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Danimarca, via i profughi siriani nonostante le violenze, soprusi, vessazioni denunciate dalle organizzazioni umanitarie

La Danimarca non rinnova lo status di residenza temporanea a 97 profughi siriani, perché per le autorità di Copenaghen le condizioni di sicurezza a Damasco e dintorni sarebbero migliorate.

La decisione del governo di Mette Frederiksen di avviare nuove valutazioni sulla necessità di protezione per circa 500 rifugiati siriani si baserebbe, secondo quanto riportato dal sito locale B.T., su due rapporti del Servizio danese per l’immigrazione. Quello stesso governo il cui ministro degli Esteri Jeppe Sebastian Kofod ha firmato, insieme ad altri 17 suoi omologhi europei, un documento pubblicato dal quotidiano “Avvenire”, in cui si accusa il regime siriano di crimini contro l’umanità e di aver “usato ripetutamente armi chimiche contro il suo stesso popolo”. L’energica presa di posizione dei capi della diplomazia europea, si rivolge anche alle milizie del Daesh e degli altri gruppi armati, che continuano a contendersi il controllo del devastato territorio siriano. E ora si vorrebbe che una parte di damasceni, fuggiti da uno dei più disastrosi conflitti dalla Seconda guerra mondiale alla ricerca di un approdo sicuro nella tranquilla e democratica Danimarca, dove vive ormai stabilmente, tornasse nella “tana del lupo”.

L’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, da noi contattata ci fa sapere di essere a «conoscenza del fatto che le autorità danesi stanno rivalutando le esigenze di protezione di alcuni rifugiati siriani che godono dello status di protezione sussidiaria, sulla base del fatto che la situazione nella zona da cui provengono sarebbe migliorata. Fino ad oggi – proseguono – nessuno dei rifugiati destinatari della decisione è stato rimpatriato in Siria, poiché la Danimarca attualmente non intrattiene alcuna relazione formale con le autorità siriane. Siamo comunque preoccupati per questo sviluppo perché non riteniamo che le condizioni di sicurezza, pur migliorate in alcune parti del Paese, siano sufficientemente stabili da giustificare la revoca della protezione internazionale per i rifugiati. Chiediamo quindi – concludono – che venga loro garantita la protezione e ci raccomandiamo affinché non vengano in alcun modo forzati al rientro in nessuna parte della Siria, indipendentemente da chi abbia il controllo dell’area interessata». Una preoccupazione condivisa da Adijha, nome di fantasia di una fonte che abbiamo interpellato direttamente a Damasco, che ci chiede di non essere menzionata per paura di ritorsioni.

«Secondo le convenzioni internazionali e le varie direttive europee in tema di asilo per i rifugiati che fuggono da guerre un tale provvedimento non è da considerarsi giusto e umano. Nessuno ha il diritto di costringere un profugo a tornare nel suo paese d’origine – afferma – né tanto meno ha molto senso parlare di ragioni di sicurezza migliorate, solo perché in alcune aree non si sganciano bombe. Vi sono ancora enormi rischi in città e – aggiunge la fonte – per quanto possa apparire paradossale, il popolo siriano oggi soffre molto di più di quando subiva i colpi di artiglieria pesante, stretto dalla morsa della fame. La maggior parte della  gente vive al di sotto della soglia minima di povertà e le strade di Damasco sono piene di persone in cerca di cibo fra i rifiuti. Siamo arrivati a questo, mai avrei pensato che il nostro paese avrebbe raggiunto livelli simili di miseria. Molte infrastrutture rimangono ancora gravemente danneggiate e ai cittadini non è concesso neanche vivere sotto le tende. Devono affittare a prezzi inaccessibili quelle poche case rimaste. Tutti gli ospedali sono pieni per via del Coronavirus e mi chiedo, come un paese sviluppato come la Danimarca possa pensare di rispedire indietro i profughi, nel bel mezzo di una pandemia. E’ un esempio di grave ingiustizia. In quest’ultimo anno il mio popolo ha perso ogni speranza – conclude con amarezza – non riesce a vedere più alcuna luce o via di uscita perché al disastro di una guerra che dura da dieci anni si sono pure aggiunte le sanzioni economiche, che hanno finito per piegarlo». 

Dello stesso parere anche Hasan Ivanian, siriano e membro dell’Organizzazione dei diritti umani di Afrin che ci spiega il nonsense della misura che si vorrebbe adottare in Danimarca nei confronti dei suoi compatrioti, che non hanno avuto altra scelta se non quella di affrontare un viaggio non privo di incognite e rischi, come testimoniano le cronache di tutti i giorni, nella speranza di raggiungere  la salvezza: l’Europa. «Penso che questa decisione non debba applicarsi a tutti i rifugiati siriani e richiedenti asilo – afferma Ivanian – sebbene molti islamisti, criminali comuni e terroristi abbiano sfruttato il fenomeno dell’immigrazione per infiltrarsi tra i rifugiati che ricevono asilo in Europa. Se solo si potesse leggere quali opinioni razziste e terroristiche dichiarano sui social media a favore di al Qaeda contro curdi, alawiti, yazidi e cristiani. Questi criminali dovrebbero essere individuati, estradati e sottoposti a processo. Al contrario, appare priva di logica la decisione danese che riguarderà tutti i rifugiati siriani senza eccezioni, poiché la Siria è ancora un posto pericoloso in cui vivere».

Parole che trovano una conferma in un dettagliato rapporto della ong ginevrina Acaps, rispetto a quanto sta accadendo nel distretto di Afrin, a circa 500 chilometri da Damasco. Il rapporto, pubblicato lo scorso marzo, è una istantanea sui drammatici fatti verificatisi nell’enclave curda nei tre anni successivi all’offensiva delle forze turche e dell’Esercito nazionale siriano (Sna), denominata  “Ramoscello d’ulivo”.  

«Mancanza di sicurezza dovuta al permanere di conflitti diffusi – si scrive nel documento – così come l’assenza di un stato di diritto, le ostilità in corso e il deterioramento economico nel nord della Siria continuano a spingere sfollati ad Afrin, dove infrastrutture e servizi di base sono già limitati. La pandemia Covid-19 ha aggravato la situazione imponendo oneri aggiuntivi al sistema sanitario. Su una popolazione totale di circa 442.000 abitanti  almeno l’80% ha bisogno di assistenza umanitaria, cibo e protezione sono fra i principali bisogni individuati. La popolazione curda è uno dei gruppi più colpiti ad Afrin – si prosegue nel rapporto – poiché subisce continui sorprusi da parte delle fazioni locali del Sna. I più bisognosi sono bambini e giovani, sfollati interni e persone con disabilità». Il doloroso catalogo delle vessazioni cui è sottoposta la popolazione dell’enclave curda non si ferma qui e ciò che segue nel rapporto dell’Acaps è anche più angosciante.  «Nel 2020 oltre 940 persone sono state rapite e più di 65 torturate nella sola Afrin. Violenza sessuale e di genere (Sgvb), in particolare molestie sessuali, abusi, rapimenti, intimidazioni, torture e matrimoni forzati, sono molto diffusi in città».

Il testo evidenzia che 88 fra donne e ragazze sono scomparse nello stesso anno e di queste 51 risultano attualmente disperse. E ancora i soggetti più vulnerabili sono le donne e i bambini che vivono nei campi. Afrin è considerata a maggior rischio di Sgvb, un inferno dantesco, un luogo di pena eterna che poco o nulla concede alla speranza.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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