Il Gruppo di studi Ebraici di Torino apre all’intifada intellettuale ebraica contro le atrocità commesse a Gaza

Il Gruppo di studi Ebraici di Torino apre all’intifada intellettuale ebraica contro le atrocità commesse a Gaza

12 Agosto 2025 0

Il “mondo” magari deplora a mezza bocca i metodi dell’esercito israeliano, ma alla fine, si guarda bene dall’intralciare uno sterminio per fame, sete e pallottole.

Sono parole dure come le pietre quelle scagliate da David Calef dalla pagine del Bimestrale ‘Ha Keillah’ (La Comunità), organo del Gruppo di studi Ebraici di Torino.

Esperto di emergenze umanitarie e coordinatore nazionale di JCall-Italia (European Jewish Call for Reason), Calef è una della tante voci della ‘Intifada’ intellettuale ebraica che si sta sollevando a causa delle atrocità commesse a Gaza per volontà del Governo di Benyamin Netanyahu.

Fame, sete e pallottole

Nel suo articolo ‘Fame, sete e pallottole’ David Calef critica innanzitutto la gestione, o meglio, la non gestione della crisi umanitaria correlata alla guerra.

Durante la tregua di sei settimane tra gennaio e marzo – osserva l’esperto di crisi umanitarie – come del resto nei sedici mesi precedenti a partire dall’ottobre 2023, l’assistenza umanitaria era fornita da agenzie dell’Onu(Unicef, Pam) e Ong internazionali. A Gaza, come nelle altre situazioni di crisi umanitarie in cui operano, tutte le agenzie adottavano regole consolidate da anni. Per cominciare i punti di distribuzione erano situati in luoghi facilmente accessibili ai destinatari dell’assistenza. Tutti i destinatari di aiuti umanitari venivano identificati e registrati per correlare le forme e la qualità dell’assistenza al grado di vulnerabilità della popolazione dando priorità alle persone più vulnerabili incluse gli anziani, i malati, i disabili, le donne incinte o che allattano e i bambini sotto ai 5 anni. Nulla di tutto questo sta succedendo a Gaza dalla fine di maggio.

Gaza Humanitarian Foundation

La lente di Calef si concentra quindi sulla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione privata registrata nel Delaware poche settimane dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca e che nelle intenzioni del governo israeliano sostituisce le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG internazionali.

Le notizie sul nuovo partner “umanitario” – precisa Calef – sono scarse. Di certo si sa che è finanziato dagli Stati Uniti e che il suo presidente è il reverendo Johnnie Moore, ex consigliere della campagna per la rielezione di Donald Trump e uno dei leader dei sionisti cristiani (Evangelici n.d.r) che, negli Stati Uniti, costituiscono il movimento più influente e numeroso di sostenitori di Israele”.

Da quando il 29 maggio la GHF ha iniziato la sua opera, il caos ha regnato sovrano, con quotidiane uccisioni (esecuzioni?) di persone in coda per cibo e acqua, marce interminabili per il raggiungimento degli aiuti ecc. ”Sotto il controllo della GHF – osserva David Calef – , i siti sono passati da 200 a 4, tre dei quali si trovano ad ovest di Rafah nell’estremo sud della striscia ed uno solo nella parte centrale non lontano dal corridoio di Netzarim. La GHF non ha pianificato alcun centro di distribuzione nella parte settentrionale di Gaza dove si trovano centinaia di migliaia di palestinesi che in tal modo restano tagliati fuori dagli aiuti. Inoltre, fino ad ora, la GHF non ha organizzato alcun sistema di identificazione e registrazione dei beneficiari“.

La guerra della fame

E anche sotto l’aspetto del mero sostentamento le razioni della GHF sono ben al di sotto degli standard minimi. ‘Ipacchi alimentari della GHF – scrive l’esperto nel suo intervento – contengono principalmente alimenti che richiedono cottura come pasta, riso e bulgur, mentre a Gaza la scarsità di acqua potabile e di combustibile ne rende difficile la preparazione. Inoltre, i pacchi sono privi di alimenti freschi e di cibo specifico per neonati e mancano quindi di vitamine e dei micronutrienti necessari per evitare forme croniche o acute di malnutrizione. Per di più, ogni razione della GHF è in media di circa 1.750 calorie/giorno inferiore alla razione umanitaria standard di 2.100 calorie per persona al giorno considerata quella necessaria a nutrire un individuo adulto.

Infine Calef affronta l’aspetto più agghiacciante della politica degli aiuti della GHF.

Ad ogni distribuzione – sottolinea l’esperto – l’esercito israeliano e i mercenari americani impiegati dalla GHF sparano sulle folle di palestinesi radunatesi in attesa di ricevere il cibo. Secondo la versione ufficiale dell’esercito israeliano i soldati sparano colpi di avvertimento contro “individui sospetti” che si avvicinavano troppo alle loro posizioni. In realtà le testimonianze, sia dei palestinesi sia degli operatori umanitari presenti sul campo e corroborate da esperti di armi consultati dalla CNN, sostengono che i beneficiari dell’assistenza non sono in preda ad un impulso suicida ma che Tsahal fa un uso molto disinvolto di cecchini, droni, e carri armati per “controllare” la folla.

Soldati israeliani, intervistati dai giornalisti di Haaretz – assicura David Calef – hanno confermato di aver ricevuto dai loro comandanti l’ordine inderogabile di sparare ai civili palestinesi anche quando è chiaro che questi ultimi non costituiscono alcuna minaccia. Un palestinese sta oltrepassando una linea non segnalata al di là della quale non si può passare? Si spara. E si compie un’attività quotidiana di decimazione”.

Una deportazione indotta

Secondo l’autore i comportamenti criminali della GHF risponderebbero in realtà ad un piano ben preciso e non sarebbero semplice sadismo: l’obbiettivo è rendere la Striscia di Gaza per i palestinesi semplicemente un luogo da cui fuggire. ‘A marzo il ministro delle finanze Bezalel Smotrich – scrive Calef – affermava che il governo era pronto a creare un’agenzia per l’emigrazione da Gaza per realizzare il piano di Trump che mira a trasformare i 40 chilometri di costa di Gaza in un complesso turistico e a deportare quel che resta dei 2,2 milioni di residenti. Ad aprile il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha confermato i propositi di deportazione del governo. Nel corso di una conferenza a Gerusalemme, Sa’ar ha detto che incoraggiare l’emigrazione “volontaria” da Gaza è “la cosa più morale e umana da fare”.

La decisione presa da Netanyahu giovedì 7 agosto di occupare Gaza col proprio esercito chiude quindi il cerchio di questa strategia cinica ma ben orchestrata. Ormai Gaza è un grande cumulo di macerie, completamente dipendente dagli aiuti umanitari, gestiti in larga parte da Israele. La grande deportazione di cui si sente parlare da qualche mese potrebbe essere alle porte e chissà a quale prezzo. Sebbene non riportata nella sua portata dai media mainstream, la rivolta di una parte della comunità ebraica contro la guerra di Gaza si sta comunque facendo sempre più forte e desiderosa di farsi ascoltare: speriamo prima che non sia troppo tardi.

Fabio Grosso
fgrosso

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