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Conflitto Israelo Palestinese, Meloni: “Bene la decisione di istituire una Commissione di indagine. Si passi però dal ‘documentare’, all’individuare finalmente dei responsabili per poi sottoporli al giudizio di un tribunale”

Sono in corso tra Egitto e Israele dei colloqui per assicurare tenuta a quella che fino ad oggi si può definire “la fragile tregua” tra Israele e Hamas e per iniziare la ricostruzione della Striscia di Gaza che ha lasciato gran parte dell’enclave palestinese in rovina. Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukry ha incontrato il suo omologo israeliano, Gabi Ashkenazi, arrivato domenica al Cairo. Secondo il ministero degli Esteri egiziano, è stata la prima visita pubblica di un ministro degli Esteri israeliano in oltre un decennio.

Intanto in Palestina, a una settimana dalla tregua firmata con Israele, migliaia di combattenti di Hamas hanno sfilato venerdì a Rafah, a viso coperto, esibendo alcuni razzi e un drone. I membri delle brigate al-Qassam, braccio armato del movimento islamico erano a bordo di veicoli e a piedi. Alla sfilata ha assistito una folla imponente. Fra i combattenti vi erano anche dei bambini, maschi e femmine, alcuni con la fascia delle brigate in testa.

Intanto il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite proprio venerdì scorso ha approvato con 24 voti a favore, 14 astenuti e 9 contrari, una risoluzione per la costituzione di una commissione di indagine sulle violenze del conflitto israelo-palestinese. Per la prima volta si prende in considerazione anche un embargo contro lo Stato ebraico. Proprio visti i risvolti giudiziari che sta assumendo la vicenda abbiamo interpellato la Professoressa Associata di Diritto Penale/International Criminal Law dell’Universitá degli Studi di Milano Chantal Meloni.

Infografica – La biografia dell’intervistata Chantal Meloni

– Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per la costituzione di una commissione di indagine sulle violenze del conflitto israelo-palestinese.Gli Stati Uniti dicono che questa decisione minaccia la ricomposizione del conflitto in Medio Oriente. Crede che sia un atto dovuto o rimane nell’alveo di ciò che è accaduto soprattutto in ambito penale?

– Non è in senso stretto un atto dovuto, ma è la logica conseguenza di ciò che è avvenuto. In questi anni il Consiglio dei diritti umani, in seguito a gravi episodi di escalation di violenza e di attacchi veri e propri da parte di Israele sulla striscia di Gaza, in particolare a partire dalla cosiddetta operazione “Piombo fuso” del 2008-2009, ha sempre istituito commissioni di indagine. Già dodici anni fa abbiamo visto il lavoro della “Fact finding mission”, all’epoca presieduta dal giudice Goldstone, che svolse un lavoro egregio di documentazione e che forse per la prima volta ha davvero messo nero su bianco il fatto che soldati e ufficiali israeliani avessero commesso crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Purtroppo, nonostante il grande impatto mediatico che tale mission ha avuto a livello mondiale, non vi sono ancora state conseguenze sul piano della responsabilità di coloro che si sono macchiati di quei crimini. Certamente è benvenuta la decisione di istituire un’ennesima commissione di indagine, e vedremo presto con quali caratteristiche, tuttavia il punto fondamentale non è solo continuare a documentare (cosa di per sé essenziale), ma fare un passo avanti nel senso di indagini di carattere penale con l’auspicabile individuazione dei responsabili e il sottoporli al giudizio di un tribunale. 

– Lo scorso 5 febbraio, la Corte penale ha emesso una decisione che riconosce alla Palestina la qualità di “Stato”: ciò dovrebbe permettere l’esercizio della giurisdizione della Corte penale. L’assenza del carattere di statualità rappresentava infatti un ostacolo alla possibilità di emettere sanzioni. Questa sentenza, che implica la possibilità di contestare crimini di guerra, potrebbe recare dei ‘problemi’ Israele? 

– Si tratta di una decisione della Camera preliminare, a cui era stata data investitura da parte della procuratrice della Corte penale internazionale, sulla questione posta per definire se la Palestina potesse essere considerata uno Stato vero e proprio a fini della giurisdizione della Corte penale internazionale. Con lentezza (oltre un anno), i giudici hanno confermato quello che la procuratrice aveva già chiaramente espresso nella sua richiesta: la Palestina è uno Stato e i crimini commessi sul suo territorio possono essere oggetto di indagine. Sicuramente è un passo fondamentale, avvenuto dopo una lunga attesa. I palestinesi (sia le vittime palestinesi sia le autorità palestinesi) avevano già chiesto una decisione dopo “Piombo fuso”, ma problemi di carattere politico internazionale avevano sempre nei fatti impedito che le indagini potessero partire. Ci vorranno ancora mesi, ma la squadra di investigatori potrà individuare i responsabili dei crimini: sia chiaro, non solo quelli di parte israeliana, ma eventualmente anche quelli palestinesi. Si spera così che finalmente si possano vedere all’Aia dei procedimenti veri che abbiano come oggetto i sospettati di questi crimini.

– Laddove venisse emessa una condanna, a cosa andrebbero incontro i soggetti responsabili? Lo Stato di Israele e quello di Palestina potrebbero non dare seguito alle sentenze?

– La Corte ha giurisdizione sulle persone fisiche. Quindi a essere condannati saranno dei soggetti che possono essere non solo soldati, ma anche ufficiali di alto rango o capi politici o membri delle milizie armate islamiche. Il problema è che Israele non riconosce la giurisdizione della Corte: non ha mai ratificato lo Statuto di Roma che è il trattato istitutivo della Corte penale internazionale, perciò non ha obblighi di cooperazione con la Corte stessa. Quando le indagini saranno state effettuate, se eventualmente saranno identificati i sospetti responsabili di crimini aventi nazionalità israeliana, qualora essi si trovino in Israle la Corte avrebbe dei problemi nel riuscire ad arrestarli. I processi all’Aia, infatti, non si possono fare in assenza dell’accusato. Possiamo dare per scontato che Israele non collaborerebbe, ma negli anni abbiamo assistito a circostanze nelle quali accusati anche di alto rango sono stati arrestati mentre erano in viaggio all’estero. Il giorno (che oggi è ancora lontano) in cui fosse emanata una sentenza di condanna, significherebbe che il colpevole si trova già in arresto all’Aia: quindi anche se la sentenza non venisse riconosciuta dal suo Paese di appartenenza, non vi sarebbero ostacoli alla sua esecuzione. Ma questo non è un problema contingente, poiché ci troviamo in uno stadio molto precedente a quello.

– Il fatto di aver annunciato ufficialmente un’invasione di terra che poi è stata smentita dai fatti (dichirata forse per far spostare le forze palestinesi nelle gallerie per poi bombardarle) potrebbe essere configurato come crimine di guerra oppure si tratta di un atto di guerra puro?

– Non sono ancora in grado di esprimermi in un senso o nell’altro. Penso sia probabile che Netanyahu avesse intenzione di fare un’invasione, ma poi ha dovuto ripensarci per una serie di motivi che lo hanno convinto a rimanere fuori dai confini palestinesi. Se venisse provato che l’esercito israeliano avesse appositamente fatto concentrare i palestinesi nei punti che successivamente ha bombardato, allora il discorso si complica, perché vi sono dei principi che occorre prima verificare, come la presenza di civili e il rispetto del principio di proporzione. Un’operazione su un obiettivo militare non è legittima in quanto tale, e spesso lo si dimentica quando si parla di diritto umanitario: il fine delle operazioni di guerra non è causare danno al nemico uccidendone il maggior numero possibile di soldati, ma il contrario, cioè riuscire a infliggere un danno sufficiente a ottenere un vantaggio militare senza devastare o ammazzare “troppo”. Ma questo principio lo vediamo continuamente disapplicato, e non soltanto da Israele. 

– L’abbattimento della Torre dei media potrebbe essere considerato crimine di guerra, pur avendo Israele dato un avvertimento a coloro che si trovavano al suo interno?

Assolutamente sì, pur con il pre-allertamento e persino se si dovesse accertare che (come sostiene Israele) da qualche parte all’interno dell’edificio si trovavano munizioni e materiale bellico dei gruppi armati palestinesi. Prima facie il tipo di danno (distruzione totale di un edificio civile) si configura come crimine di guerra perché è un attacco sproporzionato. Infatti. se si trova un obiettivo militare, sia persone che cose, all’interno di un palazzo civile, ciò non trasforma automaticamente tutto il palazzo in un target. L’uso della forza va sempre dosato. Ho seguito un caso che spiega bene questo principio. Due intere famiglie di doppia nazionalità palestinese e tedesca sono perite in quanto presenti in un edificio che Israele ha fatto collassare perché al piano sotto cui abitavano c’era il membro di un gruppo armato palestinese, che però in quel momento non era in casa e che comunque in quel periodo non era operativo come combattente – e quindi si poteva considerare anch’egli un civile. La giustificazione data da Israele, cioè che quel personaggio aveva domicilio in quel palazzo, dal punto di vista del diritto umanitario internazionale non regge in nessun modo.

– Quindi Israele non è giustificato dal fatto di dichiarare l’intenzione di eliminare soltanto obiettivi militari e di condurre le sue azioni con la massima precisione possibile?

– No, anche perché la giustificazione degli attacchi “chirurgici” non regge la prova dei fatti. Anzi, è esattamente il contrario! Nei suoi attacchi, Israele utilizza, come nel caso delle due famiglie uccise, bombe di calibro tale da risultare prevedibile la distruzione di molto più che non il semplice obiettivo iniziale. Quindi i vertici militari israeliani possono dichiararsi dispiaciuti per i danni collaterali, possono affermare di aver voluto effettuare un’azione mirata, ma nei fatti la sproporzione tra armi usate e dimensione dell’obiettivo dimostra la loro consapevolezza di arrecare quanto più danno possibile. La distruzione spropositata degli obiettivi è una modalità costante nelle operazioni condotte da Israele ormai da molti anni, in particolare a Gaza.

– Italia, USA e Germania sono state attaccate in seno al Consiglio dei diritti umani perché forniscono armi e assistenza al governo israeliano nonostante il rischio di gravi violazioni del diritto umanitario e penale internazionale: questi Paesi possono incorrere in condanne o sanzioni?

– Sì, se i meccanismi di accertamento delle responsabilità funzionassero a dovere allora certamente sì. Anzi, sarebbero già stati condannati da un pezzo per il sostegno politico, economico e militare che rasenta la complicità con le violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele, a cominciare dalle colonie, che sono una lunga e coerente serie di passi diretti verso l’annessione di territorio palestinese. Non si tratta assolutamente di dover boicottare Israele in quanto Stato ebraico, ma di porre fine a un sistema di complicità che porta a gravissime violazioni dei diritti umani fondamentali e mina alla base la validità dei principi del diritto internazionale che il mondo si è voluto dare dopo la Seconda guerra mondiale. 

– In generale, come sta evolvendo il lavoro della Corte penale internazionale? Sta diventando più efficace?

– Siamo in una fase di passaggio. L’attuale prosecutor sta terminando il suo mandato dopo nove anni. Tra poche settimane si insedierà il nuovo prosecutor, un barrister britannico molto esperto in questioni di diritto internazionale. La Corte è in un momento molto difficile, attaccata sia dalla società civile perché considerata troppo “debole”, sia dai governi che non vedono di buon occhio la sua interferenza. Ci rammarichiamo di non essere riusciti a intervenire in modo sufficientemente incisivo in alcune situazioni come l’Afghanistan, in cui potenzialmente si riscontrano responsabilità degli americani, poi nel conflitto tra Israele e Palestina ovviamente, e poi anche in altre circostanze in cui sussistono possibili responsabilità da parte dei russi. La Corte ha subito attacchi politici gravissimi, come ad esempio l’executive order emesso dagli USA sotto Trump, che sanzionava la procuratrice e altri funzionari della Corte per aver “osato” aprire delle indagini sull’Afghanistan. Da un lato manca un adeguato supporto politico a livello mondiale su alcuni dossier scottanti, dall’altro la Corte non è riuscita a sanzionare ad esempio i gravi crimini commessi dall’esercito britannico in Iraq: la Corte aveva deciso di non aprire le indagini perché aveva concluso che il sistema di indagine britannico sarebbe stato sufficiente per fare giustizia; poi però dopo 15 anni nessuna vera indagine si è avuto nel Regno Unito né tanto meno delle condanne. La Corte è ancora in cerca della sua dimensione, ma è in movimento, non resta ferma: un team di esperti esterni ha revisionato tutto il lavoro svolto dalla Corte e ha pubblicato un corposo rapporto che mette in luce le difficoltà e fa tante proposte migliorative. 

– Due fatti di attualità che riguardano il diritto penale internazionale: il dirottamento del volo Ryan Air in Bielorussia e le condanne degli attivisti per la libertà ad Hong Kong. Su questi due punti sussistono profili di reato penale internazionale? La Corte potrebbe attivarsi? 

– Sono due situazioni entrambe complicate. La Corte avrebbe giurisdizione territoriale, poiché il fatto della Bielorussia è avvenuto su un volo Ryan Air battente bandiera irlandese, ma occorre fare una riflessione più approfondita sul punto di reato eventualmente commesso, perché è un fatto commesso da uno Stato e la Corte non può sanzionare gli Stati ma solo gli individui. Quindi al momento vedo la faccenda più di competenza della Corte internazionale di giustizia. Per Hong Kong il problema è che Hong Kong non è uno Stato, la Cina non riconosce la Corte. L’unica possibilità è che sia l’ONU a chiedere con una risoluzione l’intervento di un prosecutor della Corte, ma è un’eventualità altamente improbabile.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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