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Amnistia generale per i collaboratori di Ghani? Sì, forse, non si sa

Amnistia generale per gli afghani che hanno collaborato con l’ex governo del presidente Ashraf Ghani e con le forze straniere? Sì, forse, non si sa. La notizia, attesa da migliaia di lavoratori uomini e donne lasciati indietro nei giorni convulsi delle evacuazioni, sarebbe stata riportata dai media di New Delhi e ripresa il 12 settembre scorso da tv e quotidiani occidentali. Di quell’atto di clemenza, che i taleban si erano subito premurati ad annunciare urbi et orbi il 17 agosto scorso, due giorni dopo la presa di Kabul, i diretti interessati non ne sanno nulla. «Quell’amnistia non risulta da nessuna parte. Non c’è stato un comunicato dei taleban e i quotidiani e le tv nazionali non ne hanno fatto il minimo cenno – ci riferisce da una città afghana Javid, nome inventato per un giornalista, costretto a nascondersi per aver scritto contro il regime dei fondamentalisti e soprattutto per aver lavorato a contratto con aziende straniere -. Era uno dei punti degli accordi fissati a Doha con gli Stati Uniti, ma se loro si spendono a dire ancora una volta che hanno intenzione di istituirla, di fatto significa che non vogliono rispettare il patto siglato in Qatar».

Da ventotto lunghi giorni Javid vive nell’ombra con la famiglia, cambiando continuamente rifugio, sperimentando vie di fuga sui tetti degli edifici,rischiando la pelle pur di sfuggire agli studenti coranici. Ma lui non è un Lupin del terzo millennio, è solo un giornalista che faceva il suo lavoro e ora si ritrova senza uno stipendio, braccato come fosse un delinquente. Negli ultimi giorni si è stabilito in una soffitta, dove non vi sono finestre, così da non essere scoperto. Giù, in strada c’è uno dei tanti checkpoint taleban. Non può vedere cosa accade all’esterno. Le ore, i giorni passano con una snervante monotonia e a provvedere  al cibo, alle medicine e a tutto ciò che può servire ai suoi bambini, pensano altri ragazzini del vicinato. Loro non sono spie o informatori inconsapevoli, non cadono nel tranello del gelato offerto dai lacchè dei talebani, che gli chiedono cosa facciano di mestiere i genitori mentre leccano il dolce omaggio. Quella soffitta ci catapulta indietro di ottant’anni, al civico 263 di Prinsengracht, dove Anna Frank e la sua famiglia trovarono sistemazione nel tentativo di sottrarsi alla deportazione nazista. “Mai più guerre, mai più orrore della Shoah, è il rituale ripetuto ogni anno nella giornata della memoria. Lo spettro, oggi, per il popolo afghano che non vuole piegarsi ai talib non è un nuovo olocausto, semmai quello di subire persecuzioni, carcerazioni arbitrarie e uccisioni. Javid nel suo vano sforzo di lasciare l’Afghanistan, ha vissuto sulla sua pelle i momenti concitati seguiti all’attacco suicida all’Abbey gate nell’aeroporto Hamid Karzai di Kabul, vedendo il sangue schizzare dappertutto, i morti e i feriti portati via con qualsiasi mezzo. E diversi giorni prima che venissero diffuse le immagini di Taqi Daryabi e Nematullah Naqdi, i due reporter picchiati brutalmente dagli studenti coranici per aver documentato la manifestazione pacifica delle donne contro la mannaia oscurantista sui loro diritti, Javid ci aveva raccontato di un collega pestato nella sua casa, davanti agli occhi atterriti dei figli e della moglie. Il biglietto da visita del nuovo corso dei fondamentalisti, che non intendono retrocedere di un passo sull’applicazione della Sharia, anche per ciò che riguarda i diritti del gentil sesso di studiare e persino di far parte della compagine governativa del neonato Emirato islamico. Prospettiva annunciata all’indomani della presa della capitale e accolta con un sostanziale scetticismo dall’Occidente. Il sospetto di dichiarazioni rese al vento, verrà poi confermato dalle parole del portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim, che vuole che la donna resti a casa “a fare figli”, perché stare al governo “è come mettere al collo un peso che non può sostenere”. Mentre portare avanti una gravidanza, partorire e crescere figli sarebbero una promenade sulla Senna per gli studenti reclutati nelle scuole coraniche, che certo non studiano la Genesi 3, il capitolo delle maledizioni: “Alla donna disse: moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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