L’America ritira dalla NATO i pezzi pregiati che l’Europa per ora non sa recuperare
Washington ha comunicato ai vertici europei l’intenzione di riprendersi i pezzi pregiati dell’arsenale che oggi sono schierati sul Vecchio Continente. Anzi, gli USA di fatto hanno già iniziato a ridurre la presenza militare nei Paesi europei. La tendenza è destinata a continuare fino a che l’architettura di sicurezza dell’Europa non cambierà volto definitivamente.
Cambio di orientamento strategico
Trump già durante il primo mandato è stato molto critico nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Oggi sta rimodulando il ruolo degli Stati Uniti all’interno di essa per favorire il cambio di priorità strategiche. L’attenzione del Pentagono si rivolge quindi ad altre regioni del mondo, in particolare la zona indo-pacifica. E soprattutto alla deterrenza verso la Cina, per contrastare le mire di Pechino su Taiwan e sull’Asia orientale. Il messaggio indiretto agli alleati europei è che presto o tardi dovranno cavarsela da soli.
Ed è meglio che si sbrighino, perché gli USA non perderanno troppo tempo a riposizionare le forze sullo scacchiere mondiale. L’altro messaggio indiretto va a Mosca: di certo non un “via libera” per invadere l’Europa, ma il concetto è che il Cremlino potrà dialogare per negoziare e per edificare una nuova architettura di sicurezza del continente coi vari leader europei, senza necessariamente la mediazione di Washington.
America First
Le attuali mosse di Washington non sono altro che l’applicazione dello slogan proclamato da Trump in campagna elettorale, America First. Insomma, il presidente sta cercando di mantenere le promesse fatte a chi lo ha votato: usare meno soldi dei contribuenti per finanziare le operazioni avviate dai suoi predecessori, in particolare da Biden. Spendere di meno per la difesa di Paesi oltreoceano o spendere diversamente, cioè per le nuove priorità individuate dall’amministrazione repubblicana.
E far spendere i Paesi alleati, che dovranno usare i propri soldi per finanziare la propria difesa, senza contare indefinitamente sempre e solo sugli americani. Il ridimensionamento riguarda le truppe e gli armamenti convenzionali, perché Washington per adesso manterrà l’ombrello nucleare sull’Europea. E almeno in teoria l’Articolo 5 del Trattato nordatlantico è ancora in vigore. Nella pratica però si tratterebbe di parole vuote, qualora gli europei rimangano senza gli armamenti e l’appoggio degli Stati Uniti.
Il ritiro è già iniziato
Il ritiro dall’Europa di fatto è già cominciato. In maniera graduale, che per il momento quasi non si nota dall’esterno. O che i politici di vari Paesi europei fanno finta di non vedere, sperando in un ennesimo cambio di umore di Trump che lo porti a mantenere tutto il potenziale che gli USA hanno sul Continente. Per adesso sta portandosi via i caccia da combattimento e i bombardieri strategici, nonché i droni e pure i sottomarini. Non ha comunicato quanti e nemmeno con quali tempistiche, ma quel che si sa è che di questo passo la NATO finirà per essere un contenitore vuoto. La settimana scorsa il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato ai rappresentanti dei Paesi europei che Washington richiamerà armi e soldati, ma lo farà in modo tradizionale, senza brutte sorprese e comunicando i tempi e i modi. Tuttavia vorrebbe farlo ancora più in fretta, dopo che presenterà le sue proposte al prossimo summit dell’Alleanza previsto a luglio in Turchia.
I numeri
Trump ha annunciato che richiamerà 5mila soldati dalla Germania e il Pentagono ha precisato che lo farà in un arco che va dai 6 ai 12 mesi. Dalla Lituania li sta già ritirando: un migliaio di uomini, inclusi i loro equipaggiamenti, stanno lasciando Vilnius dopo che è terminato il loro turno di servizio. Altri mille dovrebbe arrivare a sostituirli, ma nessuno ha comunicato ufficialmente quando. Di sicuro passerà più tempo del solito, sebbene i lituani abbiano già ricevuto rassicurazioni in merito. Potrebbe invece essere l’abbandono definitivo di un Paese sul fianco orientale della NATO.
Lo hanno detto agli alleati
In un recente incontro a porte chiuse, il consigliere del Pentagono Alex Velez-Green ha informato i partner europei della NATO dei piani americani di “ridurre significativamente il contributo alle operazioni dell’Alleanza”. La tabella di marcia comunque è “complicata”, perché connessa “alla credibilità della deterrenza e della difesa”. Per adesso si sa che ridurrà in maniera progressiva gli armamenti pesanti, i velivoli (anche quelli senza pilota), le navi e i sottomarini. Allo stesso modo toglierà l’assistenza di intelligence e di logistica, di fatto costringendo a futura immobilità le forze europee della NATO.
Via gli armamenti sofisticati
Dunque il ritiro della flotta marittima e di quella aerea appare come una condanna politica per i vertici degli Stati membri della NATO. Non è solamente una questione tecnica, ma una frattura che diventerà una voragine. Lo dice Jennifer Kavanagh, analista militare del think tank Defense Priorities, secondo cui le varie “riduzioni” delle capacità militari americane dislocate sul continente provocheranno subito dei vuoti che i Paesi europei potrebbero riempire solo con investimenti colossali in un periodo di almeno 5 anni. Un tempo troppo lungo, viste le attuali circostanze e le minacce di cui i vertici di Bruxelles dicono che siamo circondati. L’importante secondo la Kavanagh è che gli eserciti europei non cerchino di rimpiazzare uno ad uno ciascun mezzo che Washington si riprende, soprattutto quelli ad alta tecnologia e complessità come i sottomarini o i bombardieri strategici. Sarebbe infatti eccessivamente costoso e difficile per loro, mentre dovrebbero prima capire di cosa necessitino maggiormente per la propria difesa e in base alle proprie possibilità.
L’Europa si è auto-incapacitata
Per decenni l’Europa si è affidata troppo agli americani, ma dovrà cambiare atteggiamento in maniera concreta. La responsabilità passerà sempre di più nelle mani dei membri europei man mano che investono nelle proprie capacità difensive, asserisce la portavoce dell’Alleanza Allison Hart. Il problema, come detto, è che ci vorranno molto tempo e molti soldi. E forse non basterà, perché all’Europa è venuta a mancare la base industriale da cui ripartire. Ci sono le grandi aziende del settore come Leonardo, Rheinmetall o KNDS, ma non basta affatto. Negli ultimi anni sembra che i vertici politici europei abbiano consapevolmente eroso i margini di competitività e di potenzialità che le industrie ancora avevano rispetto ad esempio alla Cina.
Ma mentre Pechino ha diversificato le sorgenti di approvvigionamento energetico e di materie prime, Bruxelles ha imposto il rifiuto ideologico dei combustibili russi, provocando impennate disastrose al costo dell’elettricità e di tanti altri prodotti. E se da un lato ha cercato di emancipare la difesa continentale dall’ombrello protettivo di Washington, dall’altro ha legato l’Europa alla dipendenza dal settore energetico americano, costringendo ad acquistare il GNL statunitense, molto più costoso del gas siberiano. Infine la dipendenza energetica dagli USA causa terribili problemi collaterali quando la politica di Washington spariglia le carte attaccando l’Iran o logorando i rapporti con qualche stato membro della NATO, come nel caso della Spagna o della Danimarca.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


