Libano, Ali Daehr: «Israele non cerca la pace: vuole occupare il Libano»

Libano, Ali Daehr: «Israele non cerca la pace: vuole occupare il Libano»

19 Giugno 2026 0

I negoziati previsti a Lucerna tra Stati Uniti e Iran sono stati rinviati e il memorandum sottoscritto da Trump e Pezeshkian, che prometteva la cessazione delle operazioni militari in Libano, la riapertura dello Stretto di Hormuz e una finestra negoziale di 60 giorni, resta sospeso.

Libano ancora sotto attacco

La violenza, però, non attende i tempi della diplomazia e nel Sud del Libano i raid israeliani su Sejoud, Tiro e Nabatiyeh hanno causato 47 morti e 97 feriti, tra cui sette donne e due bambini. Intanto nei giorni scorsi, l’Onu ha invitato la popolazione a restare lontana dalle aree a rischio e a non tornare nelle proprie case, ammesso che di esse resti ancora un muro in piedi o un tetto che non sia un cumulo di macerie.

In questo limbo kafkiano, dove la sovranità di uno Stato è ridotta a carta straccia tra occupanti e mediatori, Ali Daehr, esponente del Consiglio politico di Hezbollah, ci offre il suo punto di vista su una tregua che nel concreto non ferma il massacro. Medico laureato all’Università di Padova, dove ha vissuto per dieci anni, Daehr è una delle menti che tracciano la rotta del Partito, di cui fa parte dal 1994.Uomo mite e dai modi gentili, lo avevamo incontrato lo scorso anno a Beirut.

La tregua mancata

Daehr chiarisce subito i contorni della tregua mancata, dopo il bombardamento israeliano di domenica scorsa su Dahieh, il quartiere a Sud di Beirut, considerato roccaforte del movimento sciita vicino a Teheran.

Teheran quel giorno erapronta a rispondere. Poi Trump ha ordinato di allargare le maglie dei negoziati, accelerando i tempi. L’attesa è servita a verificare la risolutezza del presidente americano. Sicuramente, ha ottenuto un impegno da parte sua nell’obbligare lo Stato ebraico a un cessate il fuoco.

L’uomo di Hezbollah osserva che «siamo di fronte a un momento che il Libano attendeva da tempo, con quasi 500 martiri in quindici mesi sotto un cessate il fuoco israeliano mai rispettato».

L’indispensabile pace in Libano

La sua analisi è tagliente.

  1. La nostra è stata una reazione, un tentativo estremo di fermare le armi nemiche. La nostra gente subiva l’ingresso dell’Idf nei villaggi, le case distrutte, le vittime. Abbiamo agito per questo. Poco importa chi abbia mediato tra Iran, Pakistan o Arabia Saudita. La posizione resta chiara. Se l’accordo garantisce un cessate il fuoco reale, territoriale, aereo e marittimo, e se prevede il ritiro definitivo delle truppe israeliane e l’inizio della ricostruzione, noi accettiamo. Non esiste motivo di opporsi a una pace che metta al sicuro la popolazione, restituendo sovranità al Paese.

La disinformazione su Hezbollah

Sulle accuse che dipingono Hezbollah come pedina di scambio al tavolo dei negoziati, Daehrreplica secco. «Respingiamo questa lettura. Non siamo merce di scambio. La nostra strategia è sempre stata la difesa della nostra terra. Se i negoziati tra Iran e Stati Uniti offrono oggi una strada per la sicurezza della nostra gente, perché dovremmo rifiutarla? Non serve separare i destini quando l’obiettivo finale resta la fine di questa carneficina. Accetteremo qualsiasi accordo porti a un vero cessate il fuoco. Da chiunque arrivi». Anche sulle insinuazioni sull’uso da parte del Partito di Dio di scudi umani, la voce del dottore è ferma.

«Menzogne. Propaganda pura. La nostra è una resistenza popolare. Noi siamo la gente. Viviamo in quei villaggi, in quelle case del Sud. Quando l’esercito nazionale non può difendere il territorio, tocca al popolo. Difendere la propria casa significa usarla come scudo, o significa difendere la propria vita? La nostra educazione morale impedisce di toccare ospedali e scuole. Restiamo lontani da quegli edifici. Le accuse israeliane risultano assurde».

Il no all’invasione

Daehr non nasconde l’opposizione radicale ai tentativi del governo libanese di negoziare direttamente con Israele.

«Questa non è una guerra per procura, è un’invasione. Il progetto di Netanyahu è la Grande Israele. La popolazione del Sud è consapevole che l’intento di Israele è occupare l’intero Paese, non limitandosi ai confini meridionali. Siamo fermamente contrari ai negoziati diretti. Lo Stato ebraico ha devastato il Libano innumerevoli volte, ben prima del conflitto attuale. Nel 1982 arrivarono a Beirut, per poi ritirarsi da Sidone nel 1985, mantenendo però l’occupazione di gran parte del Sud. Israele è un nemico che ha mietuto decine di migliaia di vittime libanesi. Questa ostilità non è legata alla causa iraniana, poiché le aggressioni, le distruzioni e gli attentati risalgono al 1948, quando l’occupazione della Palestina e l’espulsione del popolo palestinese diedero il via a una scia di sangue che ha sempre colpito il Libano. Pensiamo al massacro di Hula nel 1948 o al bombardamento dell’aeroporto di Beirut nel 1968. A quell’epoca l’Iran attuale e Hezbollah non esistevano nemmeno. È questa la vera faccia di un nemico, che ha sempre sognato di normalizzare i propri rapporti col mondo arabo attraverso la forza. Trattare con chi ignora ogni tregua, per trasformare il tavolo negoziale in un mezzo per disarmarci, è follia. Regalare un vantaggio diplomatico a Israele senza ottenere nulla è un comportamento irresponsabile dello Stato libanese. La popolazione sa chi è il nemico. Non siamo noi a trascinare il Libano nel baratro, è Israele a volerne la fine».

Il futuro delle Laf

Infine, sull’integrazione nelle Laf (le Forze armate libanesi), Daehr mostra scetticismo. «Il progetto appare poco pratico. I movimenti di resistenza nascono quando l’esercito nazionale subisce pressioni esterne, in particolare americane, che lo costringono a uno stato di inferiorità armata. L’integrazione – prosegue -sarebbe inutile se l’esercito restasse con le mani legate da Washington. Vogliamo un Libano sovrano e armato. La realtà odierna è che, senza la nostra forza, il Paese rimarrebbe indifeso».

Riguardo al rischio di una guerra civile, conclude con un monito. «Americani e israeliani tentano di accendere questo fuoco da vent’anni. La guerra civile non è ancora esplosa solo grazie a noi, al nostro autocontrollo. Rappresentiamo la forza più grande del Paese. Senza il nostro intervento, nessuno può innescare un conflitto interno. Faremo di tutto per evitare il collasso. Dopo aver pagato il prezzo di migliaia di martiri per difendere la terra dal nemico esterno, distruggerla dall’interno rappresenterebbe un suicidio».

La disillusione sulla diplomazia

Daehr ha visto troppe guerre per credere ancora alle favole dei diplomatici. Resta il dubbio che, tra i calcoli di Washington e l’arroganza di Netanyahu, per il Libano non sia prevista alcuna vera alba. Resta il sospetto e soprattutto la preoccupazione che, una volta spenti i riflettori di Lucerna, la terra dei Cedri non ritroverà la pace, ma solo una nuova forma di agonia.

E mentre i potenti firmano, la gente di Dahieh, del Sud e della Beqaa continua a contare i morti, chiedendosi se il domani sia davvero un diritto o soltanto un’altra illusione da pagare al caro prezzo della storia.

Marina Pupella
MarinaPupella

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