Libano una cambiale in bianco chiamata pace

Libano una cambiale in bianco chiamata pace

2 Luglio 2026 0

Lo chiamano accordo. In realtà è una resa. Firmato il 26 giugno 2026 a Washington dagli ambasciatori libanese e israeliano, con gli Stati Uniti di Donald Trump nel ruolo di garanti e padrini, il documento che dovrebbe porre fine a mesi di guerra nel Sud del Libano ha già trovato il suo epitaffio nelle parole di Mahmoud Qmati, vice presidente del Consiglio politico di Hezbollah. «È nato morto», ha detto al portale The New Arab.

Non permetteremo che venga attuato.

Nato morto

Nato morto. Due parole valgono più di tutti i 14 articoli di linguaggio diplomatico di cui è costituito il testo. Eppure lo hanno firmato. Il governo libanese, quello stesso governo che Berri, presidente del Parlamento e leader del movimento Amal, alleato storico di Hezbollah, ha definito vittima di un diktat. «Tra gli aspetti più pericolosi dell’accordo» ha dichiarato al quotidiano Al-Akhbar

c’è il potenziale di fomentare divisioni interne e di trascinare i libanesi in uno scontro reciproco.

Divisioni. Scontro reciproco. Parole pesanti, che evocano spettri che il Libano conosce bene, quindici anni di guerra civile, sangue che chiamava sangue, massacro dopo massacro. Berri non pronuncia la parola guerra civile. Non ce n’è bisogno. Basta evocarla. Il testo dell’accordo lo ha analizzato Assem Dandashly, professore associato all’Università di Maastricht ed esperto di diritto e relazioni internazionali nel Medio Oriente, in un’intervista rilasciata ad Avvenire. «Non si tratta di una pace tra pari» dice.

Un quadro che cerca di sancire i vantaggi strategici di Israele, derivanti dalla guerra del 2024 e di presentarli come un accordo reciproco.

La cambiale in bianco dell’art. 13

Poi c’è l’articolo 13. Quattro righe che valgono una cambiale in bianco. Le parti si impegnano a «fermare tutti gli atti ostili o pregiudizievoli nei forum politici o legali internazionali». Tradotto, Beirut rinuncia al diritto di trascinare Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig), al Consiglio di Sicurezza, a qualsiasi tribunale del mondo. Rinuncia al risarcimento. Rinuncia alla condanna, alla verità giuridica.

Lo fa gratis, senza ottenere nulla in cambio, nemmeno la certezza che un soldato israeliano lasci il Sud. La storia aggiunge la sua ironia feroce. Il primo ministro libanese Nawaf Salam, prima di assumere l’incarico, era a capo proprio della Cig. Ha firmato un accordo che chiude per sempre le porte al suo stesso tribunale.

Le rivendicazioni

Mahmoud Qmati, uno degli uomini che conosce meglio i meccanismi interni del Partito di Dio, ha condensato in una dichiarazione tranchant. Netta come una condanna: «E’ nato morto. Vogliamo la nostra terra e la sua liberazione, e terremo le nostre armi» ha detto al portale The New Arab. «Non avvieremo alcuna azione che destabilizzi il paese. La nostra priorità è fronteggiare il nemico israeliano».

Nella serata di venerdì 26 giugno, fino a tarda notte, centinaia di sostenitori di Hezbollah avevano sfilato in motocicletta per le strade di Beirut, concentrandosi nei pressi del Parlamento e lungo la strada che porta all’aeroporto internazionale, bloccando il traffico e dando fuoco ai cassonetti. Qmati ha escluso una nuova mobilitazione di massa. «Questo accordo non merita di portare la gente in strada».

Il ruolo statunitense

Dall’altra parte dell’Atlantico, il Congresso americano ha fatto la sua parte. La Camera dei Rappresentanti ha respinto per la seconda volta in un mese, con 235 voti contro 189, la risoluzione della deputata democratica Rashida Tlaib che chiedeva di ritirare le forze armate americane da qualsiasi ostilità in Libano. Ventidue democratici hanno votato con i repubblicani contro la misura. «A mia conoscenza, non siamo impegnati in un conflitto con il Libano» ha dichiarato il democratico Jared Golden.

La presenza americana in Libano è tutt’altro che simbolica. Washington avrebbe approvato, secondo quanto riportato da Reuters il 2 ottobre 2025, un pacchetto di aiuti da 230 milioni di dollari per le forze di sicurezza libanesi, dopo che Beirut si è impegnata a disarmare Hezbollah. Un secondo pacchetto da 14,2 milioni era arrivato solo un mese prima.

Per il governo di Beirut è una garanzia. Per Hezbollah è l’ennesima prova che il destino del Libano viene deciso altrove, mentre Beirut firma. A Gerusalemme, nel frattempo, Haaretz riferisce che durante una seduta della Knesset il rabbino Eliyahu Zini, il cui nipote David Zini dirige l’agenzia di sicurezza interna israeliana, ha lasciato cadere la maschera:

Tutto il Libano appartiene a noi.

Nessun ritiro israeliano

E mentre il ministro degli Esteri Sa’ar parlava di pace e normalizzazione, una fonte militare israeliana confessava allo stesso quotidiano che «al momento, le Idf non si ritireranno da nessuna parte. Non è chiaro quando e come il ritiro verrà effettivamente effettuato, e questo dipende dalle garanzie che riceviamo dalla classe politica». Ridispiegamento. Riposizionamento. Non ritiro. I funzionari israeliani sono soddisfatti che la parola, ritiro, non compaia nel testo. Significa spostarsi. Non uscire.

Dal solo 2 marzo, giorno in cui Hezbollah è entrato in guerra, il ministero della Salute libanese ha contato 4.297 morti e 12.196 feriti. I negoziatori discutono di zone pilota e allegati sulla sicurezza. Le Idf bombardano i centri di comando di Hezbollah, accusando il movimento di violare il cessate il fuoco. Hezbollah accusa le forze di Tel Aviv di colpire edifici residenziali fuori dalla zona cuscinetto. Intanto da Beirut una fonte, che preferisce mantenere l’anonimato, riferisce che nel pomeriggio di ieri, un raid israeliano ha colpito Nabatieh alta.

Bruciano le case del villaggio occupato di Beit Yahun, aggiunge.

I morti si accumulano. L’accordo è già morto. La guerra no.

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Marina Pupella
MarinaPupella

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