L’ultimatum di Trump alla Russia potrebbe ritorcersi contro l’America stessa

L’ultimatum di Trump alla Russia potrebbe ritorcersi contro l’America stessa

18 Luglio 2025 0

Col suo recente operato Trump ha mescolato insieme tre delle sue grandi passioni: stringere accordi, imporre dazi e lanciare ultimatum. Purtroppo per lui, il mix di questi ingredienti potrebbe generare un cocktail micidiale per la stessa America. Invece di indebolire l’economia della Russia e il suo esercito, il rischio è di danneggiare la reputazione di Washington e i rapporti con gli alleati più stretti. È questa l’opinione ben argomentata di Jennifer Kavanagh della Georgetown University, ex ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace e oggi analista di cose militari per Defense Priorities.

L’annuncio dell’ultimatum

In questi primi sei mesi del suo secondo mandato, il presidente americano Donald Trump ha dimostrato il suo amore verso tre cose: gli accordi, i dazi e gli ultimatum. Ha combinato insieme queste passioni nel corso dell’incontro all’Ufficio Ovale col segretario generale della NATO Mark Rutte lunedì scorso. Appena qualche istante dopo che i due leader avevano annunciato il nuovo piano di aiuti militari all’Ucraina, Trump ha lanciato al presidente russo Vladimir Putin un nefasto ultimatum di 50 giorni per accordarsi su un cessate-il-fuoco. Ai giornalisti presenti ha dichiarato: Metteremo dazi secondari se non si otterrà un’intesa entro 50 giorni. Difficilmente questa minaccia farà cambiare i calcoli a Putin o avvicinerà il conflitto a una rapida conclusione. Anzi, forse renderà la vita difficile allo stesso Trump, perché ne limiterà la futura flessibilità, spostando lontano gli accordi desiderati e forzandolo a passi che possono danneggiare gli interessi americani invece che favorirli.

Tariffe o sanzioni secondarie

La sua intenzione di imporre “dazi secondari” sulla Russia se Putin non rispetterà la sua scadenza non è stata ben spiegata nella conferenza stampa con Rutte. Non è nemmeno chiaro se la punizione prevista per l’intransigenza del Cremlino comprenda tariffe sul commercio degli USA con la Russia oppure siano “dazi secondari” sui partner commerciali di Mosca, o infine un mix di entrambe le cose. Quali che siano i dettagli, comunque, le incombenti conseguenze economiche non dovrebbero impensierire Putin o convincerlo ad accettare presto una tregua. Tanto per cominciare, se Trump parla veramente di dazi sul commercio russo con gli USA, allora si tratta di una minaccia vuota. Gli Stati Uniti infatti nel 2024 hanno importato dalla Russia solo 3 miliardi circa di dollari di beni: in altre parole, dei nuovi dazi significherebbero pochi costi aggiunti per Mosca, quasi nulla.

USA contro i propri alleati?

Se Trump intendeva sanzioni secondarie oppure multe a Cina, India o persino Unione Europea, che acquistano petrolio e altri beni russi, allora le possibili conseguenze per Mosca sarebbero maggiori, qualora il presidente dia effettivamente seguito alle sue parole. La decisione di imporre penalità economiche ai partner commerciali della Russia metterebbe a rischio le entrate su cui Mosca conta per finanziare la sua macchina bellica. Ma creerebbe anche complicazioni politiche ed economiche per Washington che minerebbero la credibilità delle minacce di Trump e la loro efficacia come strumento di coercizione. Tale politica rovinerebbe i negoziati con importanti partner commerciali e genererebbe pressione sull’economia americana. Inoltre, nel caso di India e UE, costringerebbe Trump a imporre dolorose punizioni economiche su partner cruciali per la sicurezza. A causa di questi timori, gli USA hanno storicamente messo sanzioni secondarie soltanto raramente e prendendo di mira avversari, non alleati. Cosa che probabilmente accadrà anche stavolta.

Resilienza dei russi

Inoltre non c’è alcuna garanzia che anche delle sanzioni secondarie possano effettivamente ridurre le entrate di Mosca, perché sono diventati bravi a sfruttare i trasferimenti del mercato nero e la loro “flotta fantasma” per aggirare le pressioni economiche di USA e UE. Cosa ancor più importante è che Putin e l’economia russa hanno dimostrato una resilienza eccezionale nei confronti delle armi economiche che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno impiegato finora. Perciò non vi è alcuna ragione per attendersi stavolta un esito diverso. La borsa russa è pure salito di quasi il 3% dopo l’annuncio di Trump: dunque gli investitori russi condividono il parere suddetto.

Il risultato è che Putin molto probabilmente non sarà intimidito dalle parole di Trump oppure sensibile ai modesti costi aggiuntivi che la guerra economica degli USA potrebbe applicare. Se è così limitata la capacità di Trump di costringere Putin a sedersi al tavolo dei negoziati tramite strumenti economici, bisogna dire che l’influenza militare è addirittura più piccola. Mosca ha un evidente vantaggio sul campo e il nuovo accordo sugli accordi – secondo cui gli europei acquisteranno le armi americane da mandare in Ucraina – difficilmente cambierà questa situazione.

Poche armi e poco utili

Quali che siano le armi che l’Europa potrà fornire rapidamente, comprate dagli USA o proveniente dai propri arsenali, si tratterà comunque di una quantità ridotta e poco variegata. Dopo più di tre anni di conflitto, né agli USA né all’Europa sono rimaste grosse riserve di munizioni o di altri tipi di armamenti. Le maggiori armi acquistabile dalle fabbriche non saranno disponibili per un po’, quindi nel breve termine non saranno di aiuto ai soldati ucraini. Inoltre le armi difensive come i sistemi antiaerei Patriot, ultimamente oggetto di discussioni mediatiche, proteggono i civili, ma sono poco utili a rafforzare le stanche linee ucraine. I continui attacchi russi sulle città ucraine e la decisione di spingere con un’offensiva estiva sono la prova della fiducia della Russia nella propria capacità di persistere militarmente nel prossimo futuro. Lo scarno pacchetto di aiuti annunciati lunedì non dovrebbe essere tale da cambiare questo assetto.

Ai russi ora conviene procedere

In definitiva, la nuova scadenza proclamata da Trump, così come quelle proclamate in precedenza, probabilmente non sarà tenuta in conto nel processo decisionale di Putin né cambierà la traiettoria del conflitto. Il Cremlino ha puntato troppo su di esso per potersi fermare prima di raggiungere i propri obiettivi basilari o per accomodare un’intesa insoddisfacente che risponda all’artificioso ultimatum lanciato da Washington proprio quando ha ancora in mano la prerogativa militare. Quindi la Russia, come qualsiasi altra parte belligerante, non desidera chiedere la pace fino a quando risulti evidente che non vi siano altri benefici da ottenere con le ostilità militari.

Più che avvicinare la pace forzando Putin al tavolo delle trattative, le minacce di Trump rendono invece meno probabile una conciliazione nel breve termine, perché da un lato rafforzano la determinazione russa e dall’altro mettono a rischio i nuovi canali di comunicazione aperti recentemente fra USA e Russia. L’ultimatum altresì compromette l’efficacia di Trump in qualità di mediatore e diminuisce l’elasticità che gli occorre per far stipulare con successo un accordo fra Mosca e Kiev.

Un barlume di speranza

Quando i 50 giorni saranno passati e Putin non avrà acconsentito a una tregua, alla Casa Bianca dovranno inevitabilmente fare una scelta: cedere al fatto compiuto dimostrando di essere degli inetti oppure intraprendere azioni economiche che infliggano danni agli USA stessi, allontanando da sé i partner più stretti e quasi certamente allontanando oltre misura una fine rapida del conflitto. C’è comunque un barlume di speranza a cui possono aggrapparsi Trump e tutti coloro che anelano alla pace. Cinquanta giorni è un periodo lungo, che scadrà agli inizi dell’autunno, cioè quando l’offensiva estiva dei russi dovrebbe esaurirsi con l’inverno si avvicina. A quel punto potrebbe allora esservi il desiderio di un’altra tornata di negoziati, soprattutto se Putin sentisse di aver ottenuto abbastanza sul piano bellico e preferisse un accordo che soddisfi la maggior parte dei suoi obiettivi militari alla continuazione delle operazioni sul campo.

Tale mossa non dipenderebbe dall’ultimatum di Trump, ma i funzionari statunitensi per la sicurezza dovrebbe comunque preparare il terreno alla possibilità di cogliere questa chance. In questo senso, dovrebbero spingere per organizzare incontri bilaterali con la Russia almeno su un piano di lavoro e incoraggiare trattative più dirette fra Mosca e Kiev. Ottenere la fine della guerra è ben più difficile che lanciare ultimatum, ma le aperture per la pace possono ancora emergere presto in maniera organica. A Washington devono tenersi pronti per quando ciò avverrà.

Redazione Strumenti Politici
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