Autogol di Kiev: onora i collaborazionisti e si inguaia l’adesione alla UE
Le iniziative che rendono onore agli ucraini che collaborarono coi nazisti alle atrocità contro polacchi ed ebrei stanno inguaiando il percorso di adesione di Kiev alle UE. Ora che Budapest sembra disposta ad approvarne l’ingresso, Varsavia si potrebbe mettere contro.
Gli onori al leader che collaborò coi nazisti
Il 25 maggio i resti di Andrii Melnyk e della moglie, riesumati e trasportati dal Lussemburgo, sono stati riseppelliti presso il cimitero militare nazionale vicino Kiev. Gli onori resigli ha provocato la condanna della Polonia e di Israele. Melnyk fu infatti un leader collaborazionista durante la Seconda Guerra mondiale, a capo di una delle due frange dell’OUN, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini che negli anni ‘40 si distinse per le uccisioni di migliaia polacchi e che partecipò attivamente all’Olocausto.
Lo scopo dell’OUN era indirizzato all’indipendenza ucraina dall’URSS, ma Melnyk spinse per una stretta cooperazione con gli invasori nazisti e per la pulizia etnica dell’Ucraina. L’aiuto dato al Terzo Reich nello sterminio degli ebrei e nella lotta ai sovietici non lo esentò dalla prigionia a Sachsenhausen per via delle sue ambizioni nazionaliste. Morì nel 1964 in esilio a Colonia.
L’influenza degli ultranazionalisti
Alla cerimonia ufficiale del riseppellimento hanno partecipato Zelensky insieme a esponenti del governo e a un ex presidente. Vi erano infatti il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il portavoce del Parlamento Ruslan Stefanchuk e poi Viktor Yushchenko, che ha guidato l’Ucraina dal 2005 al 2010. Zelensky durante la celebrazione ha descritto Melnyk come “una grande figura dell’Ucraina” e ha reso affermazioni inquietanti, come questa: Oggi tutti noi vediamo che la concezione nazionale ucraina può superare ciò che un tempo sembrava assolutamente insormontabile.
All’inizio della sua carriera politica l’ex attore non avrebbe mai detto o fatto qualcosa di simile, ma oggi cerca di compiacere le frange ultranazionaliste del panorama politico. Che lo faccia per convinzione o per convenienza è da stabilire: quel che è certo è che ora non punta più all’appoggio dei russofoni dell’est del Paese, bensì a quello degli ucraini delle regioni occidentali, che odiano Mosca e che sono disposti a combattere al fronte. La carenza di soldati fa sì che ci si rivolga anche alle fazioni nazistoidi e ideologizzate sul genere del Battaglione Azov.
Un vecchio vizio
Non è la prima volta che il passato filo-nazista di certi ucraini viene glorificato sia a Kiev che in Occidente. Certo, in Europa si cerca di non parlarne troppo, per evitare di sporcare l’immagine di un’Ucraina eroica che si difende dall’aggressione. E soprattutto per non suscitare dubbi nei cittadini che con le loro tasse sostengono lo sforzo militare ucraino. Qualcuno fa notare che non tutti coloro che indossano svastiche sono necessariamente dei nazisti, ma a Varsavia e a Tel Aviv non la prendono bene. Già nel 2023 si era verificato un episodio che sarebbe ridicolo se non fosse altamente spiacevole.
Proprio mentre Zelensky era in visita ufficiale ad Ottawa, i deputati canadesi si alzarono in piedi per applaudire il 98enne ucraino Yaroslav Hunka, che fece parte della famigerata Divisione Galizia, la formazione di volontari delle SS che massacrò civili e partigiani polacchi e aiutò i nazisti nello sterminio degli ebrei. In quell’occasione il portavoce della Camera Anthony Rota lo definì “un eroe ucraino, un eroe canadese” per aver combattuto contro i russi per l’indipendenza ucraina. Forse i politici canadesi furono solamente incauti, ma l’allora premier Justin Trudeau dovette scusarsi e Rota dimettersi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso
Come se non bastasse, Zelensky ha pensato bene a fine maggio di emanare un decreto con cui ha concesso il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze speciali. UPA e l’acronimo di Esercito Insurrezionale Ucraino, la formazione che combatté contro i sovietici collaborando coi nazisti e dedicandosi fra l’altro ai cosiddetti massacri della Volinia, l’uccisione di circa 100mila polacchi compiuta fra il 1943 e il 1945. La risposta politica di Varsavia è arrivata subito.
L’ex ambasciatore a Kiev Bartosz Cichocki ha restituito l’Ordine al Merito conferitogli da Zelensky nel 2022, mentre l’ex premier Leszek Miller ha affermato che assegnare un titolo dell’UPA equivarrebbe in Germania a chiamare un’unità dell’esercito tedesco Einsatzgruppe, gli squadroni della morte delle SS. Il presidente polacco Karol Nawrocki si è detto oltraggiato e ha dichiarato che farà in modo di ritirare a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza di Stato gli avevo conferito nel 2023 il predecessore Andrzej Duda.
Ungheria ora forse sì, Polonia ora forse no
L’incidente diplomatico con Varsavia potrebbe diventare una valanga tale da infrangersi sui sogni europei di Kiev. L’intoppo è capitato proprio quando la posizione dell’Ungheria era divenuta accomodante, dopo che da molto tempo Budapest bloccava il percorso ucraino verso la UE. Ora il nuovo premier magiaro ha fatto intendere che ottenendo adeguate garanzie sulla minoranza etnica della Transcarpazia toglierebbe il veto all’apertura del primo capitolo negoziale per l’adesione. Ci sarebbero altri cinque capitoli da affrontare e poi servirebbe l’unanimità di tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione. Dunque il percorso è ancora lungo, ma a Kiev non conviene inimicarsi proprio una nazione vicina geograficamente e storicamente come la Polonia.
Krzysztof Bosak, vicepresidente della Camera polacca, ha espressamente invitato il governo a ridurre l’assistenza fornita all’Ucraina e a fermarne l’ingresso nella UE, almeno fino a che tale disputa non venga risolta. O meglio fino a che gli ucraini “non abbondonino il loro culto dei criminali”, riferendosi a coloro che commisero le stragi collaborando coi nazisti. Anche senza questo problema, Varsavia era comunque piuttosto prudente nei confronti della concessione dello status di membro all’Ucraina, per i timori legati al settore agroalimentare e ai trasporti.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


