Dubbi e considerazioni di Polonia ed Europarlamento sui capitoli negoziali per l’adesione di Kiev alla UEEuroparlamento
Un altro capitolo negoziale è stato aperto a favore dell’Ucraina. A Kiev esultano, ma ne mancano altri quattro e serve ancora l’unanimità dei 27 Stati membri. E intanto il dibattito sugli eccidi e i crimini dei combattenti ucraini onorati da Zelensky arriva all’Europarlamento, che invita a tenere conto della memoria storica e del dolore della Polonia.
Capitoli aperti, capitoli chiusi
I Paesi UE hanno approvato per Ucraina e Moldavia l’apertura del capitolo negoziale numero 6, quello riguardante alle relazioni esterne. La decisione è stata presa a livello di rappresentanti diplomatici, ma dovrà essere confermata formalmente a livello ministeriale il 14 luglio. Restano così in ballo ancora quattro capitoli: il numero 2 sul mercato interno, il 3 sulla competitività e la crescita inclusiva, il 4 sull’agenda verde e la connettività sostenibile e il 5 su risorse, agricoltura e coesione. Sono dunque temi particolarmente sensibili a livello politico, che richiedono una valutazione più approfondita. Il numero 6 veniva invece considerato “facile”, così come il numero 1 aperto a giugno. Si sono comunque rese necessarie delle correzioni al testo finale, come quelle proposte dall’Ungheria, che non voleva fosse scritto che gli altri capitoli venissero aperti “il prima possibile”.
Piano con gli entusiasmi
Esulta il vicepremier Taras Kachka, responsabile per l’integrazione euroatlantica, che ha pubblicamente ringraziato i partner europei per aver spinto in avanti il processo di allargamento. Ha spiegato che Kiev intende sfruttare l’attuale “finestra di opportunità” allo scopo di accelerare i procedimenti verso la membership. E intanto le riforme continuano, dice, col Parlamento ucraino che adotta tutte le riforme e le norme richieste per aprire i restanti capitoli. Aggiunge che “adesso la palla è passata completamente nella mani dell’Unione Europea” ed è una questione di “unità” dei 27 Stati membri.
Kachka è assolutamente sicuro che siano tutti quanti favorevoli all’ingresso di Kiev nella UE. “Nessun Paese è contrario. È solo una questione di tempistiche, di elaborazione dei documenti e di altre cose tecniche”. Forse ignora che diversi governi hanno già espresso dubbi, se non contrarietà, pur non manifestando il proprio scetticismo. Lo si era visto a fine giugno, quando il nuovo premier ungherese Peter Magyar aveva bloccato cinque gruppi di capitoli su sei, rivelando – senza farne i nomi – il voto contrario di altri leader che a parole appoggiano Kiev, ma nei fatti la osteggiano.
Dibattito all’Europarlamento
Il Parlamento Europeo ha votato qualche giorno fa un documento sulla situazione della procedura di adesione dell’Ucraina. Hanno detto sì 460 deputati, 136 hanno detto no e 59 si sono astenuti. Non un gran risultato, ben lontano dall’uniformità di visioni, appesantito dalla lunghezza dei dibattiti e macchiato dalla polemica sulle onorificenze ai collaborazionisti del Terzo Reich. Ucraina e Polonia infatti sono ancora ai ferri corti dopo che Zelensky non ha ritirato la sua decisione di dare a un’unità delle Forze speciali il titolo di “Eroi dell’UPA”, quell’Esercito Insurrezionale Ucraino che durante la Seconda Guerra mondiale combatté i sovietici al fianco dei nazisti e collaborò col Terzo Reich allo sterminio degli ebrei. Fra le altre cose, l’UPA si dedicò ai “massacri della Volinia”, l’uccisione di circa 100mila cittadini polacchi.
Dannoso strategicamente
Lo scandalo e i dibattiti sulla memoria storica sono ormai divenuti “strategicamente dannosi”, spiega Kostiantyn Yelisieiev, in passato rappresentante di Kiev presso la UE, commissario per la politica estera e i processi di integrazione e vicecapo dell’amministrazione presidenziale. Oggi sottolinea come il 90% delle discussioni sui progressi di Kiev verso l’adesione non siano altro che un dibattito storico-politico sui crimini dell’UPA. Ma l’Ucraina non può permettersi il lusso di litigare quando invece ha bisogno di alleati. L’Europarlamento si è infatti sostanzialmente schierato dalla parte di Varsavia nelle sue critiche alla scelta di Zelensky, che “ha ignorato i temi sensibili e il dolore della Polonia”.
Strasburgo esorta quindi a ridurre le tensioni e a fare sforzi di riconciliazione, mentre il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski esprime la speranza che il voto mostri a Kiev che la Polonia in quanto Paese membro ha effettivamente una certa influenza all’interno della UE. A sua volta, il ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz dice che la risoluzione di Strasburgo mostra che il percorso di Kiev verso la UE “non è praticabile aggirando i principi sui quali l’Unione è fondata”, e cioè la verità storica, la memoria delle vittime dell’estremismo, il rispetto dei partner e la costruzione di buone relazioni coi vicini.
Corruzione ed elezioni
La risoluzione contiene anche riferimenti ai progressi ucraini nella lotta alla corruzione e nel miglioramento del sistema giudiziario. Si tratti di temi cruciali, dicono gli eurodeputati, fondamentali per l’attrazione di investimenti internazionali e la ricostruzione post-bellica. Brava Kiev, dicono, ma bisogna ancora lavorare per rafforzare le istituzioni democratiche, salvaguardare la separazione dei poteri durante questo periodo di guerra, e proteggere l’indipendenza delle agenzie anti-corruzione nazionali NABU e SAPO, che vanno difese da interferenze e pressioni politiche.
E le elezioni vanno organizzate, sì, ma solo dopo la fine delle ostilità. Il Parlamento respinge le richieste di Washington di svolgere la tornata elettorale già oggi, mentre il conflitto è in corso, e chiede che vi sia tempo a sufficienza per garantire le condizioni e gli standard per una votazione libera e corretta, una volta che la legge marziale venga annullata.
E la Serbia?
La Polonia non è più l’alleato incondizionato che gli ucraini credevano di avere. E non c’entra l’UPA. Fra i quattro capitali ancora chiusi, infatti, vi è quello del mercato unico e della concorrenza, molto delicato per Varsavia, che teme per il proprio settore agricolo e dei trasporti. E nemmeno l’Ungheria si è trasformata in amica nel giro di una notte, con la sconfitta di Orban alle elezioni di aprile. Magyar, dopo aver tolto il veto al mega prestito da 90 miliardi, ha poi puntato i piedi sulla questione della minoranza magiara di Transcarpazia. Ha così rallentato il percorso ucraino, motivando questa scelta anche con un fatto di giustizia verso i Paesi dei Balcani occidentali che attendono l’ingresso a Bruxelles da molto più tempo dell’Ucraina e hanno lavorato a lungo sui requisiti per entrare.
La questione si è nuovamente inasprita la settimana scorsa, quando la Serbia si è vista opporre l’ennesimo rifiuto per il voto contrario di otto Stati membri. Belgrado aveva fatto richiesta nel lontano 2009, ma negli ultimi anno la sua candidatura è stata messa in dubbio per motivi contingenti di carattere strettamente geopolitico, non di conformità agli standard richiesti. La giudicano troppo vicina a Mosca e a Pechino, o per meglio dire non abbastanza ostile alla Russia con le sanzioni. Vi è ormai chi mette in dubbio la credibilità di un’Unione che accetta iscrizioni solo a condizione di sposare completamente la linea politica della Commissione.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


