Beirut e Sud Libano sotto attacco, cresce la crisi degli sfollati
Le bombe scandiscono le ore.
Vado a dormire, o almeno ci provo, mentre cadono. E mi risveglio con altri bombardamenti.
La voce di Hassan arriva da una Beirut stremata, sfigurata dai raid israeliani che si susseguono senza tregua. Hassan è il nostro fixer, ormai un amico. Racconta una città dove la notte non è più buio ma lampi improvvisi, e il giorno porta un cielo azzurro sopra Beirut che a tratti si abbassa e si impasta di fumo, grigio di esplosioni. Colpisce soprattutto Dahieh, quartiere sud della capitale considerato roccaforte di Hezbollah ma abitato anche da famiglie che non hanno legami con il movimento filoiraniano.
Le testimonianze
Sono continui, siamo molto preoccupati – prosegue -. Con la mia famiglia cerchiamo un riparo, ma non si trova uno spillo.
Gli appartamenti fuori dalle zone considerate a rischio sono stati presi d’assalto. I prezzi sono quadruplicati, fino a 2.000, 2.500 dollari per tre stanze. Una cifra impossibile per molti. Eppure c’è chi paga, anche indebitandosi, pur di strappare i figli a una finestra che trema a ogni boato.
Beirut vive nel caos. Le strade sono un intreccio di auto cariche di valigie, materassi legati sul tetto, bambini con lo sguardo sospeso. Dai quartieri della periferia meridionale fino a Hamra, il quartiere centralissimo e cuore pulsante della città, l’atmosfera è tesa. Saracinesche abbassate, scuole trasformate in dormitori, marciapiedi diventati casa.
La gente ha paura ad affittare case – racconta padre Abdo Raad, sacerdote originario del Monte Libano -. Temono che gli israeliani colpiscano persone ritenute appartenenti o vicine a Hezbollah.
Gli sfollati
È una delle grandi difficoltà nell’accoglienza degli sfollati. L’altra è l’enormità dei numeri. Dopo l’escalation legata al conflitto tra Israele e Iran, iniziato il 28 febbraio scorso, secondo i dati Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) gli sfollati in Libano hanno superato i 65.000 registrati nei rifugi al 3 e 4 marzo. A questi si aggiungono decine di migliaia di non registrati e altri 65.000 ancora fuori casa dal conflitto del 2024. Un Paese che non aveva ancora rimarginato le ferite e che ora si scopre di nuovo vulnerabile.
«Abbiamo iniziato ad aiutare la popolazione sfollata di Dahieh e della Beqaa – prosegue abuna (padre) Raad -. I volontari cucinano ogni giorno per 250 persone che dormono in auto, lungo le strade, ammassate nelle scuole. Distribuiscono kit igienici per prevenire la diffusione di malattie infettive, un rischio concreto dove centinaia di persone condividono spazi ristretti, bagni improvvisati e acqua razionata». E poi ci sono i bambini. «Cerchiamo di stare loro vicino, di aiutarli a superare la paura delle bombe, di restare soli per strada, vedere i genitori disperati – aggiunge il sacerdote -. I piccoli non capiscono. Non sanno dare un nome al fragore che sentono, né una ragione alle fughe improvvise. Restano sbalorditi davanti a un mondo che cambia senza spiegazioni».
Nel Paese si insinua ancora una volta il seme della divisione. C’è chi sostiene l’intervento in guerra di Hezbollah e chi lo accusa di aver trascinato il Libano in un conflitto aperto e totale. Le tensioni corrono sotto pelle, tra vicini di casa, nelle famiglie, nei quartieri già provati.
La disperazione
A rendere lo scenario ancora più critico è l’occupazione emergenziale di case e scuole private da parte di chi non ha più un tetto. La disperazione non chiede permesso. «Martedì notte è stato bombardato un albergo a Hazmieh, nella zona cristiana di Beirut, non lontano dal palazzo presidenziale – riferisce ancora Hassan-. L’obiettivo, secondo quanto riferiscono, era un dirigente di Hezbollah. Ci sono state diverse vittime. Stanno bombardando senza preavviso e ieri, durante i raid a Dahieh, hanno avvisato solo gli abitanti di un palazzo, mentre ne abbattevano altri quattro».
Nel frattempo dalla presidenza si muove la diplomazia. Il presidente Joseph Aoun ha avviato una serie di incontri con ambasciatori e rappresentanti internazionali, tra cui diplomatici di Stati Uniti e Francia e funzionari delle Nazioni Unite, per illustrare la posizione del Libano dopo i continui attacchi di Israele e chiedere pressioni affinché cessino le operazioni militari.
Beirut ribadisce inoltre il principio secondo cui solo lo Stato deve avere l’autorità di decidere su guerra e pace e il monopolio delle armi sul territorio nazionale, un riferimento implicito anche al ruolo del Partito di Dio nel Paese. Ma mentre la linea ufficiale insiste sulla centralità delle istituzioni, sul terreno la guerra continua ad allargarsi.
Una caccia senza quartiere: di mira anche deputati ed ex ministri
Se tra settembre e novembre 2024, nell’operazione “Frecce del Nord” «Tel Aviv mirava ai vertici militari del gruppo, ora – sostiene Hassan – la caccia si estende anche a deputati ed ex ministri. È stato chiesto agli abitanti del Sud di trasferirsi a nord del fiume Litani, una fascia di circa 35 chilometri dal confine con Israele». Secondo Ghassan Jawad, noto analista libanese, «l’esercito governativo ha evacuato le proprie posizioni nell’area di confine dopo che Israele ha annunciato l’intenzione di lanciare un’operazione di terra. Ieri, Israele ha effettuato una manovra sul campo contrastata dai combattenti di Hezbollah a Khiam. Nei prossimi giorni si prevede un’ulteriore escalation militare di terra nel Sud, parallelamente ai raid aerei in varie zone del Libano».
Il bersaglio Unfil
Intanto Unifil, in una nota diffusa ieri, esprime «seria preoccupazione» per l’ordine di evacuazione lanciato dalle forze israeliane nell’area a nord del Litani, dove operano i caschi blu. La missione segnala nuovi lanci di razzi dal territorio libanese verso Israele, in violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, e osserva «movimenti e attività militari israeliane El Khiam, Beit Lif, Yaroun, Houla, Kfar Kila, Kherbeh e Kfar Shouba. Sud, mentre proseguono i raid aerei».
In questo clima, ieri sera è intervenuto anche il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem. In un discorso trasmesso dai media del movimento ha affermato che il partito ha finora evitato di rispondere alle operazioni israeliane per non compromettere il processo diplomatico, ma ha avvertito che «la pazienza ha dei limiti».
Qassem ha ribadito che, finché continuerà quella che definisce l’occupazione israeliana, la resistenza resterà per Hezbollah un diritto legittimo. Del resto, come ci aveva riferito lo scorso luglio a Beirut il vicepresidente del Consiglio politico di Hezbollah, Mahmoud Kmati, il movimento difficilmente si arrenderà.
Quando abbiamo intrapreso il percorso della resistenza – spiegava – sapevamo di essere votati al martirio per il nostro popolo e per il Paese.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


