Regno Unito, Starmer si dimette: il Labour apre l’era Burnham. Settima crisi in dieci anni

Regno Unito, Starmer si dimette: il Labour apre l’era Burnham. Settima crisi in dieci anni

22 Giugno 2026 0

Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da leader del Partito Laburista e da primo ministro britannico, aprendo una nuova fase di profonda incertezza politica nel Regno Unito. Nel discorso pronunciato davanti al numero 10 di Downing Street, il premier ha riconosciuto di non essere più la figura in grado di guidare il Paese e il Labour verso le prossime elezioni, ponendo fine a una premiership durata meno di due anni e iniziata con la storica vittoria elettorale del luglio 2024. La decisione arriva dopo mesi di crescente pressione da parte dei parlamentari laburisti, preoccupati dal crollo dei consensi del governo e dall’ascesa del Reform UK di Nigel Farage.

Il favorito per raccogliere l’eredità di Starmer è Andy Burnham, fino a pochi giorni fa sindaco della Greater Manchester e appena eletto deputato nel collegio di Makerfield con una vittoria interpretata come la dimostrazione che il Labour mantiene un forte radicamento elettorale quando presenta candidati capaci di parlare ai territori e all’elettorato popolare. Il sostegno pubblico ricevuto dall’ex ministro della Sanità Wes Streeting, che ha rinunciato a candidarsi alla leadership, rafforza ulteriormente la posizione di Burnham, considerato oggi il candidato nettamente più forte.

I prossimi passaggi

Dal punto di vista costituzionale, il passaggio di consegne appare relativamente lineare. Nel sistema parlamentare britannico il primo ministro è il leader del partito che dispone della maggioranza alla Camera dei Comuni. Se Burnham dovesse raccogliere il sostegno necessario tra i deputati laburisti senza incontrare avversari in grado di ottenere le firme richieste, potrebbe essere designato leader già nelle prossime settimane e ricevere immediatamente dal sovrano l’incarico di formare il nuovo governo.

Qualora invece emergessero altri candidati, si aprirebbe una competizione interna destinata a coinvolgere anche gli iscritti al partito, con una conclusione prevista entro settembre. Fino ad allora Starmer rimarrebbe premier ad interim per garantire la continuità dell’azione di governo e la preparazione della legge di bilancio autunnale.

Una record di dimissioni

La caduta di Starmer rappresenta l’ultimo capitolo dell’instabilità politica che caratterizza il Regno Unito dall’esito del referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016. In dieci anni Downing Street ha visto alternarsi sette primi ministri: David Cameron, dimessosi il giorno successivo alla vittoria del Leave; Theresa May, travolta dalle difficoltà nell’attuazione della Brexit; Boris Johnson, artefice dell’uscita dall’Unione europea ma poi costretto alle dimissioni dagli scandali del Partygate; Liz Truss, rimasta in carica appena quarantanove giorni dopo la crisi finanziaria provocata dal suo “mini-budget”; Rishi Sunak, chiamato a ristabilire la credibilità economica del governo conservatore ma sconfitto alle elezioni del 2024; quindi Keir Starmer e, con ogni probabilità, Andy Burnham.

Il governo Starmer era nato con l’ambizione di riportare stabilità dopo quattordici anni di governi conservatori, ma ha progressivamente perso consenso a causa del persistente aumento del costo della vita, della debole crescita economica, delle difficoltà del servizio sanitario nazionale e di una serie di controversie politiche culminate nello scandalo relativo alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, vicenda che ha alimentato una crisi di fiducia all’interno dello stesso Labour.

In gioco il futuro di Londra

Sul piano geopolitico, il cambio della leadership britannica arriva in una fase particolarmente delicata. Londra è chiamata a ridefinire il proprio ruolo nella sicurezza europea, a consolidare il rapporto strategico con Washington e a gestire una relazione sempre più pragmatica con l’Unione europea dopo gli accordi che hanno attenuato alcune tensioni post-Brexit. Burnham, pur appartenendo all’ala tradizionalmente più sociale del Labour, ha già lasciato intendere di voler mantenere un profilo rassicurante nei confronti dei mercati finanziari e della disciplina fiscale, cercando al tempo stesso di rilanciare investimenti pubblici, politiche industriali e decentramento amministrativo.

La vera sfida per il futuro leader non sarà soltanto quella di ricompattare un partito profondamente diviso, ma anche di riconquistare un elettorato sempre più volatile e contendibile, soprattutto nelle aree industriali del Nord dell’Inghilterra dove il Reform UK continua a crescere. La transizione che si apre nelle prossime settimane sarà quindi molto più di un semplice cambio della guardia: rappresenterà un banco di prova decisivo per verificare se il Labour riuscirà a trasformare la larga maggioranza parlamentare conquistata nel 2024 in una nuova fase di stabilità politica oppure se il Regno Unito continuerà a vivere il ciclo di leadership brevi e governi fragili inaugurato dalla Brexit.

 

 

Marco Fontana
marco.fontana

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