Vertice Russia-USA in Alaska: per Kiev si profila una lenta sconfitta

Vertice Russia-USA in Alaska: per Kiev si profila una lenta sconfitta

12 Agosto 2025 0

Manca poco al vertice Russia-USA che si terrà in Alaska e le premesse sono tutte a sfavore di Zelensky e del suo apparato. Il mancato invito, l’apparente disponibilità di Trump alle richieste di Mosca, l’accenno alla necessità di cedere ufficialmente i territori. Questi e altri segnali hanno mandato in bestia il presidente ucraino, che ora strepita per sedersi a quel tavolo.

I segnali di una lenta sconfitta

L’americana CNN parla di “lenta sconfitta” che Kiev sta subendo e i cui segnali arrivano anzitutto dall’estero. In particolare dalla Cina e dall’India, che non cedono alle minacce di sanzioni USA e dimostrano così di essere sostanzialmente schierate con la Russia. Dunque Zelensky può aggrapparsi solamente all’Europa, perché oggi la Casa Bianca è in fase di avvicinamento al Cremlino. La retorica di Trump è cambiata dai tempi recenti in cui diceva di essere deluso o disgustato dalle azioni di Putin. Ora i moniti e gli ultimatum sono stati completamente cancellati dalla prospettiva del vertice in Alaska. Secondo Oleh Shamshur, esperto dell’Eurasia Center presso l’Atlantic Council, il presidente americano ritiene di poter comunicare col presidente americano da partner, non da avversario. E asserisce che per Kiev la cessione ufficiale del Donbass, uno degli esiti presumibili del summit, sarebbe una grande vittoria per la Russia e brutto colpo per l’Ucraina.

Zelensky batte i piedi per una pace “dignitosa”

Naturalmente Zelensky non sta in silenzio. Così, dopo che la Casa Bianca ha emanato l’annuncio del vertice, ha detto che l’Ucraina è “pronta a lavorare col presidente Trump” rigettando però l’opzione delle cessioni territoriali, secondo lui negata in partenza dalla stessa Costituzione. Il fatto è che i russi sono in procinto di accerchiare due città importanti della rimanente parte di Donbass non ancora incorporata e hanno inoltre la prospettiva di prenderne altre due, Kramatorsk and Sloviansk, il che causerebbe notevoli problemi all’esercito di Kiev qualora Mosca decidesse di avanzare ancora.

Insomma, Zelensky non ha molta scelta, considerato che nello scambio di territori ipotizzato da Trump riceverebbe poco o nulla. Forse soltanto le strisce occupate dai russi nelle regioni di Sumy e di Kharkov, peraltro parte della zona-cuscinetto di cui accennava il Cremlino. Zelensky batte allora i piedi per chiedere a Mosca di terminare il prima possibile la sua “operazione speciale” e di acconsentire a una pace “giusta” e “dignitosa”. È inoltre amareggiato dal non aver ricevuto l’invito al summit. La Casa Bianca sminuisce dicendo che sarebbe ancora possibile farlo partecipare e che comunque vi saranno incontri con lui successivamente. Anche Putin ha detto che è possibile, ma soltanto quando sussisteranno le condizioni adatte. Ma Zelensky insiste: nessuna decisione che prenderanno senza la partecipazione ucraina potrà portare la pace; anzi, una decisione che vada contro gli interessi di Kiev è una decisione contro la pace, afferma.

C’è chi la vede in positivo

C’è anche chi vede nel vertice in Alaska una speranza per l’Ucraina e per il mondo intero. Alcuni diplomatici del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno confidato di ritenere il summit come un passo fondamentale per la conclusione del conflitto armato e come un grandioso precedente per la risoluzione diplomatica di altre crisi internazionali. Secondo loro la questione ucraina ha delle cause più profonde che bigosna risolvere alla radice, possibilmente nel quadro di un’architettura globale di sicurezza. Intanto Mosca si porta avanti: l’assistente e consigliere presidenziale per la politica estera Yuri Ushakov, per anni ambasciatore negli Stati Uniti, ha comunicato che è stato trasmesso a Trump l’invito al successivo incontro con Putin da effettuare nella Federazione Russa.

Vede il summit in chiave positiva anche una sostenitrice accanita dell’Ucraina, la senatrice repubblicana Lisa Murkowski, che spera in accordi “significativi” e quindi nella fine del conflitto. Dunque nessuna critica, nemmeno da una Congresswoman come lei mai tenera col governo russo, che definisce un regime, ed estremamente generosa con Kiev, a beneficio della quale ha appena avanzato una proposta di assistenza da decine di miliardi di dollari. È felice per il suo Alaska il senatore membro della Commissione per i servizi armati Dan Sullivan, lieto che il suo Stato ospiti un altro incontro fra leader mondiali dopo quello fra Reagan e Giovanni Paolo II e fra Nixon e l’Imperatore del Giappone.

Alaska luogo ideale di incontro

La scelta dell’Alaska come luogo di ritrovo è significativa. La location conta, fanno sapere da Washington. E Mosca è d’accordo. Questo Stato apparteneva all’Impero Russo, che nel 1867 lo vendette agli Stati Uniti. E ancora oggi è terra di confine e di incontro fra le due nazioni, come sottolinea Ushakov: in Alaska e nell’Artico si incrociano gli interessi economici dei nostri Paesi e si intravedono le prospettive per la realizzazione di progetti di largo respiro e reciprocamente vantaggiosi. Ed è anche una destinazione logica, dice, perché alla delegazione russa per arrivarci basta attraversare lo stretto di Bering. Esulta Mike Dunleavy, governatore dell’Alaska dal 2018. Su X saluta con entusiasmo l’imminente arrivo dei due leader e magnifica il suo Stato come il “luogo più strategico del mondo”: è appropriato che colloqui di importanza globale avvengano qui.

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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