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Si amputa la peculiare sovranità italiana fatta di soft power. Alcuna forza politica scrive pace sulla propria agenda

“Non si divida il mondo in amici e nemici e non ci si armi fino ai denti. Non sarà la deterrenza a portare la pace. La domanda da porsi non è come proseguire, ma come fermare le guerre“. Anche dalle terre canadesi, percorse in una visita apostolica caratterizzata da gesti che hanno fortemente sottolineato la dimensione della riconciliazione e riaffermato la prospettiva dell’incontro tra le identità, papa Francesco è tornato a richiamare la politica internazionale rispetto alla necessità di un cambio di paradigma rispetto ai conflitti. Evidentemente, anche e soprattutto quello russo-ucraino. Il Pontefice, insomma, ha nuovamente compiuto un esercizio di parresia. Confidando che “anche durante il viaggio non ho mai smesso di pregare per il popolo ucraino, aggredito e martoriato, chiedendo a Dio di liberarlo dal flagello della guerra”, il Santo Padre è tornato sulla questione nell’Angelus di domenica scorsa, proprio all’indomani del ritorno dal Canada, con l’invito a un di più di realismo. “Se si guardasse la realtà obiettivamente, considerando i danni che ogni giorno di guerra porta a quella popolazione ma anche al mondo intero, l’unica cosa ragionevole da fare sarebbe fermarsi e negoziareChe la saggezza ispiri passi concreti di pace”, ha ammonito. 

Parole e prospettive che non paiono minimamente entrare nel dibattito della politica italiana alle prese con l’anomala campagna elettorale agostana in vista del voto anticipato fissato per il 25 settembre prossimo. Alcuna delle principali forze in campo, infatti, ha dedico di indicare l’obiettivo del negoziato come punto qualificante della propria agenda. Solo le realtà del cosiddetto dissenso, che cercano confusamente di dare una rappresentanza parlamentare ai movimenti che si sono contrapposti prima al green pass poi al conflitto, sembrano intenzionate a cavalcare il tema. Per altro, in modo sostanzialmente insufficiente e rischiando di marginalizzare l’importante tema. Anche a causa di una lettura reattivo/reazionaria, con poche eccezioni, fortemente condizionata da una visione prigioniera delle narrazioni del complotto (acriticamente assumendo la propaganda russa come riferimento) o ridotta a irrazionali propositi del tipo “fuori l’Italia dalla Nato”. Posizioni che non riescono a restituire la decisività della “questione della pace” e (im)porla all’attenzione degli elettori, indicando anche alle conseguenze economico-sociali della guerra “cantata” dal trasversale bellicismo semplicistico.

Il fronte progressista e il centro liberaldemocratico, che non è ancora chiaro se sigleranno qualche intesa fra loro ancorché puramente tecniche, si qualificano per un’acritica adesione alla retorica dello “scontro di civiltà”. Non diversamente a destra, in particolare i meloniani Fratelli d’Italia in fregola di legittimazione internazionale per il governo che forse verrà, dove atlantismo e occidentalismo sembrano farsi “pensiero unico” (o l’unico dicibile). Al di là di pasticciati distinguo, simili a quelli leghisti e berlusconiani, stanno sostanzialmente sulla stessa linea anche i pentastellati in crisi d’identità. 

Nessun “leader”, virgolette d’obbligo, sembra disponibile a intestarsi il realismo con cui la Chiesa cattolica – Segreteria di Stato compresa – sta chiedendo di affrontare, con “il coraggio di costruire la pace”, questo complesso segmento della “terza guerra mondiale a pezzetti”. Si accoglie senza coraggio di abbandonare gli schematismi, i molti pro e i pochi contro, quella che Franco Cardini ha definito “antica festa crudele della guerra”. Una grave mancanza di comprensione e la dimenticanza grave che l’Italia ha sempre peculiarmente interpretata la propria sovranità declinando un soft power che l’ha resa portatrice di un’ampia capacità negoziale.

“La diplomazia della Santa Sede sta compiendo ogni sforzo possibile per la mediazione di pace in Ucraina, mantenendo aperte tutte le vie che potrebbero condurre a fermare bombe e missili. La Santa Sede, infatti, ritiene priorità assoluta su qualsiasi altra questione la tregua nell’est Europa, non importa chi sia il negoziatore che riesca a ottenerla”. La chiarezza di queste affermazioni che un alto prelato vaticano ha consegnato a Domenico Agasso, riportate dallo stesso giornalista su “La Stampa” qualche giorno fa, offrirebbero i margini di proposta a qualche politico italiano che volesse distinguersi dalla narrazione collettiva, ma… “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Peccato!

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Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del settimanale “Il nuovo Monviso” e di “2006più Magazine” (voce del gruppo Dai Impresa). Dirige la comunicazione di Echos Group. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d'impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell'Esecutivo nazionale del Mcl - Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d'amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Co-autore, con Giorgio Merlo, del libro “I Granata” (Daniela Piazza Editore)

 

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