L’Europa sogna l’indipendenza difensiva dagli USA, ma è ancora troppo indietro
Il summit NATO di Ankara è stato un festival del contratti miliardari tra fabbricanti di armi. Le firme sono state accompagnate dalle dichiarazioni roboanti e contradditorie del segretario generale Mark Rutte. Una nuova alleanza militare-industriale fra le due sponde dell’Atlantico… ma allora come farà l’Europa ad avere quell’indipendenza strategica e difensiva di cui parla da anni?
Affaroni
Il forum di Ankara è stata l’occasione per i rappresentanti dell’apparato militare-industriale occidentale di incontrarsi e siglare accordi e commesse per 50 miliardi di dollari. Ed è stata per i governi europei la maniera di dimostrare la volontà di spendere per la difesa una quota di PIL molto più alta. Dimostrare a chi? A Washington, certamente, che insiste e preme affinché i membri continentali si accollino un peso finanziario maggiore, fino al 5% del PIL. E poi gli uni agli altri, in una folle gara a chi “investe” di più nella guerra. Un funzionario NATO parla infatti di una domanda di armi così forte che non può essere soddisfatta da una sola sponda dell’Atlantico. Al vertice turco si sono distinti vari Paesi.
Anzitutto la tradizionalmente neutrale Svezia, ora divenuta membro attivo dell’Alleanza Atlantica, a cui la Saab di Stoccolma venderà dieci GlobalEye, velivoli da ricognizione e sorveglianza dal costo di 450 milioni di dollari ciascuno. Poi la Germania, con la Rheinmetall che produrrà in loco i missili a corto raggio ATACMS dell’americana Lockheed Martin. Naturalmente anche il Regno Unito, che acquisterà da quest’ultima dei missili PrSM (Precision Strike Missiles) per 250 milioni di dollari. E da un altro colosso statunitense, la Northrop Grumman, si impegnano a comprare dei droni MQ-4C Triton da sorveglianza ad alta quota Norvegia, Finlandia, Danimarca e Germania. Altri acquisti milionari e memorandum di collaborazione sono stati siglati anche dalla tedesca Isar Aerospace, dall’italiana Leonardo e dall’europea Airbus.
Le contraddizioni
La testimonianza anonima di un esponente industriale di alto livello, raccolta da Politico, svela le stranezza di questa faccenda: se da un lato ci si sente tutti parte di una “grande famiglia transatlantica”, dice, dall’altro tutti sanno anche che non è completamente vero. E per il summit ci siamo trovati ad Ankara, in Turchia, quindi nemmeno in Europa. Certo, c’è anche chi ritiene che acquistare produzioni americane serva a trattenere Washington dentro l’Alleanza, aggiunge, ma è proprio qui che scoppia la contraddizione peggiore. Rutte parla di armi “Made in NATO”, che accompagneranno la nuova era di “cooperazione industriale transatlantica” da lui annunciata. Difficile però conciliare questa visione celestiale coi programmi della Commissione e del Consiglio UE, che hanno già destinato parecchi soldi per stimolare la fabbricazione interna sul continente e previsto norme per impedire che attori esterni diventino preponderanti in tale impresa.
Si pensi al SAFE (Security Action for Europe), lo strumento finanziario da 150 miliardi di euro che rafforza “la prontezza complessiva alla difesa dell’UE”. Non la prende benissimo l’assistente di Rutte Tarja Jaakkola, timorosa che la Bruxelles comunitaria metta i bastoni fra le ruote alla Bruxelles militare. Per lei “ben vengano le iniziative europee”, ma dobbiamo essere molto prudenti al riguardo, controllando che sia “le più inclusive possibile”. La tensione all’interno della stessa Unione Europea è evidenziata da Dan Kliman del German Marshall Fund: il concetto di “Made in NATO” stride con ciò che vorrebbe la UE e soprattutto vorrebbero certi Stati membri. Occorre dunque sforzarsi di trovare una giusta via di mezzo, spiega, proprio perché quegli Stati sono tutti contemporaneamente parte dell’Unione e dell’Alleanza.
Legati a USA e Cina
Annunci, volontà, progetti e normative non bastano affatto. C’è una realtà molto complessa con cui i fautori della difesa paneuropea devono scontrarsi. La possono ignorare, possono ipocritamente coprirla di ridicolo, ma poi restano fermi al palo, schiavi della dipendenza dai materiali e dalle capacità industriali altrui prima ancora che dalla convenienza politica. Si pensi ai componenti e al know how americano di cui i fabbricanti europei non possono semplicemente fare a meno per costruire gli armamenti commissionati. Arrivano dagli USA in modo diretto o indiretto l’elettronica, i pezzi di ricambio, le licenze… E nel caso della Gran Bretagna, il suo stesso deterrente nucleare dipende in ultima analisi dalla Casa Bianca. Ma l’America è un alleato, giusto? Per qualcuno allora non sarà un problema…
Che dire però della dipendenza che ancora sussiste dai Paesi che non sono alleati, ma che in Europa alcuni etichettano apertamente come “nemici esistenziali”? Paesi UE/NATO continuano ad acquistare petrolio e gas russo e ne fanno addirittura scorta in previsione del bando totale, che dovrebbe avvenire il prossimo anno (salvo non improbabili rimandi o ripensamenti). Senza quelle risorse energetiche, le fabbriche semplicemente smettono di funzionare. Poi c’è Pechino, da cui gli europei acquistano componenti militari e batterie. La UE ha di recente dato il permesso a Kiev di impiegare i soldi del mega-prestito per comprare dai cinesi i pezzi per i droni. In altre parole, grazie alla miopia di Bruxelles, i contribuenti europei finanziano l’industria militare cinese, che serve entrambi i contendenti di un conflitto nel quale i cittadini europei non sono formalmente coinvolti né vogliono esservi coinvolti. E per le batterie, tre dei cinque materiali essenziali per la loro produzione sono appannaggio della Cina, da cui la UE ne importa l’80%. L’Europa si sta mettendo da sola in un bel vicolo cieco, anzi ci si è già messa, e ora non può scendere né salire… Washington preme per una NATO 3.0 nella quale i membri continentali spendano addirittura il 5% del PIL e si affranchino dall’ombrello protettivo statunitense. Ma per farlo, dovranno prima pagare, pagare e pagare le industrie americane ancora per chissà quanto. E poi semplicemente manca il coordinamento necessario a trasformare gli annunci in realtà. I contratti li siglano le singole aziende, i singoli Paesi, non certo le istituzioni UE. Anzi, vi è concorrenza esplicita o tacita fra le capitali che vorrebbero ergersi a paladine del Vecchio continente: Parigi e Berlino anzitutto, la stessa Londra che vuole stare sia dentro che fuori contemporaneamente, ma anche Varsavia e in minima parte anche Roma e gli scandinavi.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor


