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Conflitto russo-ucraino e russofobia, Guy Mettan: “Sta arrivando una nuova caccia alle streghe o una nuova forma di Inquisizione e sarà svolta nel nome del Bene e dei principi morali”

Il conflitto russo-ucraino ha estremizzato gli effetti della cancel culture, che in Italia covava già da anni in molti mass media e salotti letterari. Quando si parla di «cultura della cancellazione» si intende un sistema con cui si attuano forme di pressione, boicottaggio o subdolo ostracismo verso una persona o un gruppo di persone, che vengono fatte oggetto di indignazione e proteste per poi essere «spontaneamente» estromesse dalle cerchie sociali e professionali. È insomma un’estremizzazione del politicamente corretto, che porta a forme talvolta eclatanti di discriminazione al contrario o addirittura al tentativo di rimuovere dalla memoria collettiva l’esistenza stessa delle persone sgradite. Gli eventi bellici in Ucraina stanno accelerando questo percorso di indottrinamento culturale – se tale si può definire – elevando in questo caso la russofobia a valore sociale insindacabile e irrinunciabile, l’unico modo possibile di vedere le cose che è imposto, pardon «proposto» dal pensiero unico con la sua martellante propaganda. Chiunque provi a discostarsi dallo storytelling del boicottaggio contro la Russia viene abbattuto, anzi chiunque sia russo oppure osi parlare di cultura russa viene additato come traditore, come paria da marginalizzare. Si pensi alla vicenda dell’annullamento del corso su Fëdor Dostoevskij, che lo scrittore Paolo Nori avrebbe dovuto tenere alla Bicocca di Milano, ma che l’Università voleva rimandare sine die sull’onda dell’epurazione promossa dallo stesso sindaco di Milano Beppe Sala, il quale ha praticamente messo alla porta il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev del Teatro alla Scala. Ricordiamo poi la reprimenda subita dal sociologo Alessandro Orsini dall’Università Luiss perché durante una trasmissione televisiva aveva tentato di ricostruire e spiegare i passi compiuti dall’Occidente che hanno in qualche modo agevolato lo scontro tra Mosca e Kiev. Sono solo alcuni esempi di come l’Italia sia attraversata da una forma di russofobia isterica e collettiva, che abbatte non statue ma persone. Una forma di maccartismo strisciante che dimostra come la storia non insegni proprio nulla al genere umano. Per approfondire il tema della russofobia in Italia e in Europa abbiamo interpellato il giornalista, storico e politico ginevrino Guy Mettan, autore di un saggio uscito in Italia nel 2016 e oggi di grande attualità, dal titolo “Russofobia. Mille anni di diffidenza“. Un libro capace di denunciare come l’uso strumentale dell’informazione a senso unico produca diffidenza e odio verso la Russia da anni, anzi da secoli.

Infografica – La biografia dell’intervistato Guy Mettan

– Il Suo interessante saggio dal titolo “Russofobia. Mille anni di diffidenza” esaminava un tema tornato prepotentemente di attualità in questi giorni. In che modo i punti trattati nel libro sono collegabili alla crisi in corso?

– Dal giorno 24 febbraio sono rimasto atterrito nell’avere scoperto le dimensioni dell’isteria anti-russa presente in Occidente e nel mio stesso Paese, la Svizzera. Uno può senz’altro disapprovare o criticare le operazioni militari che vengono effettuate oggi in Ucraina, ed è il mio caso – a proposito, si chiama libertà di pensiero. Ma estendere questo libero esercizio della ragione fino a farlo diventare un odio irrazionale per la cultura russa, gli artisti e i musicisti russi, i disabili russi, i gatti russi, i partner e i colleghi di lavoro russi è qualcosa di moralmente e umanamente folle. Dopo il divieto per i gatti russi di partecipare alle gare e l’esclusione dei disabili russi dalle Paralimpiadi, quali saranno i prossimi passi? Ci aspetta la messa al bando dei libri di Puškin e Dostoevskij o magari del Lago dei Cigni di Tchaikovsky? Oppure il rogo dei negozi e delle chiese russe? Secondo il mio punto di vista, decisioni del genere sono la negazione stessa dei “valori occidentali” che fingiamo di difendere. Comunque non sono poi così sorpreso: da molti anni, infatti, si assiste a una denigrazione continua della Russia fatta dai media occidentali, dagli accademici, dalle organizzazioni non governative e dalle autorità. Da 15 anni a questa parte tutto ciò che la Russia e i russi fanno (o si suppone facciano) viene sistematicamente presentato come qualcosa di malvagio. Tutte le richieste e le preoccupazioni espresse dalla Russia, persino quelle totalmente legittime, vengono travisate o rigettate con disprezzo. L’opinione pubblica occidentale è stata fomentata all’inverosimile e adesso non è più in grado di ragionare. Sta arrivando una nuova caccia alle streghe o una nuova forma di Inquisizione, chiamatela come volete, e sarà svolta nel nome del Bene e dei principi morali: costituirà il nuovo picco della russofobia in Occidente, che tradizionalmente si concentrava solo sulle questioni geopolitiche, ma che oggi si è trasformata in xenofobia, in odio razziale ed etnico.

– Da quali idee o esperienze personali è partito per scrivere questo libro?

– Ho scritto il libro dopo la crisi ucraina del febbraio 2014, quando le manifestazioni dell’Euromaidan si trasformarono in un golpe per rovesciare il presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych e sostituirlo col nuovo primo ministro di estrema destra Arseniy Yatsenyuk con il sostegno di Victoria Nuland, l’assistente del segretario di Stato americano (poi riconfermata in carica dall’amministrazione Biden). Sono rimasto scioccato dalla violenza con cui i Paesi occidentali hanno trattato il mondo russo e la sua cultura, e dalla loro volontà di separare l’Ucraina dai suoi legami secolari con la Russia. È questo il motivo per il quale ho tentato di comprendere l’atteggiamento russofobico emerso nella lunga storia delle relazioni fra Russia e Occidente. Ho scoperto un conflitto che dura da mille anni e che è legato alle origini dello scisma fra cattolici e ortodossi avvenuto nel 1054. Tali radici religiose si sono tramutate nei tempi moderni in un divario politico e geopolitico, prima in Francia nel 18esimo secolo, poi in Gran Bretagna nel 19esimo, in Germania dopo il 1890 e infine negli USA dopo la Seconda guerra mondiale.

– Il suo saggio è stato pubblicato anche in Italia da Sandro Teti Editore. Come si è evoluta la situazione da quel momento? Dobbiamo aspettarci un’edizione aggiornata ai recentissimi sviluppi?

– Sì, il mio saggio è uscito in Italia nel 2016 ed è stato pubblicato anche in Russia, in Serbia, in Svezia, negli Stati Uniti e in Cina. Per la primavera era in progetto un’edizione tascabile aggiornata per la Francia, era tutto pronto per andare in stampa quando a fine febbraio in Ucraina scoppiarono gli eventi che conosciamo, così abbiamo deciso di posticipare l’uscita di qualche settimana: anche perché credo sia probabile che questo scontro militare cambierà il volto del nostro continente per i prossimi decenni.

– In Italia è già stata avviata la caccia ai russi e agli italiani stessi che lavorano o hanno lavorato con la Federazione Russa. Queste persone vengono umiliate ed etichettate come nemici dello Stato, e poi artisti, scrittori, giornalisti e professori universitari vengono messi all’indice e sanzionati, rischiando persino il posto di lavoro. Ci stiamo veramente avviando verso una riduzione della libertà di espressione e del diritto di parola?

– Ciò che sta accadendo in Occidente non è altro che il collasso dei concetti di inclusività, società aperta e libertà di stampa esaltati dalla nostra società. I politici e i giornalisti amano dipingere il presidente Vladimir Putin come un dittatore che opprime il suo popolo, ma per come veniamo visti dalle nazioni non europee noi stiamo facendo esattamente lo stesso con tutte le nostre guerre, le invasioni e gli altri interventi “umanitari”. Come possiamo essere credibili nel momento in cui banniamo le agenzie di stampa Sputnik e Russia Today a seguito di un decreto della presidente non eletta della Commissione europea Ursula von der Leyen che viola le norme di legge dei Paesi europei? In questo momento la totalità dei mass media, sia statali che privati, carta stampata e trasmissioni audio e video, digitali o analogici, tutti quanti sono unanimemente contro la Russia: non è mai accaduta una cosa del genere nei Paesi democratici. Oggi esporre una spiegazione esauriente della sitazione è diventato impossibile, ma intanto ci presentiamo come la civiltà della Ragione, una Ragione che è completamente sparita dalle nostre menti. I governi occidentali hanno fatto largo uso della narrativa della superpotenza benevola, della missione civilizzatrice o degli interventi democratici per giustificare il colonialismo, il razzismo, i bombardamenti, le aggressioni militari, gli stupri e le predazioni. Ciò che sta accadendo adesso semplicemente mostra come le parole “inclusività” e “apertura” siano, come tante altre, soltanto un falso atteggiamento moralista invece che una reale credenza.

– Questo nuovo “maccartismo all’europea” è nato con l’attuale crisi russo-ucraina oppure esisteva già, in forma dormiente, e aspettava solo la creazione di una neolingua anti-russa per esprimersi in tutta la sua ferocia?

– No, il maccartismo europeo proviene, come abbiamo visto, dalle profondità della storia. La sua violenza attuale invece è relativamente nuova, in particolare in Italia, un Paese che non ha mai avuto alcun pregiudizio anti-russo, almeno fino ad oggi. Visto dalla Svizzera, l’annullamento di una lezione accademica su Dostoevsky a Milano sembra assurdo! La patria di Dante Alighieri si sta comportando proprio come ai tempi di Savonarola: è una cosa difficile da comprendere. Nel mio nuovo libro che uscirà in Francia il prossimo mese, propongo di analizzare la moderna “neolingua” come il linguaggio della “Tirannia del Bene”: la correttezza economica, culturale e politica sta uccidendo tutte le forme di pensiero dissidente. Il semplice fatto di dare spazio all’altera pars viene visto come un tradimento o un crimine contro la ragione e il buon senso.

– Una volta la russofobia coincideva con l’anti-comunismo, ma oggi non c’è più l’Unione Sovietica a spaventare il mondo libero: e allora perché Europa e America hanno così tanta paura della Russia?

– Più forte è la Russia, più forte è la russofobia. Da secoli tutte le potenze occidentali (Francia, Gran Bretagna, Germania e ora gli USA) combattono contro la Russia e demonizzano i suoi leader (prima gli zar, poi il Politburo sovietico e adesso il presidente Putin) descrivendoli come l’incarnazione del Male. La propaganda occidentale ha sempre ritratto la Russia come una potenza espansionista e aggressiva, anche se in realtà è stata la Russia ad essere costantemente invasa e minacciata: nel 1240 dai Cavalieri teutonici e dai mongoli, nel 1600 dai polacco-lituani, nel 1700 dagli svedesi, nel 1812 da Napoleone, nel 1914-1919 dalla Germania e dagli Stati occidentali che combattevano il socialismo, nel 1941 da Hitler, nel 1947 dagli americani con la Guerra fredda, e dopo il 1991 dall’avanzamento della NATO in Europa dell’est e in Ucraina. L’unica presenza militare russia nell’Europa dell’ovest nel 1815 e fra il 1945 e il 1990 fu a seguito di un’aggressione occidentale. Nonostante tali fatti storici, la Russia viene sempre mostrata come l’arci nemico dell’Ovest. E probabilmente ciò andrà avanti dopo la fine della presidenza Putin.

– Nel Suo libro parla di una “agghiacciante acriticità” nell’analisi della crisi in Ucraina del 2014. Si potrebbe paragonare alla mancanza di profondità che vediamo nella presentazione dell’attuale conflitto? Crede che la narrazione occidentale presenti morti di serie A e morti di serie B?

– È una lunga storia. L’Ucraina è stata la culla storica e religiosa della Russia moderna. La Crimea appartiene alla Russia dal 1783 ed è popolata in gran parte da persone di etnia russa. La parola ucraina può tradursi come “frontiera” in lingua russa, e l’Ucraina è parte della Russia dal 1654. Quindi i legami fra i due Paesi sono molto profondi: questo è il motivo per cui il colpo di Stato del Maidan e le altre rivoluzioni arancioni vengono considerati simboli dell’ipocrisia dell’Occidente. E nel frattempo la Russia ha cercato di manifestare i timori relativi alla sua sicurezza a proposito dell’espansione della NATO dopo il 1997. A partire dalla Conferenza di Monaco del 2007, Putin ha costantemente lanciato degli avvertimenti a questo proposito, senza però ottenere alcuna risposta. L’espansione della NATO, seguita dall’installazione di missili nucleari vicino ai confini della Russia, può distruggere la deterrenza nucleare russa nello stesso modo in cui sarebbe avvenuto con l’installazione dei missili nucleari sovietici a Cuba nel 1962. Henry Kissinger e George F. Kennan hanno denunciato tale volontà della NATO come l’errore più grave della politica americana nell’era post-Guerra fredda. Nel 1997, il libro di Brzezinski “La Grande Scacchiera” ha spiegato con chiarezza perché gli USA debbano assolutamente mantenere la presa sull’Ucraina per tenere la Russia fuori dall’Europa e lontana dalla Germania. In un contesto del genere è facile capire come la fiducia tra Russia e Occidente si sia profondamente deteriorata. Dopo il 2014, quando Kiev ha tentato di sabotare gli Accordi di Minsk con la connivenza di Francia e Germania e ha iniziato a bombardare e a sparare sul Donbass al prezzo di migliaia di vittime anche civili, Putin si è convinto che l’Ovest è assolutamente privo della volontà di negoziare qualunque accordo di pace che riguardi la sicurezza della Russia. Ecco perché ha deciso per un attacco preventivo in Ucraina prima che quest’ultima diventi un membro della NATO o una potenza nucleare, come lo stesso Zelensky aveva annunciato nel suo ultimo discorso di febbraio a Monaco.

– Nella narrazione occidentale assistiamo a un eccesso di indignazione mai registrato ad esempio negli scenari della Siria o dell’Iraq. Secondo Lei come si può giustificare questa supponenza etica dell’Occidente? È possibile avviare un confronto diplomatico se si continua a partire da un presupposto del genere?

– Servirà del tempo prima che gli europei se ne accorgano: per ora sono troppo sicuri di trovarsi a uno stadio superiore dell’evoluzione umana. Tuttavia, le lezioni che arrivano da quelle devastazioni oggi sono osservate da tutte le nazioni al di fuori dell’Occidente, in Medio Oriente, in Cina e in India, in Africa e in America Latina. Tutti questi popoli si attendono un ordine mondiale più giusto e bilanciato. Ora, nessuno sa quello che accadrà. Però anzitutto dobbiamo sperare, pensare e agire con l’obiettivo di ristabilire la pace il prima possibile. In un secondo tempo dovremo pensare ed agire al fine di preparare un mondo in cui la sicurezza, la prosperità, i diritti e la dignità di ogni nazione vengano garantiti partendo da una base più equa.

– Alla fine cosa ci potrà salvare dalla russofobia?

– Mi sento abbastanza pessimista. Le emozioni, l’indignazione e l’isteria sono a un livello troppo alto per preservarci dalle reazioni pavloviane di russofobia. Ma non credo proprio che sarà possibile cancellare la Russia! Nelle situazioni peggiori in cui si sono trovati nel corso di una lunga storia, il popolo russo e la Russia hanno dimostrato di avere la capacità di reagire e di sopravvivere. Non ho alcun dubbio sul fatto che ne siano in grado anche oggi.

Infografica – La scheda del libro Russofobia – Mille anni di diffidenza

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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