Col Piano quinquennale Cina pronta a scavalcare l’Europa sul piano tecnologico e industriale
Già oggi è molto dura per le aziende europee competere con quelle cinesi in vari ambiti e nel prossimo futuro la situazione sarà ancora più fosca. Infatti, il nuovo Piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese pone all’economia del gigante asiatico degli obiettivi che, se raggiunti, avranno fra l’altro l’effetto di mortificare l’industria europea, lasciandola indietro di anni.
Il Piano quinquennale
Pechino aveva presentato il suo quindicesimo Piano quinquennale già a marzo, ma a ridosso della visita ufficiale di Trump tale documento è tornato alla ribalta. Esso presenta la prospettiva da qui al 2030 per uno sviluppo nel quale vengono fatte interagire politica industriale, transizione energetica e strategia geopolitica. L’ambizione della Cina è affermare la sua leadership sia nelle tecnologie pulite che nella competitività industriale: per farlo si impegnerà molto nell’innovazione, migliorando al tempo stesso la produttività.
Basterebbe già questo a mettere in allarme i vertici europei, i quali probabilmente non si rendono conto dell’enorme ondata gialla che potrebbe travolgere il Vecchio Continente fra poco tempo. E senza considerare che il Piano quinquennale mette un particolare accento sulla domanda interna, vista come volano ideale dello sviluppo industriale. Il governo cinese vorrebbe cioè costruire un “forte mercato interno” che sia un “fondamento strategico” in grado di sostenere la crescita economica e l’incremento tecnologico.
La Cina ha energia, la UE sempre meno (per sua scelta)
Il Piano quinquennale vuole dunque modernizzare i settori tradizionali come quello automobilistico, chimico e metallurgico. Inoltre vuole dare impulso alle sfere più avanzate come i semiconduttori, la robotica e l’intelligenza artificiale. Per farlo ha bisogno naturalmente di combustibile, che importa dalla Russia, dall’Arabia Saudita e dal Brasile. Senza però smettere di sfruttare i suoi giacimenti di carbone, anzi cercando di espandere la produzione nazionale di energia. Le ostilità nel Golfo Persico e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono motivi in più per Pechino per non deviare da tale approccio. Anzi, oggi i cinesi si stanno impegnando per rafforzare il controllo sulle catene di distribuzione dei minerali rari e strategici.
La differenza con la posizione europea è lampante e dolorosa per la UE, che invece sembra disposta a tutto per peggiorare le sue condizioni in questo ambito. Pechino diversifica le sue sorgenti, mentre Bruxelles marcia gioiosa verso la dipendenza dal costoso gas statunitense, esaltando il suo rifiuto ideologico dei combustibili russi, che sono più comodi, convenienti e affidabili di quelli USA.
Comparto auto
Il comparto automobilistico europeo è in sofferenza da tempo. Le aziende cinesi possono quasi dettare legge nel Vecchio Continente già oggi: si trovano infatti nella condizione privilegiata sia di poter ridare fiato all’industria europea comprando fabbriche e marchi e di fatto assorbendola e rendendola secondaria. O potrebbero pure ammazzarla completamente con una concorrenza invincibile. Il Piano quinquennale tenderà a rafforzare notevolmente la predominanza di Pechino.
Così, Paesi di tradizione automobilistica come la Francia e la Germania – che per decenni hanno prosperato approfittando proprio della crescita industriale cinese – adesso ne vengono minacciati alle fondamenta. I marchi europei perdono quote di mercato nel proprio continente, dove invece crescono le vendite di macchine cinesi (comprese quelle elettriche), che hanno quasi raddoppiato le loro esportazioni nei primi tre mesi del 2026. Fabbricare auto in Europa costa molto di più a causa fra l’altro del prezzo dell’energia e delle limitazioni green. Le auto europee perdono quote anche nella Cina stessa, dove invece i marchi nazionali guadagnano spazio e la produzione è maggiore grazie ai sussidi statali e all’organizzazione interna.
Shopping cinese e deindustrializzazione
La deindustrializzazione in Europa galoppa, lasciando i cittadini disoccupati e i loro figli senza futuro. Ed ecco che intervengono le aziende cinesi a comprarsi quelle europee chiuse o in odore di fallimento. Il loro “shopping” potrebbe dare ossigeno a una generazione che ha visto sgretolarsi tutte le certezze (restano comunque tanti dubbi sul futuro di quella successiva…). Chery sta trattando con Nissan la cessione del suo impianto in Inghilterra. La Geely acquisterà dalla Ford una fabbrica in Spagna, dove due impianti della Stellantis costruiranno macchine per la Leapmotor. La BYD sta completando la costruzione di una fabbrica in Ungheria, ma vi è già una crepa che mostra quale triste futuro potrebbe aspettare i lavoratori europei: alcuni subappaltatori locali della BYD si sono lamentati della violazione delle norme UE sul lavoro.
Chi invece per ora non trova un “salvatore” cinese è la fabbrica della Volkswagen a Dresda, che è stata la prima a chiudere in Germania dopo 88 anni. Il suo amministratore delegato Thomas Schäfer ha dichiarato che “nessuno ha ancora bussato alla nostra porta”. Ma nel gruppo Volkswagen vi è chi ammonisce sulla concorrenza sleale dei marchi cinesi: Markus Haupt, direttore di Seat e Cupra, spiega che la situazione tornerà equilibrata solo se i cinesi verranno a produrre in Europa avendo quindi il medesimo loro costo per i materiali e gli operai.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.
