Neutralità e dialogo: l’esempio positivo dell’Austria. Il ruolo cruciale dei Paesi neutrali a dispetto dell’adesione NATO di Svezia e Finlandia. Intervista al  professor Heinz Gärtner

Neutralità e dialogo: l’esempio positivo dell’Austria. Il ruolo cruciale dei Paesi neutrali a dispetto dell’adesione NATO di Svezia e Finlandia. Intervista al professor Heinz Gärtner

16 Novembre 2023 0

Con l’adesione di Svezia e Finlandia, oggi l’Unione Europea tende ancor di più a coincidere con la NATO. Entrambe le organizzazioni, poi, finiscono per essere definite come “Occidente”, soprattutto in contrapposizione ad altre diciture tanto generali quanto opinabili. Eppure non è necessariamente così: vi sono infatti Paesi pienamente europei, o comunque considerabili occidentali sotto la maggior parte degli aspetti, che sono militarmente neutrali o che non appartengono alla UE. E non è solamente la Svizzera: non aderiscono alla NATO l’Austria e l’Irlanda, e non sono nemmeno membri UE Serbia e Moldavia.

In un decennio caratterizzato da crisi globali e conflitti locali, c’è ancora spazio in Europa per una posizione di neutralità? Lo abbiamo chiesto al professor Heinz Gärtner, docente di scienze politiche presso l’Università di Vienna, membro dell’Istituto Internazionale per la Pace e consigliere del governo austriaco su questioni di difesa e di sicurezza.

INFOGRAFICA - La biografia dell'intervistato Heinz Gärtner

INFOGRAFICA – La biografia dell’intervistato Heinz Gärtner

– Oggi l’attenzione del mondo è rivolta al Medio Oriente, ma non dimentichiamo che c’è un conflitto ancora in corso in Europa. Dal punto di vista politico, uno dei maggiori effetti della crisi ucraina è stata l’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia.

Adesso questi Paesi, storicamente neutrali ed equilibrati, devono ormai considerarsi parte del gioco, essendo tenuti a intervenire come da articolo 5 del Trattato atlantico. Crede che gli scandinavi e i loro governanti siano effettivamente coscienti di ciò? Sono preparati, soprattutto psicologicamente, alle eventuali conseguenze dell’essere membri della NATO?

Con l’annuncio fatto nel 2022 dell’intenzione di aderire alla NATO, Finlandia e Svezia hanno preferito essere membri di un’alleanza militare piuttosto che neutrali. Questa transizione ha tolto loro la condizione di Stati-cuscinetto rispetto alla NATO, riconosciuta dall’Unione Sovietica prima e dalla Federazione Russia dopo. La conseguenza è che la Russia oggi può inserirli nella categoria dei potenziali avversari. Diventando membro dell’Alleanza Atlantica, la Finlandia verrà considerata come parte del fianco orientale della NATO e sarà a tutti gli effetti un Paese di prima linea, che ospiterà mezzi o postazioni militari avanzate.

Mosca ha già mostrato di percepire Finlandia e Svezia come potenziali minacce, poiché hanno abbandonato il loro status di cuscinetto, e le ha marcate come Paesi di prima linea nell’eventualità di un conflitto con la NATO. L’ex cancelliere austriaco Bruno Kreisky aveva intelligentemente colto questa dinamica già durante la Guerra Fredda: quindi lavorò intensamente per far sì che Vienna diventasse la sede di numerose organizzazioni internazionali. Tale mossa strategica mise in luce l’utilità dell’Austria e servì come deterrente pratico contro eventuali attacchi nucleari.

– La neutrale Austria seguirà l’esempio degli scandinavi oppure resterà fedele alla propria Costituzione?

L’Austria si attiene in senso stretto alla Legge sulla neutralità del 1955. Questa norma contiene il divieto di aderire ad alleanze militari e di ospitare in modo permanente truppe straniere sul territorio nazionale. È precisamente il secondo comma dell’articolo 1 sulla non-partecipazione alle alleanze militari che esclude l’adesione alla NATO, poiché il trattato costitutivo di quest’ultima prevede esplicitamente l’obbligo di difesa.

E soprattutto il 75% degli austriaci è favorevole alla neutralità. L’argomento della diretta minaccia russa viene avanzato, ma è comunque molto debole e teorico. La Strategia austriaca di Difesa del novembre 2023 sancisce l’impegno di Vienna a rimanere neutrale. Dunque è altamente improbabile che l’Austria segua l’esempio di Finlandia e Svezia. Certo, si sentono anche le voci di coloro che chiedono di abbandonare questa posizione, ma la maggior parte di loro non osa dire che l’unica alternativa alla neutralità sarebbe diventare membri della NATO.

L’adesione all’Unione Europea invece è perfettamente compatibile con lo status di neutralità. Sebbene il Trattato di Lisbona obblighi gli Stati membri a fornire aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso a uno Stato membro che sia vittima di un’aggressione armata sul suo territorio (art. 42 comma 7), ciò non pregiudica per i singoli Paesi “il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa”, che può declinarsi anche come uno status di neutralità.

– Nelle circostanze attuali, gli Stati neutrali possono avere un ruolo propositivo? Quali sono le principali minacce al mantenimento della neutralità e di una propria politica indipendente?

I Paesi neutrali hanno un ruolo cruciale nel fornire i cosiddetti “buoni uffici”: mettono a disposizione il proprio territorio e la propria intermediazione per prevenire o risolvere i conflitti, agendo da facilitatori e da mediatori al fine di mantenere vive le relazioni economiche e diplomatiche. Oggi l’Austria è l’unico Stato dell’Unione Europea, a parte l’Irlanda, ad essere non allineato e libero da armi nucleari, trovandosi dunque su un piano di parità coi Paesi non allineati e non nucleari del Sud Globale. Tuttavia, Vienna ha perduto credibilità presso questi ultimi nel momento in cui ha votato contro la risoluzione dell’ONU che chiedeva una tregua umanitaria per Gaza!

Storicamente, gli Stati europei neutrali e non allineati (cosiddetti N+N) assunsero questo ruolo sin dagli anni ’70 nell’ambito del processo CSCE (Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa). In tale cornice, questi Paesi formavano una sorta di associazione che non faceva riferimento alle due grandi alleanze militari, cioè la NATO e il Patto di Varsavia. Quindi avevano pure una funzione di ponte e di mediazione tra i due blocchi.

– Come intendere la neutralità degli altri Paesi che sono membri dell’Unione Europea o di quelli che non sono membri come la Serbia e la Moldavia?

– I Paesi che annoverano la neutralità fra i loro principi fondamentali di politica estera o persino nelle proprie costituzioni (come Svizzera, Austria, Irlanda e più recentemente anche Turkmenistan, Serbia, Moldavia e Mongolia) promettono semplicemente di attenersi sempre alle leggi basilari della neutralità in eventuali conflitti futuri, specialmente con riguardo a un coinvolgimento militare diretto.

Una neutralità dichiarata in modo unilaterale è debole, perché si basa soltanto sulla decisione di un parlamento nazionale o su una legge costituzionale: dunque potrebbe un giorno essere modificata, come accaduto in Ucraina nel 2014. Anche la neutralità della Moldavia e della Serbia rientra in questa categoria.

– Lei ha scritto che le guerre generano sempre dei nuovi Paesi neutrali. Il conflitto in Ucraina ha già tolto la neutralità ai Paesi scandinavi: invece quali nuovi neutrali genererà?

– A ben vedere, il conflitto attuale in Ucraina non fa eccezione, perché ha dato origine alle politiche neutrali di quasi due terzi dei Paesi del mondo. Nelle relazioni internazionali, la condotta non allineata di Paesi terzi è un fatto e resterà tale. Anzi, stiamo assistendo proprio a un risveglio del cosiddetto Movimento dei Non Allineati, che esclude l’appartenenza ad alleanze militari.

– La controffensiva estiva di Kiev è fallita e il conflitto si sta trasformando in uno stallo. Crede che per i governi europei sia il momento giusto per cercare una de-escalation e per tentare la via dei negoziati?

Carl von Clausewitz diceva che la guerra può terminare non solo quando il nemico è stato completamente annientato, ma anche quando si stringono degli accordi di pace. Non essendo in vista un accordo di pace, come per la maggior parte dei conflitti anche quello in Ucraina si fermerà nel punto in cui si trovano gli eserciti. Poi vi potrà essere una tregua, come in Corea, e una nuova cortina di ferro scenderà dall’Artico al Mar Nero passando proprio attraverso l’Ucraina.

– Lei ha contribuito alla redazione di un Trattato sul nucleare e ha scritto per il Bollettino degli Scienziati Atomici. Oggi l’Orologio dell’Apocalisse segna meno 90 secondi a mezzanotte: siamo davvero così vicino a un olocausto nucleare?

– È come se il mondo fosse tornato agli anni ’50, quando c’era la corsa agli armamenti nucleari senza alcun accordo di controllo in vigore. All’epoca fu un tragitto lungo e faticoso fino agli anni ’60, quando il “piano Harmel” (dal nome del ministro degli Esteri ed ex premier del Belgio) cercò di combinare una forte deterrenza nucleare con il dialogo, e fino ai ’70, caratterizzati dalla distensione. Se siamo fortunati, arriveremo nuovamente a quel punto senza dover assistere a uno scambio nucleare.

– In un clima pesante come quello di oggi, quanto è difficile per un docente universitario esprimere liberamente la propria opinione? Si può essere indipendenti senza incorrere nella censura o nel giudizio negativo dei colleghi o – peggio ancora – dei media?

– La maniera migliore di evitare attacchi personali è quella di rimanere per quanto possibile nell’ambito delle analisi accademiche. Cerco comunque di mantere vivo il dialogo con i colleghi, senza dare alcuna importanza al loro Paese di provenienza.

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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