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Il rischio di una frana sul Governo Draghi

L’impressione che arriva dalla maggioranza larghissima è che stia vivendo come sull’orlo di una frana, a rischio concreto di precipitare da un momento all’altro mandando in frantumi il governo. I partiti che sostengono l’esecutivo si attaccano a più non posso, tutti contro tutti: non passa giorno che non vi sia un argomento che li divida e che dunque non dia l’occasione di una nuova polemica, di un nuovo scontro che non esclude nessun colpo. Più che tutti insieme al governo, sembra proprio che in realtà siano tutti all’opposizione. Contro chi, si fa presto a dirlo: contro gli alleati. 

È vero che fin dall’inizio si sapeva che si sarebbe trattato di una coalizione di necessità, voluta dal Capo dello Stato perché il Paese affrontasse l’epidemia e la possibile ripresa dell’economia con tutte le energie disponibili, e alla quale una forza politica soltanto, Fratelli d’Italia, ha ritenuto di non partecipare, traendone peraltro vantaggi in termini di consensi fino a strappare alla Lega il posto di primo partito. Ed è anche vero che le campagne elettorali, come quella che stiamo vivendo per le elezioni comunali, sono in grado di stravolgere qualunque paradigma. Ma nella situazione che si è venuta a creare tra i partiti della coalizione, tra gli alleati più o meno storici, e all’interno delle forze politiche medesime, sembra si sia andati oltre ogni possibile previsione sul disagio – per usare un eufemismo – dello stare insieme. Il fatto è anche, tra l’altro, che il quadro politico che si è venuto a creare non contempla una maggioranza e un’opposizione, ma una maggioranza e basta. E se una tale formula non ha basi solide ed esperienze lunghe, come è evidente che non le possiede quella messa in piedi in questa fase politica, i risultati non possono che essere proprio questi: tutti contro tutti.

Ma il paradosso politico non si chiude qui. Perché in questo clima di rissa continua, chi non subisce contraccolpi è proprio l’unico soggetto che dovrebbe registrarli: il governo e il suo capo. Fuori sembra di essere in un campo di battaglia, ma quando si entra a Palazzo Chigi la pace regna sovrana, o almeno così sembra. Draghi, la sfinge imperturbabile – questa l’immagine che viene in mente guardando l’unico e brutto “rullo” televisivo in possesso delle emittenti, ripetuto all’inverosimile, che lo ritrae alla scrivania davanti al computer, i pugni appoggiati sull’orlo della scrivania, non un movimento delle braccia, della testa, degli occhi, di un qualunque muscolo del volto – va avanti come se niente fosse. I partiti se le danno di santa ragione, e lui che fa: li ignora. Almeno pubblicamente. Li riceve, parla al telefono con i capi, segretari e presidenti, raccoglie malumori e mugugni, smussa gli spigoli più appuntiti, e poi va avanti, senza cedimenti, comunque non particolarmente significativi, e soprattutto in silenzio o con parole rare e misurate. D’altra parte, lo aveva detto in una conferenza stampa (che non doveva essere conferenza stampa!)  di alcune settimane fa: un conto sono i partiti, un altro conto è il governo. Se non sono le sue parole, il senso era questo. Come se l’esecutivo e la sua azione non dipendessero dai partiti. Draghi comunque in fondo non ha tutti i torti: finché non c’è un voto contrario in Consiglio dei Ministri o un eclatante e irrimediabile fatto equipollente, le schermaglie, gli attacchi, le interviste, le battute e le battutine non contano. Del resto, nessuno in questa fase ha la forza o i numeri per far cadere il governo. E soprattutto nessuno ne ha la volontà o l’interesse. E ancora, al di là degli attacchi tra i partiti momentaneamente alleati ma irriducibilmente avversari, nessuno ha da ridire sull’azione complessiva del governo. Certo, c’è la disputa sui vaccini, ma si tratta pur sempre solo di un capitolo, seppure importante, delle politiche dell’esecutivo. E anzi, c’è chi va oltre il semplice sostegno e augura lunga vita a Draghi in qualità di Presidente del Consiglio dei ministri. Perché tanti, ma proprio tanti, sono i motivi che inducono a stare fermi. Intanto c’è da aspettare l’esito delle elezioni nelle città più importanti del Paese, compreso il collegio per la Camera di Siena, dove si cimenta il segretario PD Letta – ma senza il simbolo del partito, come se non gli appartenesse, come un civico qualunque. E da questi risultati i partiti, le coalizioni e gli alleati di oggi e di domani trarranno spunti sul da farsi. Ma non certo nell’immediato. Perché c’è l’altro e più importante appuntamento di febbraio, l’elezione del Presidente della Repubblica.

Da diverse settimane i partiti, affiancati da molti commentatori, si esercitano nel tentativo per ora vano di individuare la figura che possa sedere sullo scranno più alto delle Istituzioni, anche con lo scopo di mettere in risalto le tattiche, le strategie, le possibili alleanze, le condizioni politiche e gli do ut des per lanciare o sostenere questo o quel candidato. Draghi sì, Draghi no, Draghi forse, Draghi meglio a Palazzo Chigi e via dicendo, elencando nomi che per ora hanno quasi soltanto la funzione di ballon d’essai. E intanto si guarda a quella che potrà essere la decisione ultima e irrevocabile del Presidente in carica, che dovrebbe lasciare il Quirinale il 3 febbraio. Mattarella finora ha fatto sapere di non essere disponibile a un reincarico, né breve per accompagnare il Paese alle elezioni del 2023 (permettendo così al Parlamento di concludere la legislatura e ai partiti di decidere a bocce ferme basandosi sui nuovi rapporti di forza che usciranno dalle urne) né per un periodo più lungo. E forse anche per riaffermare la sua attuale indisponibilità, il Presidente si è portato avanti fissando per metà dicembre incontri di commiato con il Papa e con altri omologhi europei. Dunque per bene che vada, della partita Quirinale si parlerà con qualche certezza in più tra dicembre e gennaio.

Ma intanto mille problemi e scadenze urgenti premono sull’agenda di Palazzo Chigi, con i partiti di maggioranza tutti insieme appassionatamente divisi. E in primo piano ecco i vaccini e la “carta verde” che tanto stanno facendo discutere la coalizione di governo, i partiti al loro interno e quel che resta dell’ opposizione, con variegate aree di società cosiddetta civile che affianca ora questa e ora quella posizione. Sul tema, il segretario della Lega che un po’ per convinzione, un po’ forse per compiacere una residuale frangia di presunto elettorato contraria a vaccinazione e carta verde, e un po’ per alimentare la riaffermata alleanza con la Meloni, si è trovato in grande difficoltà fino a rimanere isolato, dal momento che Giorgetti, numero due del partito, e i vertici delle Regioni targati Lega e soprattutto gli imprenditori del Nord, molti dei quali simpatizzanti del Carroccio, si sono schierati a favore della procedura vaccinale. E dunque anche per Salvini, seppure obtorto collo e con qualche ulteriore distinguo, è arrivato il momento di accettare le ferme direttive di Draghi: vaccino e carta verde per tutti, o quasi. E così il segretario leghista ha servito su un piatto d’argento ai suoi avversari di maggioranza che lo vorrebbero all’opposizione, il PD Letta e il Cinquestelle neo capo politico Conte, una nuova e in questo caso seria e fondata occasione per attaccarlo. Tanto più che il capo del Carroccio è stato costretto dalla situazione a cambiare i suoi atteggiamenti politici e parlamentari letteralmente dalla sera alla mattina. 

Ma sul tema vaccini il vero capolavoro lo sta facendo Draghi con il supporto delle più alte Istituzioni. Il suo segreto è stata la “gradualità”, partita con il lessico e finita con i provvedimenti legislativi che toccano a loro volta “gradualmente” le diverse fasce di cittadini. All’inizio il vaccino, con la relativa carta verde, è stato un dovere civico, poi un imperativo morale, fino a diventare obbligo di legge soggetto a sanzioni. Una tattica che non ha mancato di generare dubbi, disorientamento e vere e proprie forme di discriminazione tra i cittadini – uno obbligato ad esibire il vaccino e l’inquilino della porta accanto no, uno vaccinato perché più anziano e l’altro in attesa in quanto più giovane – ma che alla fine, malgrado tutto, si è rivelata vincente. Ma i motivi di scontro all’interno della maggioranza sono destinati a moltiplicarsi nelle prossime settimane: su un orizzonte non lontano pesano come macigni il contestato reddito di cittadinanza, bandiera dei Cinquestelle, la previdenza con la discussa Quota 100 fortemente sostenuta dalla Lega, le riforme che dovranno accompagnare il dispiegamento del Recovery Plan, a sua volta in attesa dei progetti particolareggiati voluti dall’Europa in cambio dei prestiti e dei sussidi, il nuovo fisco che già suscita grandi polemiche, le nuove norme sugli appalti e sulla burocrazia, l’immigrazione con Salvini che continua a invocare a gran voce le dimissioni del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, in attesa di un faccia a faccia alla presenza del Presidente del Consiglio, e ancora ius soli e legge sull’omofobia che ogni tanto riemergono per iniziativa del PD per poi nuovamente inabissarsi. Toccherà ancora a Draghi smussare, sopire, troncare. Gradualmente. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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