Le fedi a confronto sul futuro dell’umanità. «La deterrenza può evitare la guerra, ma non costruisce la pace»
Alla Global Nobel Laureates Assembly il dialogo tra rappresentanti delle religioni: IA e armi nucleari interrogano il destino dell’uomo.
Le “mura di Gerusalemme”, non la “torre di Babele”. Due immagini bibliche, due paradigmi contrapposti che mostrano come, nel costruire dell’uomo, non siano indifferenti né il fine né il metodo. Da una parte, l’edificazione di una comunità fondata sulla convivialità delle differenze, aperta alla dimensione verticale del rapporto con il Senso che trascende l’uomo e alimenta le relazioni; dall’altra, la pretesa di un progetto autocentrato ed egemonico che, recidendo questo legame e piegando ogni cosa alla propria logica, soffoca tanto la dimensione orizzontale dell’incontro quanto quella trascendente dell’esistenza, finendo per spegnere l’umano.
È a questa scelta decisiva che papa Leone XIV richiama l’umanità nella sua enciclica Magnifica Humanitas, rileggendo i racconti biblici come chiave per interpretare le grandi sfide del presente. Proprio a partire da questi due modelli si è sviluppata la prima sessione della seconda giornata della Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, in corso al Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo. Esponenti di diverse tradizioni religiose e spirituali si sono confrontati sul tema “Fede e futuro dell’umanità nell’era dell’intelligenza artificiale e delle armi nucleari”, interrogandosi sul contributo che le religioni possono offrire alla costruzione di un futuro di pace.
Il ritorno all’umanità
Ad aprire il confronto è stato monsignor Indunil J. Kodithuwakku K., segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, che ha rivolto un appello a un’azione comune delle diverse fedi perché «l’umanità prevalga». La strada indicata è quella «dell’accoglienza, del dialogo e della cooperazione, nel solco di valori condivisi capaci di orientare tanto lo sviluppo tecnologico quanto le scelte politiche e strategiche al servizio della persona e del bene comune».
Gerusalemme e Babele
A sviluppare il significato della contrapposizione tra Gerusalemme e Babele è stato quindi il rabbino David Rosen, figura di riferimento del dialogo interreligioso internazionale. La Torre di Babele, ha osservato, rappresenta
il sacrificio dei deboli, la pretesa che una sola lingua possa tradurre e così dominare tutte le altre e, infine, il rischio della disumanizzazione.
La Scrittura, ha spiegato, non condanna l’opera in sé, ma il progetto umano che essa incarna: «un tentativo di uniformazione per costruire una società totalitaria».
Emblematica, in questo senso, la tradizione rabbinica secondo cui, durante la costruzione della torre, «se cadeva un uomo e moriva nessuno se ne dispiaceva; se invece cadeva un mattone e si rompeva, tutti piangevano».
Il senso del limite
Il segno di una società nella quale la persona finisce per valere meno dell’opera che realizza. Da qui il richiamo al senso del limite. Babele, ha proseguito Rosen,
mette in guardia dall’arroganza, dalla superbia e dalla presunzione di onnipotenza, ricordando all’uomo la propria condizione creaturale.
Solo la disponibilità ad arricchirsi reciprocamente attraverso prospettive diverse e un atteggiamento di umiltà – teologica e filosofica – possono contribuire autenticamente «al bene e alla fioritura della società».
La ricostruzione di Gerusalemme
Se Babele descrive il rischio di un potere che uniforma, la metafora delle mura di Gerusalemme richiama invece un’opera comune, nella quale ciascuno è chiamato a offrire il proprio contributo. È questa l’immagine proposta da Anna A. MacMillan, ricercatrice sulle politiche dell’intelligenza artificiale e membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Domus Communis.
«Per ricostruire Gerusalemme», ha spiegato, occorre coinvolgere gli «amministratori», cioè i leader religiosi e il mondo accademico; i «custodi», vale a dire governi e autorità di regolamentazione chiamati a definire un quadro normativo entro cui la tecnologia possa svilupparsi in modo legittimo; e infine i «costruttori», gli sviluppatori e tutti coloro che progettano concretamente le nuove tecnologie, chiamati a sedere allo stesso tavolo insieme a una comunità pienamente partecipe.
Non esiste un’unica strada per sviluppare un’intelligenza artificiale sicura, etica e responsabile,
ha osservato la studiosa, musulmana. Un obiettivo raggiungibile solo attraverso il coinvolgimento reale di tutti i portatori di interesse, senza che nessuno sia costretto a rinunciare ai propri principi morali ed etici.
La responsabilitá condivisa
Lo stesso principio della responsabilità condivisa è stato richiamato da Yoshiyuki Nagaoka, direttore esecutivo dell’Ufficio Affari pubblici del movimento buddista Soka Gakkai. La missione del movimento, ha spiegato, è
continuare a tendere la mano al di là delle frontiere religiose, etniche e nazionali, con l’obiettivo di fare della Terra un’unica comunità umana.
Un impegno che trova una delle sue espressioni più concrete nella campagna per l’eliminazione delle armi nucleari, considerata una priorità non solo politica ma educativa. «È una consapevolezza che desideriamo trasmettere soprattutto alle giovani generazioni», ha affermato, indicando nella formazione delle coscienze la premessa indispensabile perché il rifiuto della minaccia atomica diventi patrimonio condiviso.
La sintesi tra sicurezza e pace
La riflessione si è quindi spostata sul delicato equilibrio tra sicurezza e pace con l’intervento di Ignatius Ki-young Sung, dell’Institute for Peace-Sharing dell’arcidiocesi di Seoul, che ha portato la testimonianza di una penisola ancora divisa e segnata dalla minaccia nucleare della Corea del Nord.
«La deterrenza finora ha funzionato. Ci mantiene in vita, ci permette di sopravvivere», ha riconosciuto. Un equilibrio necessario nelle circostanze attuali, ma che non può essere scambiato per la meta.
«Questa non può essere la conclusione della storia», ha aggiunto. La deterrenza può evitare la guerra e rappresentare un passaggio obbligato in un contesto di tensione permanente, ma non costruisce la pace. Per questo il compito resta quello di perseguire «un’autentica riconciliazione tra le persone, tra gli esseri umani della Corea del Sud e della Corea del Nord», trasformando progressivamente la logica dell’equilibrio della paura in un cammino di fiducia reciproca.
Le convegenze interreligiose
È emersa una convergenza significativa tra tradizioni religiose diverse. Pur partendo da linguaggi e sensibilità differenti, tutti gli interventi hanno individuato nella dignità della persona, nel riconoscimento del limite e nella responsabilità condivisa i criteri per affrontare le due grandi sfide che segnano il nostro tempo: l’intelligenza artificiale e il rischio nucleare. Il vero bivio, come suggerisce papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas, non riguarda anzitutto la tecnologia o gli strumenti di difesa, ma l’idea di uomo e di società che ne orienta lo sviluppo e l’impiego.
La scelta è tra la tentazione di Babele, dove l’efficienza, il dominio e l’uniformità finiscono per prevalere sulla persona, e l’orizzonte di Gerusalemme, dove la comunità si costruisce custodendo insieme la relazione con il Trascendente e quella con l’altro. Solo tenendo unite la dimensione verticale dell’apertura al Senso e quella orizzontale della fraternità, il progresso tecnologico potrà rimanere davvero umano e la sicurezza, anche quando richiede strumenti provvisori come la deterrenza, potrà orientarsi verso il suo compimento: una pace fondata non sulla paura, ma sulla fiducia, sul dialogo e sulla riconciliazione.

Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del progetto “Comunità Connesse” (e dell’omonima rivista) presso il Centro Studi “Silvio Pellico”. Opera all’interno di quest’ETS anche dirigendo Gondour Edizioni e le sue sei collane.
Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d’impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell’Esecutivo nazionale del Mcl – Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d’amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Nel board del think tank torinese “Rinascimento Europeo”, è pure nel direttivo del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri.
Con Giorgio Merlo ha scritto “I Granata” (Daniela Piazza Editore) e con Danilo Careglio edito da Marcovalerio/Vita, “Fila – un sogno color granata”.

