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“L’Europa è ancora cristiana?”, il poderoso saggio di Olivier Roy

Il saggio “L’Europa è ancora cristiana? Cosa resta delle nostre radici religiose“, scritto da Olivier Roy e pubblicato da Feltrinelli, non è più recentissimo visto che è uscito nel settembre del 2019, eppure resta un lavoro di estrema attualità se si pensa alla cronaca politica e alle recenti linee guida per una “comunicazione inclusiva” indicate dalla Commissione Ue che tanto hanno fatto discutere l’opinione pubblica e i media perchè consigliavano di evitare espressioni come Buon Natale per “offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale“. Ma sono anche tanti altri gli ambiti che portano con sempre maggiore frequenza a porsi la domanda che da titolo all’opera: l’approccio dell’Unione Europea e dei singoli Paesi verso l’aborto, alla questione del fine vita, dal divorzio alla costruzione di moschee, dalla rimozione di simboli religiosi dai luoghi pubblici all’accoglienza verso i migranti. Il professor Roy è un profondo conoscitore dell’Islam europeo, ha rivestito incarichi prestigiosi quali Rappresentante dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico in Tagikistan, coordinatore dei soccorsi in Afghanistan per le Nazioni Unite e consulente del Ministro degli Affari Esteri francese; proprio per questo il suo phamplet affronta non solo dal punto di vista storico l’evoluzione della convivenza tra l’Europa e la religione, ma anche e soprattutto nell’ottica politica e delle implicazioni che ne derivano.

Infografica – La biografia dell’intervistato Olivier Roy

– Come nasce questo saggio?

– Il saggio è partito dal dibattito sull’Islam, dalla questione se l’Islam sia o non sia compatibile coi valori europei e/o con l’identità cristiana dell’Europa. Sorge quindi la domanda: i valori europei sono valori cristiani? La mia risposta è: non più. A partire dagli anni ’60 del secolo scorso i valori europei sono diventati liberali e secolari. Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI denunciarono costantemente il rigetto delle norme e dei valori cristiani da parte delle società europee contemporanee.

– Spesso i politici e i giornalisti fanno riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Ma Lei sostiene che l’espressione non ha senso. Può spiegarci perché?

– Gli unici elementi di ebraismo a cui il cristianesimo ha consentito l’ingresso nella cultura dominante furono quelli accettati e “cristianizzati” dalle autorità sia cattoliche che protestanti, cioè l’Antico Testamento. Qualunque “pensiero giudaico” posteriore ai Vangeli venne rifiutato (gli individui “giudaizzanti” venivano processati in quanto eretici o recidivi). Ad esempio, nel corso del XIII secolo, quando la Chiesa cattolica scoprì ciò che gli ebrei avevano sviluppato dopo la venuta di Cristo, cioè uno specifico sistema teologico e filosofico chiamato Talmud, il Papa ordinò che ne fossero bruciate tutte le copie e bandì ogni ricerca su di esso. Di conseguenza, finì per essere ristretto ai ghetti ciò che vi era di originale nel Talmud, almeno fino al XIX secolo.

– Qual è il posto assegnato oggi in Europa alla religione dalla politica?

– Da un punto di vista istituzionale si riscontra una grande diversità, dalle Chiese “nazionali” (Gran Bretagna e Danimarca) alla separazione totale (Francia). Ma da un punto di vista sociologico, è chiaro che la religione viene percepita come una scelta personale e privata che non dovrebbe interferire con la vita pubblica. Il dibattito sulla libertà di religione viene visto in gran parte come un conflitto di diritti (ad esempio nel mondo dei dottori la contrapposizione fra la “libertà di aborto” e “obiezione di coscienza”) che deve essere gestito dalle corti civili e in ultima istanza dalla Corte europea dei diritti umani.

– Perché storicamente è da escludere la possibilità di riformare l’Islam con il dialogo interreligioso? Esistono religioni che sanno fare pace?

– Nella corso della storia è sempre stato il potere politico che o ha usato la violenza religiosa come uno strumento di influenza o ha assicurato la pace tra le religioni quando ciò rispondeva ai suoi interessi. Ad esempio, le guerre di religione in Europa furono strumentalizzate dalle monarchie: i re francesi combattevano i protestanti dentro la Francia mentre sostenevano i principi protestanti tedeschi contro il Sacro Romano Impero. Ma dopo che affrontarono la lunga e devastante guerra dei Trent’anni, nel 1648 gli Stati europei siglarono la Pace di Vestfalia e imposero un controllo secolare sugli affari religiosi. L’impero Ottomano, invece, era molto più tollerante degli Stati cristiani europei nel XVI e nel XVII secolo. Tuttavia la pace religiosa non è mai stata il risultato di un dialogo interconfessionale: è stata sempre costituita da un processo politico. Vi è scarsa relazione fra teologia e violenza politica: i fondamentalisti possono sia amare la pace come gli Haredi fra gli ebrei, i monaci trappisti fra i cattolici, gli Amish fra i protestanti, i quietisti salafiti fra i musulmani, sia essere inclini alla violenza. Ciò che oggi vediamo come un dialogo religioso tra la Santa Sede e i capi musulmani, ad esempio ai meeting di Assisi, non rappresenta una disputa su teologia e fede, ma è un dialogo per prevenire la strumentalizzazione politica della religione da parte degli Stati, difendendo la tolleranza e la libertà di culto.

– Esiste ancora una società liberale europea? E una politica liberale europea?

– L’Europa si dimena fra i valori liberali, che solitamente vengono promossi dalla Commissione e dall’Europarlamento, e le recenti ondate populiste che rinnegano alcuni di questi valori (tolleranza verso i migranti, libertà assoluta di espressione, diversità culturale). Ma il nucleo dei valori liberali che riguarda gender e sessualità non è contestato dalla maggior parte dei populisti, eccetto che dai cristiani conservatori che costituiscono una piccola minoranza (tranne che in Polonia).

– I populismi quanto contribuiscono a indebolire le radici religiose europee?

– Tutti i populisti affermano di sostenere l’identità cristiana europea, ma per la maggior parte essi non sono praticanti e rigettano i valori cristiani. Facendo così, essi uccidono lo spirito della cristianità e lo fanno diventare qualcosa di folkoristico e privo di contenuto spirituale (ad esempio difendono l’albero di Natale, che non ha nulla di cristiano), contribuendo a secolarizzare la cristianità trasformandola in un mero marcatore etnico-culturale di identità.

– Quale può considerarsi il punto di non ritorno dove si è consumata la secolarizzazione dell’Europa?

– La secolarizzazione, iniziata all’incirca durante il XVII secolo, ha significato il controllo della religione da parte dello Stato, seguito dalla separazione tra Chiesa e Stato nei secoli XIX e XX. Ciò nonostante, in quel periodo i valori dominanti a riguardo di sessualità, famiglia e identità sessuale erano valori cristiani secolarizzati, mentre l’unico vero conflitto si ebbe sul divorzio. Dagli anni ’60, però, in Europa cominciò a verificarsi un fenomeno piuttosto improvviso di decristianizzazione: un nuovo gruppo di valori iniziò a svilupparsi e divenne quello dominante: è basato sull’individuo “desiderante”, sulla promozione della libertà sessuale e del femminismo, sulla scissione tra sessualità e procreazione e sull’estensione della libertà di scelta delle istanze riguardanti il genere sessuale. Nel frattempo la presenza dei fedeli nelle chiese si ridusse fortemente ovunque e le vocazioni crollarono a picco. A mio parere fu questo il punto di non ritorno.

– Il dibattito sulla Costituzione europea ha acutizzato le divisioni tra laicisti e cristiani?

– È qualcosa di un po’ più complicato: molti cristiani non hanno apprezzato questa svolta verso un’identità “cristiana” invece che verso la “fede”, mentre molti laicisti erano abituati a difendere proprio l’identità cristiana ma senza la fede. A grandi linee, il dibattito ha mostrato la crescente secolarizzazione delle società europee. Parlerei piuttosto di isolamento e marginalizzazione dei cristiani, più che di una divisione. E nonostante ciò vi è chiaramente un’ultra-destra cristiana conservatrice che considera la laicità come un nemico ideologico (e Papa Francesco come complice di essa), specialmente in Francia.

– Nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo permane una matrice religiosa cristiana?

– La Corte europea dei diritti dell’uomo non ritiene sia il suo lavoro quello di definire le relazioni fra Stato e religione in Europa. Secondo il principio della sussidiarietà, sono i vari Stati a definire lo spazio per la libertà religiosa. Di solito la Corte decide sulla libertà in generale, non specificamente su quella religiosa e inoltre tiene in considerazione la cultura politica e le tradizioni dei diversi Paesi: ad esempio ha supportato la decisione italiana di consentire il crocifisso nella aule scolastiche e quella francese di bandire i simboli religiosi nelle scuole (posizioni a prima vista inconciliabili) dichiarando che il cattolicesimo fa parte della cultura italiana e la laicità è parte di quella francese. La Corte quindi non ha una sua posizione sull’identità cristiana dell’Europa.

– Il vero nemico dei cristiani è l’Islam o il laicismo?

– Per i cristiani conservatori sono nemici entrambi. L’Islam lo è in quanto religione rivale e il laicismo perché riduce lo spazio per la pratica religiosa cristiana in Europa, in particolare dopo la scandalo pedofilia (alcuni governi stanno rigettando anche il segreto confessionale). Costoro preferirebbero uno “Stato cristiano” che limiti la libertà religiosa dei non-cristiani, ma ciò sarebbe in contraddizione completa con la definizione di libertà di religione e di coscienza presente in varie Costituzioni. Altri cristiani, generalmente progressisti, ritengono che si debba stare insieme ai musulmani al fine di garantire la libertà religiosa per tutti. Altri ancora, di solito quelli di destra non praticanti, appoggiano il laicismo perché lo credono contrario più ai musulmani che non ai cristiani. Comunque, per molti laicisti, specialmente nella sinistra francese, il problema è rappresentato dalla religione in sé, non solo dall’Islam.

– Che cosa pensa delle politiche fortemente aggressive verso la Russia ortodossa da parte di Bruxelles e l’approccio più leggero verso le intemperanze della Turchia?

– Non credo vi sia una differenza così netta. Erdoğan viene criticato pesantemente, anche più di Putin. Mi sembra che siano stati messi nello stesso calderone, quello dei regimi “illiberali” che usano la religione per mantenere il controllo sui propri cittadini e come strumento di soft power in Europa: la Turchia usandolo verso gli emigranti turchi, la Russia per fare pressione sull’Ucraina e sostenere la Serbia.

– Si è fatto un gran parlare da parte degli europarlamentari cattolici del regolamento comunicativo che consigliava di non citare le festività cristiane. Eppure gli stessi politici non si sono spesi per difendere la cristiana Armenia contro l’Azerbaigian. Rivede in questo paralello molto della debolezza del pensiero cristiano in Europa?

– La guerra fra Armenia e Azerbaigian non è un conflitto religioso. La Russia ortodossa ha atteso la sconfitta armena prima di intervenire (cosa che ha di fatto consolidato la vittoria azera), la Georgia ortodossa ha chiuso i suoi confini all’Armenia durante la guerra, mentre l’Iran musulmano li ha tenuti aperti e ha dislocato le sue truppe lungo il confine con l’Azerbaigian per mettere pressione su Baku. Non dimentichiamoci che l’unico luogo in Europa dove è praticata la sharia è la Cecenia, un territorio della Federazione Russa, e che la Russia non ha mai riconosciuto gli uniati, i cattolici ucraini. Alla fine, il Parlamento europeo in maniera corretta non si è espresso a favore del rifiuto dei nomi cristiani delle festività; un tale cambiamento comunque non era stato richiesto dalle autorità musulmane presenti in Europa, ma è arrivato dai laicisti di sinistra e non da credenti di confessioni diverse.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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