Camillo Ruini e la questione irrisolta del cattolicesimo politico italiano
L’eccellente articolo che Marco Margrita ha dedicato al cardinale Camillo Ruini coglie efficacemente uno dei tratti più caratteristici della sua figura, definendolo “il realista della presenza” e “l’ultimo grande architetto del cattolicesimo pubblico italiano”.
Si tratta di una definizione che appare particolarmente felice, poiché rinvia non tanto alle singole battaglie che hanno segnato la vita pubblica italiana negli anni della sua presidenza della Conferenza episcopale italiana, quanto ad una più profonda intuizione storica e culturale.
La dissolvenza della Dc
Ruini comprese infatti, prima di molti altri, che la crisi apertasi con la dissoluzione della Democrazia cristiana non poteva essere interpretata come una semplice vicenda di riallineamento partitico. Dietro il collasso di una forma politica vi era qualcosa di più radicale: l’indebolimento di una determinata concezione dell’uomo, della società e della storia.
In questo senso il cosiddetto Progetto culturale rappresentò probabilmente il più ambizioso tentativo compiuto dalla Chiesa italiana, dopo il Concilio Vaticano II, di confrontarsi con le trasformazioni profonde della modernità occidentale.
La ricostruzione culturale
La sua intuizione fondamentale conserva ancora oggi una sorprendente attualità. Nessuna ricostruzione politica può infatti prescindere da una ricostruzione culturale; nessuna architettura istituzionale è destinata a durare se non poggia su una visione condivisa della persona, della libertà, della responsabilità e del bene comune.
Da questo punto di vista, credo che il giudizio storico su Ruini sia destinato a rafforzarsi con il trascorrere del tempo.
Le questioni aperte
Molte delle questioni che egli individuò negli anni Novanta – la crisi antropologica dell’Occidente, la dissoluzione dei legami comunitari, il relativismo culturale, la difficoltà delle società europee a trasmettere le proprie ragioni ideali – sono oggi sotto gli occhi di tutti.
E tuttavia proprio la forza della diagnosi induce a interrogarsi sui limiti storici dell’esperienza che ne scaturì.
La centralità del “Progetto culturale”
Il Progetto culturale contribuì certamente a mantenere viva una presenza intellettuale del cattolicesimo italiano. Alimentò riviste, centri di studio, occasioni di confronto, percorsi di approfondimento e reti di relazioni che hanno lasciato un segno non trascurabile nella vita culturale del Paese.
Più difficile è sostenere che esso sia riuscito a generare una nuova classe dirigente.
Se si guarda alle grandi tradizioni popolari europee, colpisce infatti la loro capacità di trasformare una cultura in una pluralità di esperienze storiche concrete: amministratori locali, dirigenti pubblici, imprenditori, studiosi, responsabili associativi, parlamentari, uomini di governo.
La frammentazione politica
Nel caso italiano, invece, la ricchezza della riflessione culturale non riuscì ad impedire la progressiva frammentazione della rappresentanza politica di ispirazione cristiana né a favorire l’emergere di una nuova generazione capace di raccogliere l’eredità delle grandi stagioni del cattolicesimo democratico e popolare.
In questa prospettiva appare oggi riduttivo interpretare l’opera del grande cardinale emiliano esclusivamente attraverso la lente delle vicende che accompagnarono la stagione del centrodestra berlusconiano o del dialogo con i cosiddetti “atei devoti”. Sarebbe una lettura ingenerosa e, soprattutto, storicamente insufficiente.
Quelle esperienze furono strumenti contingenti di una strategia più ampia, che aveva al proprio centro la difesa di una presenza pubblica del cristianesimo in una fase di profonda trasformazione della società italiana.
Il berlusconismo
Ciò non toglie che, osservate a distanza di tempo, esse mostrino anche alcuni limiti. La convinzione che il berlusconismo potesse rappresentare il quadro politico entro cui riorganizzare stabilmente la presenza dei cattolici nella vita pubblica si rivelò probabilmente eccessiva. Analogamente, apparve sopravvalutata la capacità degli “atei devoti” di tradurre in una cultura civile durevole la loro pur intelligente difesa delle radici cristiane dell’Europa.
In entrambi i casi emerse una difficoltà più profonda: la tutela di alcuni princìpi fondamentali non coincide necessariamente con la costruzione di una tradizione politica.
Il nodo irrisolto
Una cosa è la difesa culturale di una civiltà; altra cosa è la formazione di una classe dirigente capace di incarnarla storicamente. È forse qui che si colloca la questione più interessante lasciata aperta dall’eredità ruiniana.
Come trasformare una presenza culturale in una forza generativa? Come passare dalla testimonianza alla costruzione?
Come fare in modo che una visione dell’uomo e della società torni ad incarnarsi in istituzioni, associazioni, università, corpi intermedi e classi dirigenti?
Sono interrogativi che appartengono anzitutto al nostro presente, ma che trovano nella parabola del card. Ruini una delle loro più significative premesse storiche.
L’eredità di Ruini
Per questa ragione la sua figura continua ad interpellarci. Non soltanto per ciò che riuscì a costruire, ma anche per ciò che la sua generazione non riuscì ancora a compiere.
Se il Cardinale è stato davvero l’ultimo grande architetto del cattolicesimo pubblico italiano, la sfida che la sua esemplare vicenda religiosa ed intellettuale lascia alle generazioni successive consiste nel trasformare quell’architettura in una nuova capacità generativa, capace di formare uomini e donne all’altezza delle prove che attendono l’Italia e l’Europa nel XXI secolo.

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Filippo Cinoglossi funzionario alla Camera dei Deputati e studioso del cattolicesimo politico

