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Fazzi: “George P. Shultz ha incarnato un approccio pragmatico e moderato che alla lunga portò gli USA ad ottenere successi importanti a livello sistemico”

Il 6 febbraio scorso è scomparso all’età di cento anni George P. Shultz, professore emerito presso la Stanford’s Graduate School of Business ma soprattutto leggendario segretario di Stato della presidenza del repubblicano Ronald Reagan, tanto potente da essere soprannominato il primo ministro degli Stati Uniti. Shultz ha il merito di aver sostenuto caparbiamente il disgelo tra l’Urss e gli Stati Uniti e di essere riuscito nell’impresa anche di fronte a chi credeva che “nulla potesse cambiare”.

Dalle colonne del nostro giornale abbiamo già avuto il privilegio di poter ospitare in esclusiva il ricordo di questo incredibile personaggio da parte di Lincoln Bloomfield Jr, segretario di Stato sotto la presidenza George W. Bush. Riteniamo però che sia utile ‘approfondire’ ulteriormente questa figura poliedrica che ha iniziato a servire i presidenti repubblicani sin dagli anni di Dwight D. Eisenhower e che ha saputo percorrere i decenni di storia mondiale lasciando sempre una impronta profonda al suo passaggio. Abbiamo quindi interpellato Dario Fazzi Senior Researcher presso il Roosevelt Institute for American Studies di Middelburg nei Paesi Bassi e esperto di storia politica e sociale degli Stati Uniti.

Infografica – La biografia dell’intervistato Dario Fazzi

È passata sottotraccia la morte di George Shultz. Che cosa ha significato per la politica americana? E per quella europea?

Direi che tra i cosiddetti “addetti ai lavori” la notizia non è di certo passata in secondo piano. Shultz ha infatti vissuto, spesso da protagonista, anni cruciali per la costruzione, il consolidamento e la trasformazione dell’egemonia statunitense su scala globale. Assieme a pochi altri policymakers, tra cui Cordell Hull, John Foster Dulles e Dean Rusk, Shultz ha cercato di interpretare al meglio il ruolo di Segretario di Stato, reclamando a sé uno spazio spesso occupato da altri consiglieri e un’influenza spesso esercitata da altri dipartimenti. In anni in cui l’azione internazionale degli USA si contraddistingueva per un rinnovato interventismo in America Latina ed in cui la legittimità stessa della “preponderanza di potenza” statunitense era messa in discussione da una serie di scandali (Iran-Contras) e da un anti-americanismo diffuso, Shultz incarnava un approccio pragmatico e moderato che alla lunga portò gli USA ad ottenere successi importanti specialmente in ambito sistemico. 

Quanto influì Shultz nelle politiche di Reagan?

Una recente scuola di stampo “revisionista” – che guarda cioè al di là dell’effettiva ingerenza che consiglieri alla sicurezza nazionale, la CIA e il Pentagono ebbero nelle scelte di Reagan – vede Shultz come il principale artefice di una svolta ideologica prima e strategica poi impressa alla politica estera di Washington a partire dal 1984. Col suo pragmatismo, Shultz avrebbe contribuito a ristabilizzare la distensione, oltrepassando l’atteggiamento assolutista ed intransigente adottato da Reagan nei primi anni della sua amministrazione nei confronti dell’Unione Sovietica. I vantaggi di tale operazione, specie da un punto di vista transatlantico, furono molti e consentirono un progressivo superamento della visione della guerra fredda come un gioco a somma zero, aprendo possibilità di vantaggi reciproci su più campi, dal nucleare ai diritti umani. Shultz capì insomma che un’apertura a Mosca non ne avrebbe necessariamente legittimato ideologia e ruolo ma al contrario avrebbe contribuito ad esporne su scala globale le contraddizioni più profonde. 

Shultz è stato uno strenuo difensore della tenuta delle istituzioni democratiche durante la crisi del Watergate. Esistono ancora persone come Lui nel panorama politico americano?

Shultz nella sua carriera pubblica è stato un uomo delle istituzioni e un profondo conoscitore della macchina amministrativa. La sua esperienza con Eisenhower prima e con Nixon poi ne restituiscono l’immagine di quello che noi definiremmo un “tecnico”, poco avvezzo ed incline alla macchinazione politica. Queste caratteristiche costarono spesso a Shultz l’isolamento all’interno delle amministrazioni in cui si trovò a lavorare. In un periodo in cui la completa adesione alla linea partitica, specie in ambito Repubblicano, prevale sulla difesa delle istituzioni democratiche si fa fatica a trovare paralleli consoni ed adeguati.

Il disgelo tra Usa e Urss fu frutto più del dialogo propugnato da Shultz o da poter contare su un interlocutore quale Gorbaciov?

Le spiegazioni monocausali di fenomeni complessi come il cosiddetto “disgelo” – la cui veridicità storica e utilità storiografica andrebbero comunque contestualizzate – sono sempre poco convincenti. Di certo Shultz si trovò a guidare la diplomazia statunitense in un momento di cambiamenti profondi del clima domestico ed internazionale. La rielezione consentì a Reagan di moderare, e di molto, i toni nei confronti dell’Unione Sovietica, di guardare con maggiore interesse alla limitazione della corsa agli armamenti nucleari e di cristallizzare la supremazia tanot economica quanto militare degli Stati Uniti su scala mondiale. Inoltre, l’avanzata di numerose minacce interne, dall’esponenziale aumento del traffico di droga all’epidemia di AIDS, contribuirono a cambiare le priorità dell’amministrazione. Shultz seppe capitalizzare tali opportunità, dimostrando una propensione all’uso della diplomazia che trovò in Shevardnadze e in Gorbachev sponde sensibili.

Esiste ancora il partito Repubblicano degli Shultz?

Esistono ancora gli Shultz. Conservatori moderati, attenti burocrati e profondi conoscitori delle istituzioni democratiche e repubblicane. Ed esistono personaggi simili in entrambi i principali schieramenti politici negli Stati Uniti. Tuttavia, il partito repubblicano sembra aver smarrito nel corso del tempo la propensione alla salvaguardia di tali posizioni, favorendo invece punti di vista radicali (neoconservatori) quando non del tutto sovversivi (neo-nazionalismo).

Come è cambiata la figura del segretario di Stato dagli anni di Shultz ad oggi? In particolare oggi con la rivoluzione della comunicazione?

È cambiato molto il modo in cui gli USA gestiscono la propria politica estera e non solo per quanto riguarda la comunicazione. Direi che il cambio ha perlomeno una triplice natura. In primo luogo, oggi si assiste ad una sempre maggiore centralizzazione di poteri, funzioni e anche di interesse pubblico attorno alla figura del presidente. Tale fenomeno, che ha radici storiche profonde, è stato favorito anche da un quasi costante stato di guerra che ha reso la figura del commander-in-chief predominante nelle scelte di posizionamento strategico internazionale operate dagli Stati Uniti dall’11 settembre in poi. Secondo, a parziale corollario del primo punto, si è assistito a un progressivo smantellamento dei canali ufficiali della diplomazia statunitense. Un recente libro di Ronan Farrow, “War on Diplomacy”, mostra molto bene  come l’isolamento del Dipartimento di Stato, tradotto anche banalmente in mancanza di fondi adeguati, ha minato le basi per la conduzione di una politica estera attraverso tradizionali canali diplomatici, laddove ad essere state preferite sono state invece altre istituzioni il cui scopo primario in teoria esula dagli affari esteri, quali la CIA o il Pentagono. Infine, il policentrismo della diplomazia statunitense, il fatto che le decisioni avvengano anche e a volte soprattutto al di fuori delle stanze di Foggy Bottom, obbliga e sottopone i Segretari di Stato ad un maggiore interscambio con le forze della società civile. 

Shultz trovò una mediazione con la Cina su Taiwan. Quanto sono cambiati oggi i rapporti di forza tra Usa e Cina?

Basta guardare alcuni dei principali dati macroeconomici. La Cina detiene buona parte del debito pubblico statunitense. Gli investimenti diretti all’estero di Pechino sono i più alti al mondo. I due sistemi industriali sono molto più interdipendenti di quanto siano mai stati. L’attuale pandemia ha messo in luce come alcuni settori chiave quali la salute, il clima, l’ambiente richiedano finanche una maggiore integrazione al fine di affrontare al meglio sfide le cui dimensioni oggi sono chiaramente transazionali. La capacità di negoziare compromessi reciprocamente vantaggiosi in settori in cui permangono differenze sostanziali, dal libero mercato ai diritti umani ai sistemi integrati di trasporti e telecomunicazioni, fino alla sicuerezza digitale, le minacce ai trasporti e alle comunicazioni, sarà il vero banco di prova delle future relazioni Sino-Americane.

 E quello tra Stati Uniti e Russia?

Il punto è simile a quello menzionato sopra. Il reciproco riconoscimento di interessi vitali e l’intenzione di investire in negoziati bilaterali sono la chiave di volta pe recuperare il dialogo con Mosca. Il pragmatismo incarnato da Shultz è in tal senso un buon viatico. 

Lei vede un nuovo Shultz nel panorama politico americano?

Non al momento, ma questo non è necessariamente un male. Le condizioni sistemiche sono cambiate e così anche le Anche le competenze necessarie ad affrontare le sfide contemporanee. Quello che augurerei a qualsiasi decisionmaker statunitense è di mantenere la lucidità di Shultz, assieme alla capacità di oltrepassare rigidi steccati ideologici. Apertura mentale e propensione al compromesso sono infatti imprescindibili per la conduzione della politica estera di qualsivoglia regime democratico.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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