La tregua fragile in Libano tra le bombe israeliane
Sono passati solo sei mesi dall’entrata invigore del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, la milizia sciita vicina a Teheran, e il Libano torna a tremare.
L’operazione israeliana “Leone che sorge” lanciata il 13 giugno scorso contro la Repubblica islamica dell’Iran ha riesumato lo spauracchio di nuovi attacchi su larga scala di Tel Aviv contro villaggi, sobborghi e postazioni di Hezbollah.
La tregua fragile
Una tregua fragile, mediata dagli Stati Uniti lo scorso 27 novembre, che avrebbe subito una serie di violazioni. Non a caso, l‘Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (l’Ohchr) il 15 aprile avvertiva che
le operazioni militari israeliane in Libano hanno continuato a mietere vittime civili e a distruggere infrastrutture vitali. Attacchi aerei hanno distrutto un centro medico di recente apertura a Naqoura, nel Sud del Paese, e danneggiato le ambulanze di stanza nelle vicinanze. Ulteriori attacchi tra il 4 e l’8 aprile avrebbero ucciso altre sei persone nelle città meridionali.
Da qui la richiesta dell’Agenzia Onu di «indagini tempestive e indipendenti su tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario e l’assunzione di responsabilità nei confronti degli autori».
L’attacco a Dahieh
Nel frattempo, il 5 giugno i caccia con la Stella di Davide colpiscono otto edifici a Dahieh, periferia Sud di Beirut, già roccaforte di Hezbollah, sfollando altre 300 famiglie. Il Paese dei Cedri guarda con preoccupazione lo scenario iraniano e teme una nuova estensione del conflitto all’interno del suo territorio.
La massiccia concentrazione degli sforzi bellici da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahucontro Teheran (sponsor delle milizie sciite di Libano, Siria, Iraq e Yemen) ha messo in allarme la popolazione.
«Abbiamo paura di un altro devastante attacco come quello già subito – spiega da Beirut un ex funzionario parlamentare, che preferisce mantenere l’anonimato -. Timore giustificato dal fatto che Israele non ha mai smesso di bombardare il Sud e, qualche giorno fa, anche Beirut. L’aeroporto è rimasto chiuso per un intero giorno, subito dopo il lancio di missili israeliani in Iran. Ora ha riaperto, ma la notte rimane inaccessibile. Viviamo come sospesi, con la paura costante di perdere i nostri affetti, le nostre case, la nostra vita».
L’avvertimento
Suonano come un avvertimento le dichiarazioni rilasciate da Netanyahu in conferenza stampa, due ore prima che venisse resa nota la firma del cessate il fuoco dello scorso novembre, spiegando le ragioni di quella decisione: «Bisogna concentrarsi sulla minaccia iraniana; rinnovare le forze e i rifornimenti di armi; separare i fronti e Hamas».
Gravi perdite
Il Partito di Dio, che in passato Israele considerava la milizia fra le più potenti dell’area, ha goduto per anni dei finanziamenti e del sostegno militare iraniano.
Con i pesanti attacchi dello scorso autunno ha subito gravissime perdite ed è stato decimato dei suoi vertici, a patire dal leader Hassan Nasrallah. Un suo intervento in difesa dell’alleato sembra al momento escluso.
«Hezbollah sta monitorando e seguendo la situazione – spiega Jawad Ghassan, analista libanese e volto noto delle principali tv arabe-. Probabilmente non parteciperà a questa nuova offensiva, a meno che Israele non attacchi direttamente il Libano».
L’Iraq punta su Teheran
Dall’Iraq, la fiducia sulle capacità offensive di Teheran sembra granitica, nonostante iraid israeliani abbiano preso di mira diversi obiettivi sensibili, tra cui la Tv di Stato, ucciso il generale Esmail Qhaani, comandante delle Forze Quds, e il capo dei Guardiani della Rivoluzione.
«Non è possibile stabilire se intervenire adesso – chiarisce da Baghdad il giornalista Ali Hamzeh Khaffagi Al Manar -, ma se la guerra dovesse allargarsi, credo che sarebbe inevitabile. Teheran non ha bisogno di milizie adesso e ha il controllo totale della guerra. Le informazioni indicano che Israele sarà sconfitto entro 12 giorni. Abbiamo notizie di pesanti distruzioni, ma c’è un blackout mediatico, per cui non sai se le informazioni corrispondano al vero. Finora l’Iran non aveva usato il suo sistema missilistico avanzato. Non vogliamo la guerra e soprattutto che civili innocenti vengano uccisi, compresi gli israeliani. La popolazione – conclude il reporter – non ha colpa».
L’incongnita Trump
Gli Stati Uniti di Trump – lo stesso che nella campagna presidenziale del 2024 assicurava i cittadini americani e il mondo delle sue intenzioni di “farla finita con le stupide guerre senza fine”, continua a dare ultimatum agli ayatollah, per un possibile ingresso in guerra a fianco di Netanyahu.
Le sue anomiche dichiarazioni alla stampa “forse lo farò, forse no”, “nessuno sa cosa farò”, “non ho intenzione di combattere, ma se la scelta è combattere o avere la bomba nucleare, dobbiamo fare quello che dobbiamo fare. E forse non dovremo combattere”, mostrano il volto di un presidente più confuso che realmente persuaso di prendere una decisione definitiva, tenendo col fiato sospeso l’interopianeta.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

