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Diritti umani in Turchia, situazione sempre più preoccupante. Una lettera dal Congresso USA avverte Anthony Blinken

Le relazioni tra Turchia e Stati Uniti sembrano aver preso strade diverse con la nuova amministrazione di Joe Biden. Se già verso la fine del mandato di Donald Trump, il rapporto con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la Casa Bianca, iniziava a deteriorarsi per via della decisione di Ankara di acquistare gli S400 dalla Russia, l’insediamento di Joe Biden sembra aver alzato alle stelle la bandiera delle tensioni diplomatiche. Non solo per le discutibili scelte di politica estera di Ankara, ma anche per il clima preoccupante di repressione dei diritti umani nel Paese, membro dell’Alleanza Atlantica. Di recente, 183 membri del Congresso degli Stati Uniti hanno indirizzato una lettera al Segretario di Stato, Anthony Blinken, esprimendo tutta la loro preoccupazione per il numero crescente di violazioni dei diritti umani in Turchia.

Nella missiva, i membri del Congresso a stelle e strisce affermano: “mentre l’amministrazione Biden formula la sua politica estera nei confronti della Turchia, vi chiediamo di mirare ad affrontare le preoccupanti violazioni dei diritti umani in atto sotto il presidente Recep Tayyip Erdogan”. I 183 membri del Congresso hanno spiegato che la Turchia è stata a lungo un alleato chiave degli Stati Uniti, ma Erdogan ha messo a dura prova i rapporti tra i due Paesi. “Il presidente Erdogan e il suo Partito Justice and Development hanno usato i loro quasi due decenni al potere per indebolire la magistratura turca, installare alleati politici in posizioni chiave militari e di intelligence, reprimere la libertà di parola e la libertà di stampa e imprigionare ingiustamente oppositori politici, giornalisti e minoranze”. Prosegue il documento, evidenziando che dal 2016, più di 80.000 cittadini turchi sono stati imprigionati o arrestati e più di 1.500 organizzazioni non governative sono state chiuse per sopprimere l’opposizione politica, tra cui tre dipendenti turchi impiegati al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. I 183 membri del Congresso esortano Blinken a dare la priorità ai loro casi, compreso il loro rilascio immediato e l’archiviazione di tutte le accuse, nei suoi impegni con Ankara. Hanno sottolineato la necessità di proteggere i valori della democrazia occidentale, soprattutto nella protezione dei diritti umani.

Dall’inizio del suo mandato, Erdogan ha perseguitato e tenuto in carcere migliaia di giornalisti in tutto il Paese. Un rapporto pubblicato dal Rappresentante OSCE per la libertà dei media esprime molte preoccupazioni sul caso degli operatori dei media arrestati in Turchia. I tribunali spesso impongono pene detentive eccezionalmente lunghe. La condanna più lunga è di 166 anni e la pena detentiva più lunga richiesta per un giornalista è di 3.000 anni. Numeri che hanno dell’incredibile, ma non è tutto. Diversi colleghi rischiano l’ergastolo se condannati, alcuni senza possibilità di appello. I tribunali non tendono a concedere la liberazione preventiva degli imputati. Inoltre, si teme che gli arresti e le lunghe detenzioni cautelari senza condanna vengano utilizzati come forma di intimidazione.

Oltre a utilizzare false accuse contro i giornalisti, la più diffusaquella di terrorismo, in alcuni casi, i giornalisti sono ancora in attesa di giudizio restando in cella fino a tre anni. Alcuni operatori dei media sono stati incarcerati per più di cinque anni in attesa della conclusione del proprio iter giudiziario. Alcuni di loro affrontano spesso diversi processi in quanto condannati per diversi reati. Per questo, la Corte Europea dei Diritti Umani ha ripetutamente sollecitato la Turchia a garantire il rilascio immediato dell’uomo d’affari ie difensore dei diritti umani,Mehmet Osman Kavala, in attesa della decisione della Corte costituzionale turca sul suo caso.

Kavala è stato arrestato a Istanbul il 18 ottobre 2017 con la falsa accusa di aver tentato di rovesciare il governo e l’ordine costituzionale in Turchia con la forza e la violenza. Nel dicembre 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha stabilito che la sua detenzione è avvenuta in assenza di prove sufficienti del fatto che avesse commesso un reato, in violazione del suo diritto alla libertà e alla sicurezza ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha inoltre rilevato che l’arresto e la custodia cautelare di Kavala perseguivano un ulteriore scopo, vale a dire: metterlo a tacere e dissuadere altri difensori dei diritti umani. Inoltre, il tempo impiegato dalla Corte costituzionale turca per esaminare la denuncia di Kavala non è stato sufficientemente “rapido”. La corte europea ha concluso che il governo doveva prendere ogni misura per porre fine alla detenzione del ricorrente e per garantire il suo rilascio immediato.

Il 18 febbraio 2020, la 30a corte d’assise di Istanbul ha assolto il signor Kavala e ne ha ordinato il rilascio. Lo stesso giorno è stato arrestato sulla base di altre accuse, per le quali il tribunale nazionale ha ordinato il suo rilascio il 20 marzo. Il sig. Kavala, tuttavia, è stato posto in custodia cautelare sulla base di una terza serie di accuse il 9 marzo dello scorso anno. I media che si occupano di questioni delicate, compreso il terrorismo o le attività antigovernative, in Turchia, sono spesso considerati dalle autorità come gli organi di pubblicazione di organizzazioni illegali. I tribunali spesso considerano la segnalazione di tali questioni come equivalente al loro sostegno. Per questo, migliaia di giornalisti continuano ad essere imprigionati nelle “F-tipi cezaevi” – le prigioni di massima sicurezza di tipo F – dove devono scontare la pena e dividere i propri spazi con veri criminali, molto più pericolosi. Inoltre, è sana abitudine in Turchia punire i giornalisti in isolamento per lunghi periodi di tempo.

Secondo un rapporto pubblicato da Amnesty International il 30 marzo 2020, il governo turco starebbe accelerando il processo di preparazione di un progetto di legge che intende rilasciare circa 100.000 prigionieri tra le crescenti preoccupazioni sulla diffusione del COVID-19 nelle carceri. Tuttavia, la legge ha escluso i giornalisti, i prigionieri politici e i difensori dei diritti umani, che rimangano in prigione nonostante il sovraffollamento e le condizioni di vita antigeniche che già rappresentano una grave minaccia per la salute. Il 3 luglio 2020, quattro attivisti di Amnesty International sono stati condannati dal tribunale turco per “assistenza a un’organizzazione terroristica”. Il gruppo per i diritti umani nega tutte le accuse e ha affermato che ogni accusa contro i suoi membri è stata completamente smascherata come un insulto infondato.

Più di recente, il regime di Ankara ha fatto rivivere le peggiori dittature del nostro passato con l’arresto di centinaia di studenti. All’inizio di febbraio di quest’anno, l’UE ha già denunciato la detenzione di studenti universitari in Turchia e l’uso di discorsi d’odio anti-LGBT dopo che Erdogan si è scagliato contro le proteste guidate dai giovani. Il mese scorso più di 300 studenti e i loro sostenitori sono stati arrestati a Istanbul e nella capitale Ankara in alterchi sempre più violenti con la polizia. Le proteste sono scoppiate per la prima volta dopo che il presidente turco ha nominato un lealista del partito a capo dell’Università Boğaziçiall’inizio del 2021. La nomina ha creato scalpore perché gli studenti l’hanno vista come parte del più ampio sforzo di Erdogandi centralizzare il controllo sulla maggior parte degli aspetti della vita quotidiana dei turchi. Il presidente, descritto non a caso dai media come “il Sultano”, ha paragonato i manifestanti ai “terroristi” in uno dei suoi attacchi più accesi contro un movimento che minaccia di diventare una seria sfida ai suoi 18 anni al potere.

La disputa sul rettore si è intensificata dopo che i manifestanti hanno appeso un poster vicino al suo ufficio raffigurante il luogo più sacro dell’Islam coperto da immagini gay, lesbo, bisessuali e transessuali (LGBT) la scorsa settimana. Lo scandalo per il poster ha spinto il movimento LGBT al centro della politica turca ed ha subito un attacco crescente e senza precedenti da parte di alti funzionari vicini ad Erdogan. “Le persone LGBT non esistono”, ha insistito il presidente, chiarendo che in Turchia non c’è spazio per queste persone. “Questo Paese è morale e camminerà verso il futuro con questi valori”. Ha tuonato. Ciò è avvenuto dopo che il ministro dell’Interno, Süleyman Soylu, ha twittato che “quattro mostri LGBT” erano stati arrestati per il poster, e il circolo LGBT dell’Università Boğaziçi è stato sciolto definitivamente. “L’incitamento all’odio mostrato da funzionari di alto livello contro gli studenti LGBTI durante questi eventi e la chiusura di un’associazione LGBTI è inaccettabile”, ha affermato unadichiarazione dell’UE, sottolineando che la repressione delle proteste rischia di far deragliare gli sforzi della Turchia perricostruire i legami già laceri con l’Unione dopo la disputa con Ankara in Libia e nel Mediterraneo orientale.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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