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“I figli dei nazisti” di Tania Crasnianski. La vera eredità è fare i conti con la Storia

Gudrun, Edda, Martin, Niklas e gli altri…Figli di padri che si chiamano Himmler, Goring, Hess, Frank, Bormann, Hoss, Speer e Mengele. Cresciuti nel silenzio, sono le figlie ed i figli dei criminali che hanno scritto il capitolo più buio della nostra epoca. Le loro storie, però, non coincidono con la Storia”. Inizia così “I Figli dei nazisti” il saggio scritto di Tania Crasnianski che racconta in otto storie le vite e le esperienze dei figli di alcuni dei maggiori gerarchi nazisti. Bambini nati tra il 1927 ed il 1944, che sono cresciuti in uno dei periodi più cupi del nostro tempo ma senza aver alcuna contezza di quanto stesse avvenendo al di fuori dell’isolamento ovattato in cui venivano cresciuti.

Questo libro nasce da ricerche approfondite negli archivi, dallo studio delle carte giudiziarie, dall’esame di lettere e diari, dall’analisi certosina di libri ed interviste sulla vita dei massimi esponenti del Terzo Reich e dei loro discendenti. Non traspare alcun intento morboso; ripercorrendo le storie dei padri e dei figli, l’autrice si focalizza soprattutto sul naturale rapporto genitoriale e sui risvolti, anche di natura psicologica, derivanti dall’avere cognomi talmente ingombranti.

Cosa ne è stato dei figli dei gerarchi nazisti? Come hanno vissuto un’eredità così funesta? Questo è il filo conduttore dell’interessante saggio edito da Bompiani Overlook.

Al termine della guerra erano tutti giovanissimi, alcuni appena bambini; come accennato, molti erano totalmente all’oscuro di quanto fosse successo attorno a loro, isolati dal mondo nelle case dei genitori costruite a ridosso del Nido dell’aquila, il rifugio alpino di Hitler sulle Alpi Bavaresi, vicino a Salisburgo. Le colpe dei padri ricadono sui figli? Certamente ne hanno condizionato profondamente le vite. Come evidenzia Crasnianski, giudicare i propri genitori è un’impresa difficilissima, ma “le soluzioni adottate dai figli dei gerarchi nazisti tendono a polarizzarsi in modo netto: alcuni si allineano alle posizioni dei genitori, altri le condannano fermamente, ma è rarissimo che l’atteggiamento sia di neutralità”. Le esperienze personali si intrecciano ed intersecano inevitabilmente con la storia, i risvolti politici, le conseguenze della guerra e le macerie lasciate dal nazismo. 

Tra Gudrum Himmler ed Edda Goring emergono analogie inquietanti: entrambe hanno trascorso la vita nel culto del padre, mantenendo – anche apertamente – simpatie per ambienti e gruppi neonazisti ed impegnandosi per riabilitare le figure paterne, ritenute assolutamente innocenti. Analogo è il caso di Wolf Rudiger Hess, figlio del “delfino di Hitler”, ai cui occhi il padre è stato una vittima; la figura paterna viene idealizzata a tal punto da pensarlo quasi come un messaggero di pace, anche attraverso una rilettura negazionista degli eventi storici.

Come emerge dalla lettura del saggio, le cose però non sempre sono andate così: quando hanno scoperto la verità, alcuni figli sono stati letteralmente travolti ed hanno maturato sentimenti di odio e vergogna. E’ il caso, ad esempio, di Niklas Frank, figlio del macellaio di Cracovia. “Era un miserabile – dirà – Un uomo che pensava soltanto ai gioielli, ai castelli, alle belle uniformi. La vita umana non aveva alcun valore per lui. L’unica eredità che ci ha lasciato sono le sue colpe.” Fare i conti con la propria storia non è mai facile, ma in questi casi sono emerse divisioni insanabili anche tra fratelli e parenti: Frank, insieme al fratello Norman, ha sempre tenuto un atteggiamento di condanna nei confronti della figura paterna; gli altri tre fratelli hanno invece voltato le spalle alla verità. Particolare l’esperienza dei figli di Albert Speer, l’archietto di Hitler. Condannato a vent’anni di reclusione al processo di Norimberga, i conti col passato si sommano con i tentativi di costruire un rapporto con i figli al momento del rilascio dal carcere di Spandau. Emerge come non vi fossero argomenti comuni con il loro padre, percepito come uno sconosciuto e motivo di profonda vergogna. Il figlio di Mengele sarà “diviso tra l’amore filiale ed un senso di irresistibile rifiuto per quell’essere inumano”. Probabilmente è questo il nocciolo della questione: riconoscere che il proprio genitore ha commesso simili atrocità mette in discussione il sentimento filiale e, di conseguenza, anche la capacità a crescere e di costruirsi come individui, trovando il proprio posto nella società. 

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Nato a Milano nel 1980. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte come responsabile dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo consiliare. Collaboratore parlamentare per circa un decennio, è stato responsabile della segreteria dell’Assessorato all’Ambiente, Difesa del Suolo e Protezione Civile della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. E’ affascinato dai viaggi e dalla montagna, oltre che lettore appassionato di romanzi storici, manuali di filosofia e saggi di attualità.

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