Starmer getta la spugna: non ce la faceva più a sostenere Kiev all’infinito
Starmer aveva scarsissimo consenso fra i cittadini e cominciava ad essere sgradito anche ai vertici nazionali e internazionali. Non solo non ce l’ha fatta a sistemare i conti pubblici, ma lo scandalo del suo ambasciatore vicino ad Epstein e la crisi degli immigrati che gli è sfuggita di mano sono stati il colpo di grazia. E l’insostenibilità del finanziamento eterno all’Ucraina è l’ormai l’elefante nel salotto di Downing Street: dovrà farci i conti anche il successore di Starmer, che presumibilmente finirà per allinearsi all’amministrazione Trump e salvare il poco che è rimasto salvabile. Lo spiega l’ex diplomatico britannico Ian Proud, che in un articolo sul Responsible Statecraft spiega le pesanti difficoltà dei quattro primi ministri che si sono succeduti negli ultimi quattro anni.
Starmer getta la spugna
Lunedì Sir Keir Starmer si è piegato all’ineluttabile destino e ha presentato le dimissioni dalla direzione del Partito Laburista. E di conseguenza dal suo mandato di primo ministro. Queste dimissioni stavano maturando da tempo. Se nel luglio 2024 portava i laburisti a un’eclatante vittoria elettorale, già nel settembre del 2025 veniva bollato come il premier meno gradito di tutti da quando sono stati inventati i sondaggi. Poi è seguita una serie di marce indietro e di cattive gestioni delle diverse crisi. Dopo aver perso un gran numero di seggi alle elezioni amministrative di maggio, i Labour si sono mossi per rimuoverlo dalla leadership.
Dopo una discussione interna al partito ora ci si aspetta che a sostituirlo sia l’ex sindaco della Grande Manchester Andy Burnham. I Labour detengono ancora la maggioranza al Parlamento, dunque hanno diritto di formare il governo, ma Burnham scoprirà presto di non avere sufficiente budget per sistemare i servizi pubblici, per raddoppiare la spesa per la difesa e per continuare a finanziare una guerra impossibile da vincere in Ucraina. Dovrà anche affrontare il problema di come convincere il suo partito che allinearsi all’amministrazione repubblicana sulla pace in Europa sia l’approccio giusto sia dal punto di vista politico che finanziario.
L’elefante nella stanza
Burnham fu ministro sotto Blair. Fino al 17 giugno però non era membro del Parlamento, ma dopo che un deputato ha lasciato vacante il suo posto, ha vinto l’elezione suppletiva con largo margine. Oggi è il politico laburista di gran lunga più popolare ed è considerato l’uomo più capace di affrontare Reform UK, partito di destra in grande ascesa. Rimasto a Manchester lontano dai riflettori della politica nazionale per nove anni, Burnham si è costruito una reputazione di persona che realizza le cose e nella quale ci si può identificare, qualità che Starmer non sembrava possedere.
Per superare Reform, Burnham deve reinstallare nei britannici la fiducia verso le istituzioni e convincerli che il governo stia migliorando la vita dei cittadini comuni, a dispetto di un’immigrazione crescente, di un costo della vita che aumenta e della diffusione dei crimini con armi da taglio, con le proteste pubbliche seguite all’uccisione di Henry Nowak e divenute qualche volta violente. Ma la sfida più grande sarà trovare i soldi per fare davvero la differenza nonostante una crescita estremamente fiacca e un debito al 94% del PIL. Un posto ovvio in cui cercarli può essere quel sostegno incondizionato che il Regno Unito – sia sotto i Conservatori sia sotto i Laburisti – ha dato all’Ucraina nella sua guerra per procura, che finora è costata a Londra qualcosa come 21,8 miliardi di sterline.
Riallineare gli anti-Trump
Potrebbe apparire come una quota non poi così grande della spesa pubblica, ma il governo Starmer ha dovuto affrontare una ferma resistenza e ha dovuto rinunciare a fare un altro taglio di 5 miliardi di sterline allo welfare. Quando il bilancio è così risicato che devi persino pensare di ridurre i sussidi agli anziani per il riscaldamento, allora diventa dura giustificare i miliardi che invii a una guerra lontana. Allinearsi a Trump e insistere per un accordo di pace sarebbe invece l’unica cosa razionale e realistica da fare. Ma c’è un piccolo dettaglio: i laburisti e lo stesso Burnham non amano Trump. Nel 2025 per esempio il potenziale premier lo ha accusato di “portare instabilità al mondo”.
Starmer ha avuto un rapporto travagliato col presidente americano nel corso del suo mandato. La sera prima delle sue dimissioni, Trump aveva posta su Truth che Starmer avrebbe lasciato “dopo aver fallito malamente su immigrazione ed energia”. Si è trattato auspicabilmente dell’ultima della lunga serie di frecciatine di Trump. Burnham comunque cercherà di modificare il copione dei laburisti anti-trumpiani. Il gabinetto Starmer era pieno zeppo di ministri che nel corso degli anni hanno criticato il presidente americano al punto da chiamarlo “uomo detestabile, triste e meschino”. A complicare la relazione c’era stata pure la nomina di Lord Peter Mandelson come ambasciatore britannico a Washington, che si è rivelato un errore disastroso dopo le rivelazioni sulla profondità dei rapporti di quest’ultimo con Jeffrey Epstein.
Rapporti incostanti
A onor del vero bisogna dire che Starmer si è impegnato a mettere qualche toppa su questi strappi. La visita primaverile di Re Carlo a Washington è stata un breve momento sereno che si è concentrato sui forti legami fra gli USA e il Regno Unito. Tuttavia, l’incostanza dell’appoggio inglese alla guerra americana contro l’Iran ha gettato un’ombra su tale relazione. Ed è stato proprio sull’Ucraina che Starmer si è ritrovato più lontano dalle posizioni di Trump. Mentre quest’ultimo era ed è capace di sollevare certe scomode verità su Kiev, come l’impossibilità che vinca contro Mosca, il premier britannico crede ancora fermamente nella vittoria finale. Trump ha incontrato Putin in Alaska e ha parlato con lui diverse volte, mentre Stamer non ha mai conferito col presidente russo nemmeno una volta in due anni.
Trump ha cercato di imbastire almeno una schema di accordo di pace fra Russia e Ucraina, mentre Starmer ne ha rigettato gli aspetti cruciali, come le concessioni territoriali. La lista sarebbe lunga e poco lusinghiera. Starmer si è reso lui stesso uno dei principali ostacoli alle ambizioni di Trump di chiudere il conflitto ucraino, mettendosi invece dalla parte degli europei con cui condivide la visione della questione. Burnham capirà in fretta che bisogna cambiare qualcosa, perché non potrà aggiustare i servizi pubblici inglesi ormai sfasciati, non potrà raddoppiare le spese militari e non potrà continuare a sostenere una guerra impossibile da vincere. Semplicemente perché i conti non tornano.
Farage in crescita
Dovrebbe avere ben presente che il leader di Reform UK Nigel Farage è vicino a Trump e usa la maggior parte del suo tempo per parlare dei problemi di politica interna, quelli che interessano agli elettori. Nella mia carriera diplomatica per lo più ho visto come i miei colleghi europei fossero piuttosto critici verso la profondità dei rapporti inglesi con gli USA e di come ciò erodesse la solidarietà europea. Eppure oggi la posizioni di Londra e di Washington sull’Ucraina non potrebbe essere più distanti.
Con una Gran Bretagna che ha lasciato l’Unione Europea, Burnham salirebbe al potere avendo una breve finestra di opportunità per riallineare il Paese con l’America nell’interesse della pace europea. L’orientamento della politica interna di Londra suggerisce che ciò potrebbe aiutarlo a ricostruire la popolarità dei Labour contro un Farage che sta attaccando e senza impiegare altri denari necessari al bilancio statale. Dubito però che ai laburisti piaccia questa idea. La luna di miele di Burnham al governo potrebbe essere tanto rapida quanto lo è la sua ascesa al potere.

Raccogliere le voci dei protagonisti dalle varie parti del mondo e documentare i numeri reali inerenti ai grandi dossier e questioni d’attualità è il modo migliore e più serio per fare informazione. L’obiettivo finale è fornire gli strumenti ad ogni lettore e lettrice per farsi una propria opinione sui fatti che accadono a livello mondiale.


