Panama, lento ritorno alla normalità dopo la sospensione di Internet e dei diritti costituzionali

Panama, lento ritorno alla normalità dopo la sospensione di Internet e dei diritti costituzionali

2 Luglio 2025 0

Due mesi di proteste antigovernative a Panama sono giunte a un punto di rottura. È parso essere un punto di non ritorno, ma ora le cose paiono tornare lentamente alla normalità dopo un’ultima settimana molto pericolosa. Le autorità hanno infatti sospeso non solo le telecomunicazioni e la connessione Internet, ma acnhe i diritti costituzionali dei cittadini nella provincia di Bocas del Toro.

Sospensione dei diritti civili

Il 20 giugno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza, come da articolo 55 della Costituzione, sospendendo i diritti costituzionali nella provincia di Bocas del Toro. La misura è scaduta il 29 giugno e per il momento non è stata rinnovata. È iniziato così un progressivo ritorno alla normalità, che si spera definitivo. Le autorità stanno ripristinando i servizi che avevano tagliato: hanno ridato l’accesso a Internet e alle telecomunicazioni agli abitanti della provincia e hanno riaperto tutte le vie di ingresso dopo la conclusione della cosiddetta operazione “Omega”, volta a stroncare le proteste più violente e i posti di blocco messi dai manifestanti. Oltre alla mobilità e alle comunicazioni, ai cittadini ora sono nuovamente garantite la libertà di espressione e di assembramento, la protezione dalla detenzione arbitraria e dai procedimenti sommari e gli altri diritti civili.

I giuristi storcono il naso

La sospensione della validità dell’habeas corpus, sebbene sia durata solo una decina di giorni e fosse motivata da gravissimi turbamenti dell’ordine pubblico, è stata duramente criticata dai giuristi e dalle associazioni per i diritti umani. Lo considerano un atto illegale che viola la Convenzione americana dei diritti dell’uomo o Patto di San José, a cui Panama ha aderito. L’Ombudsman nazionale ha chiesto alla polizia di redigere una relazione in particolare sugli adolescenti arrestati e detenuti durante i giorni dello stato di emergenza. Lo scopo è di verificare che non vi siano stati abusi o maltrattamenti di minori con la scusa dalla sospensione dei diritti civili. Anche il Consiglio episcopale latinoamericano ha puntato il dito contro gli abusi che avrebbe commesso il personale di sicurezza, come l’uso dei lacrimogeni contro le case, gli attacchi contro le persone che non stavano manifestando, le minacce e l’uso eccessivo della forza.

Le ragioni della protesta

Le marce e gli scioperi sono iniziati in primavera come atto di dissenso contro diverse punti della politica del presidente Mulino. I cittadini non hanno gradito l’accordo da lui concluso con Trump per il dispiegamento di truppe americane lungo le basi sul canale di Panama. La popolazione ha poi reagito negativamente contro le azioni repressive delle autorità, la legge sulle assicurazioni e la riforma pensionistica. A organizzare dimostrazioni di piazza soprattutto nella capitale Ciudad de Panamá sono state le associazioni di insegnanti, seguite dagli studenti, dai lavoratori dell’edilizia e della sanità e dagli indigeni. Tutto costoro chiedono un aumento delle pensioni e una maggiore giustizia sociale.

A loro si aggiungono i lavoratori della multinazionale delle banane Chiquita, in sciopero da aprile contro la riforma pensionistica che li costringerebbe a lavorare più a lungo. Nelle ultime settimane, intanto, la compagnia ne ha licenziati a migliaia e il sindacato ha cercato invano di fare marcia indietro. Dopo aver dichiarato lo stato di emergenza a Bocas del Toro, il presidente Jose Raul Mulino non è rimasto nel Paese. Ha preferito onorare gli impegni internazionali che aveva in agenda. Si è recato in visita a Siviglia su invito del premier spagnolo Pedro Sanchez e ha partecipato a vertici economici col presidente della Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) Ilan Goldfajn.

Redazione Strumenti Politici
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