Decreti Beneš, dialogo Bruxelles-Mosca, Ucraina nella UE sì o no, dibattiti nell’Europarlamento. Intervista con l’eurodeputata slovacca Judita Laššáková
A Bruxelles e a Strasburgo il dibattito politico infuria molto più spesso di quanto non si legga sul mainstream. Vi sono temi caldi come il conflitto in Ucraina o il dialogo con la Russia, che fra tante polemiche viene promosso dietro le quinte dal presidente del Consiglio Europeo António Costa. E di recente è tornata alla ribalta una questione quasi ignota all’opinione pubblica italiana, ma estremamente importante per gli equilibri sociali e politici dell’Europa Centrale: i decreti Beneš e le altre risoluzioni che al termine della Seconda Guerra mondiale regolarono l’esproprio dei beni e lo spostamento delle minoranze etniche nei Paesi della Mitteleuropa. Ne abbiamo parlato con Judita Laššáková, dal 2024 eurodeputata del partito SMER-Sociálna Demokracia, estremamente attiva nella difesa delle libertà individuali dei cittadini europei e degli interessi nazionali della Slovacchia.
– Lo scorso 12 maggio Lei ha posto una domanda sulla terminazione dei decreti Beneš, Bierut e AVNOJ, chiedendo al Consiglio se avesse paura di difendere l’ordine postbellico. Ha ricevuto risposta? È un tema sconosciuto al pubblico italiano: può spiegare cosa significano i decreti Beneš per la Slovacchia e per l’intera Europa?
– Sfortunatamente non ho ancora ricevuto alcuna risposta del Consiglio. Al pubblico italiano che ha poca dimestichezza con questa parte della storia dell’Europa Centrale, vorrei spiegare che i decreti Beneš insieme a quelli polacchi di Bierut e le decisioni jugoslave AVNOJ furono degli strumenti legali con cui gli Stati vittoriosi nel 1945 regolarono i conti con le minoranze tedesca e ungherese che avevano sostenuto l’occupazione nazista e lo smantellamento della Cecoslovacchia.
Giudicare la questione con lo sguardo di oggi non sarebbe corretto. Ci siamo ormai abituati a certi standard di diritti umani e di libertà fondamentali, ma a quel tempo, cioè subito dopo la guerra, gli umori della popolazione erano differenti. Molti avevano seppellito i loro morti o non sapevano nemmeno se i loro parenti fossero ancora vivi. Ne accusavano i tedeschi e gli ungheresi, cioè le minoranze che appartenevano agli Stati sconfitti. Trasferire pezzi di popolazione rappresentava uno dei modi per prevenire vendette e rappresaglie contro tali gruppi etnici.
Provengo da una famiglia che all’epoca venne sfollata nella cornice di uno scambio di popolazione. I miei nonni, i cui avi erano stati trasferiti già ai tempi di Maria Teresa, furono espulsi come parte della minoranza slovacca da Békéscsaba a Nové Zámky. Tutto ciò che avevano costruito le generazioni precedenti rimase quindi in Ungheria.
Condannare l’accaduto oggi non porta da nessuna parte. I politici dell’epoca avrebbe potuto ideare una soluzione migliore? Certamente sì, ma scelsero quella. E nel farlo, prevennero enormi massacri. La protezione della vita ha la precedenza sulla protezione della proprietà.
I suddetti decreti, che erano decreti governativi, ma che portavano i nomi del presidente della Cecoslovacchia e di quello della Polonia, mentre nel caso della Jugoslavia c’era l’AVNOJ (Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia), regolarono le questioni di cittadinanza, di confisca della proprietà e dei trasferimenti di popolazione come parte dell’accordo postbellico più ampio approvato a Potsdam. Per la Slovacchia tali decreti non rappresentano un’astratta curiosità storica, bensì il fondamento costituzionale e legale su cui posa il moderno ordine legislativo che governa la proprietà e la cittadinanza della Repubblica Slovacca.
Il nostro governo si è espresso in modo inequivocabile: i decreti sono “incontestabili, intoccabili e immutabili” e qualsiasi tentativo di rimetterli in discussione – che sia fatto dai liberali orientati su Bruxelles o da soggetti stranieri – non rappresenta un atto di riconciliazione, ma una manifestazione di revisionismo storico finalizzato a destabilizzare l’ordine postbellico che ha garantito la pace in Europa Centrale per otto decenni. Quando determinate forze politiche a Bratislava, incoraggiate da pressioni esterne, suggeriscono di riaprire la questione col pretesto dei “diritti delle minoranze” stanno di fatto giocando d’azzardo con le basi stesse della nostra entità statale.
Un tale approccio ai trattati di pace siglati dopo la Seconda Guerra mondiale è inaccettabile oggi e noi rigettiamo qualsiasi riscrittura della storia. Non permetterò ad attori stranieri o nazionali di tenere l’ordinamento giuridico della Slovacchia in ostaggio di un opportunismo politico legato al calendario elettorale.
– Crede che il tentativo di dialogo con Mosca da parte di Costa possa avere successo? Che cosa deve fare l’Unione Europea per stabilire un canale reale di comunicazione con la Russia?
– La prudente apertura del presidente Costa verso Mosca merita di essere supportata, non ridicolizzata. Resto comunque scettica rispetto alla possibilità che l’attuale leadership della Commissione possieda la volontà politica di mantenere tale corso sotto le pressioni dell’ala più determinata dell’Unione. Col primo ministro Fico, la Slovacchia ha a lungo perseguito una politica estera orientata “verso tutti e quattro i punti cardinali”, rifiutando che la diplomazia venga ridotta a un unico blocco ideologico: ed è precisamente questo il pragmatismo di cui la UE nel suo complesso necessita nelle sue relazioni con la Russia. Una sana comunicazione diplomatica richiede che Bruxelles smetta di subappaltare la sua politica estera a Washington e che invece ristabilisca canali diretti e sovrani di dialogo. Perché la pace, e non l’escalation permanente, è l’unico risultato che beneficia i cittadini europei.
Per aprire un dialogo, dobbiamo riflettere su tre principi. Il primo è che dobbiamo ascoltare l’altra parte. Il secondo è che dobbiamo comprendere perché l’altra parte sta dicendo quello che sta dicendo. Il terzo è che dobbiamo rispettare le vedute e le prospettive della controparte. Ciò non significa che dobbiamo essere d’accordo. Significa semplicemente che noi ascoltiamo, capiamo e rispettiamo la posizione dell’altra parte. Questo è vero dialogo. Tuttavia, già da diversi anni la UE non ascolta quello che dicono gli altri, non soltanto la Federazione Russa.

– L’Ucraina potrà mai diventare membro della UE? Dalla membership di Kiev potrebbero derivare rischi economici e sociali per la Slovacchia?
– La futura adesione dell’Ucraina rappresenta una legittima ambizione a lungo termine, ma l’Unione Europea non deve confondere la solidarietà politica con l’effettiva preparazione tecnica e istituzionale. Stati come il Montenegro, che hanno veramente soddisfatto i criteri di accesso dopo anni di solide riforme, meritano di essere ammessi per primi, invece di essere lasciati da parte in favore di un Paese candidato che è ancora in guerra. Ammettere dentro la UE uno Stato attivamente impegnato in un conflitto armato passerebbe gli obblighi legali, finanziari e di sicurezza direttamente alle strutture dell’Unione, inclusi gli impegni di difesa reciproca, le perturbazioni nel mercato agricolo e i massicci finanziamenti per la ricostruzione che verrebbero alla fine pagati anche dai contribuenti slovacchi.
Persino nello scenario ipotetico in cui termini la guerra russo-ucraina, l’adesione dell’Ucraina darebbe luogo a un altro serio rischio: il Paese sarebbe ancora zeppo di milioni di armi non registrate e circolanti fra una popolazione smobilitata e traumatizzata. Questa è un presupposto consolidato per la diffusione del traffico di armi, del crimine organizzato e delle strutture mafiose che inevitabilmente deborderebbero nella Slovacchia e nel resto della UE. Una politica di allargamento responsabile implica il procedere sulla base del merito e della stabilità, non dell’umore.
Evitiamo qualunque fraintendimento: chiunque soddisfi i criteri ha il diritto di diventare membro della UE. Nessuno lo nega all’Ucraina e nessuno in Slovacchia sta cercando di negarglielo. Anzi, il governo slovacco sotto la guida di Robert Fico è l’unico fra i 27 Paesi membri a svolgere regolarmente con l’Ucraina incontri congiunti a lungo termine e a livello governativo. Sin dallo scoppio delle ostilità Fico ha rimarcato come l’Ucraina abbia bisogno di pace. Come disse una volta un sopravvissuto della Seconda Guerra mondiale, la pace non è tutto, ma senza la pace tutto non vale niente.
– Su cosa si sta focalizzando la Sua battaglia politica all’Europarlamento, anche da membro di varie Commissioni e Delegazioni?
– In questo momento il Parlamento si trova impegnato nella sessione plenaria a Strasburgo (6-9 luglio), durante la quale le discussioni vertono sull’allargamento, gli affari esteri, la competitività, il bilancio comunitario, l’agricoltura e la politica sociale, aree nelle quali io difendo attivamente gli interessi nazionali slovacchi contro gli eccessi federalisti. Parallelamente, la Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (FEMM), di cui seguo da vicino il lavoro, avrà il suo prossimo appuntamento il 14 luglio, in cui si occuperà fra l’altro del bilanciamento di genere nei consigli aziendali, un tema che ribadisco deve restare materia di sussidiarietà invece che di imposizioni uniformi di Bruxelles. Ora sono concentrata sulla sessione plenaria della settimana.


Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

