fermando la globalizzazione sottostante dei rapporti economici. Siamo ancora in una fase di transizione, dove tale frammentazione convive con forme di interdipendenza globale ancora molto estese.
Certo se dovesse prevalere lo scenario dei nazionalismi e del disordine anarchico, i processi di globalizzazione che oggi continuano a manifestarsi diverrebbero sempre meno possibili. Una riconfigurazione della globalizzazione si potrebbe avere nel momento in cui prevalesse il terzo scenario, in cui si ipotizza che la frammentazione possa essere governata con formule pragmatiche evitando una sua degenerazione. A questo fine, come già osservato, fondamentale sarà la gestione dei rapporti tra paesi nella sfera militare e della sicurezza. In caso negativo avremmo l’esplosione e la diffusione dei conflitti che porterebbero l’economia ad essere completamente subordinata alla politica.
In un ordine internazionale che va riformato, come suggeriscono Lagarde e altri attori, quale ruolo vede per una potenza come il Giappone, della quale si parla relativamente poco? Un Paese che economicamente è ancora forte e che potrebbe avere un peso tale da influenzare gli equilibri mondiali, magari assumendo un ruolo di ponte fra Occidente e Asia.
Il ruolo potenziale del Giappone è di assoluto rilievo. Quando parliamo di possibili poli in grado di favorire un’aggregazione di potenze intermedie, cioè di evitare la conflittualità diffusa, ci riferiamo all’Europa ma anche al Giappone che avrebbe un ruolo altrettanto importante nell’Asia del Pacifico. Come la Germania che sta intraprendendo un percorso di rafforzamento del suo sistema di difesa, anche Tokyo si sta riarmando e potrebbe quindi avere una funzione di contenimento e deterrenza nei confronti della Cina contribuendo a evitare una frammentazione disordinata nel Pacifico.
Il polo europeo da un lato e il Giappone dall’altro sarebbero due pilastri di tale forma di cooperazione pragmatica, come l’ho definita. A condizione che riesca ad evitare una strategia di Japan first, gestendo i propri interessi nazionali senza renderli predominanti. D’altronde il Giappone, proprio come l’Europa, ha bisogno a livello economico di uno spazio mondiale che non si frantumi e rimanga un’opportunità di integrazione.

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E’ direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E’ stato direttore responsabile della rivista “Casa e Dintorni”, responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell’assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos.


