Trump, effetto e non causa: il buio della democrazia americana secondo il professor Del Pero
Donald Trump è il frutto della radicalizzazione della società americana, non ha causato questo fenomeno ma lo ha astutamente sfruttato. E’ la tesi del libro ‘Buio americano’ del professor Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale e Storia degli Stati Uniti all’Istituto di studi politici e scienze politiche di Parigi. Nell’introduzione al suo lavoro Del Pero mette subito le cose in chiaro:
Trump è figura radicale, invero estrema, prodotto da un crisi doppia e strettamente intrecciata, esplosa nel cruciale tornante del 2008: quella dei processi d’integrazione globale dell’ultimo mezzo secolo; e quella della democrazia statunitense.
L’effetto globalizzazione
L’autore si smarca dunque dal cliché che descrive il miliardario newyorkese come rappresentante della working class americana e, dati alla mano, analizza le vittorie elettorali di Trump alla luce di una classe media bianca sempre più impoverita e spaventata da quella globalizzazione che, ironia della sorte, ha fatto le fortune di molti miliardari americani.
E’ un’America disorientata e arrabbiata quella che ha sostenuto il ‘Tycoon’ per ben due mandati, ma che assomiglia sicuramente molto più alla storia personale del vice Presidente J.D. Vance. L’abilità del Presidente, secondo Del Pero, sarebbe stata quella di aver lusingato, da un lato, i super ricchi con una politica fiscale di tagli ed esenzioni, a discapito del già approssimativo stato sociale a stelle strisce; e dall’altro, di aver indicato di volta in volta sempre nuovi nemici e capri espiatori , interni ed esterni per spiegare il malessere della società americana: immigrati, alleati ingrati e parassitari, la Cina, l’élite globaliste ecc.
Il tutto condito con un linguaggio crudo, rozzo e preferibilmente offensivo.
Quella di Trump – sottolinea Del Pero – è spesso stata una pedagogia tossica che ha iniettato ulteriore veleno nel corpo anziano, ammalato e in sofferenza della democrazia statunitense.
Il trumpismo e le ‘follie’ del tycoon
Nel secondo capitolo ‘Trump e il trumpismo’ l’autore prova ad analizzare quanto le ‘follie’ del Presidente siano più o meno novità nella storia del Paese. Le regressioni autoritarie citate dal Del Pero non sono poche e sono significative: durante la guerra civile Lincoln sospese l’habeas corpus, effettuando detenzioni illegali; interventi simili avvennero in occasione delle due Guerre Mondiali, e nel Dopoguerra si scatenò il Maccartismo in chiave anti-comunista; pesanti restrizioni alle libertà personali si ebbero in fine post 11 settembre.
Il tentativo di Trump di eliminare lo ‘ius soli‘, prontamente bloccata dai Tribunali statunitensi perché incostituzionale, non è un intervento sconosciuto alla storia americana: il Chinese Exclusion Act del 1882 o l’Immigration Act del 1924 intervennero infatti sul tema immigrazione non meno duramente.
La radicalizzazione politica
Le analisi di Del Pero fanno emergere qui e negli altri capitoli del libro una questione fondamentale: la discrepanza tra l’immagine che l’America propaganda di sé nel mondo, di pace, giustizia e libertà, e la vera storia americana, costellata di violenza, soprusi e massacri. A partire dal genocidio dei nativi da parte dei primi coloni, la violenza non ha mai abbandonato la storia americana, quasi fosse l’inevitabile contrappasso per un imperdonabile peccato originale.
Non stupisce dunque che tale violenza abbia a poco a poco avvelenato la politica statunitense, con un crescente odio nell’ultimo decennio tra democratici e repubblicani (forse sarebbe più corretto parlare di ‘trumpiani’, visto il monopolio che il Tycoon ha oggi nel partito n.d.r). La radicalizzazione politica negli ultimi 30 anni, secondo numerosi think tank, è ormai trasversale ai partiti: coloro che si definiscono ‘liberal’ o molto ‘liberal’ nel partito democratico sarebbero passati dal 25% al 55%; lo stesso accade per il partito repubblicano, nel quale i ‘molto conservatori’ sono passati dal 58% al 77%.
A questo quadro va aggiunto, secondo Del Pero, un acuirsi negli ultimi 50 anni di diseguaglianze di reddito e di ricchezza, nonostante l’esplosione del debito pubblico. ‘Dopo la Seconda guerra mondiale – sottolinea l’autore – i consumi di massa hanno rappresentato un pilastro della democrazia statunitense‘. ‘Come si è potuto consumare cosi tanto – si chiede Del Pero – in epoca di redditi stagnanti per pezzi non marginali del Paese?‘.
Gli effetti della bolla finanziaria
L’esplosione della doppia bolla finanziaria e immobiliare del 2008 ha dato la risposta: non è possibile vivere al di sopra delle proprie possibilità. La società americana ha sempre erroneamente dato per scontata la possibilità di consumo quasi illimitato come un diritto inalienabile, a cui ha sacrificato molti altri principi. L’uccisione di questa illusione, causata dalla crisi, ha creato i presupposti per l’ascesa di Trump, che ha venduto come possibile il ritorno ad una mitica America della pace e dell’abbondanza del Dopoguerra, unita a quella pre-crisi del 2008 dei consumi senza limiti.
Del Pero passa poi ad approfondire le dinamiche prettamente politiche dall’era Trump. Pochi sanno che il Tycoon, dal 2001 al 2009, abbia fatto molte più donazioni ai democratici che ai repubblicani, incluse elargizioni alle campagne senatoriali di Hillary Clinton. Ma grazie alla sua critica alla globalizzazione, il suo nativismo, il suo populismo antipolitico e la sua popolarità televisiva, nel giro di pochi anni il candidato Trump è riuscito ad intercettare il malessere, le paure e il radicalismo di consistenti pezzi del Paese ed ha portato sulle sue posizioni l’intero Partito Repubblicano.
L’effetto Covid nel 2020
Se l’establishment repubblicano ha sottovalutato non poco le capacità del Tycoon, i democratici hanno scommesso troppo sulla sua impresentabilità. Dati alla mano, Del Pero attribuisce la vittoria di Trump nel 2016 soprattutto al voto della classe media bianca e al successo in alcuni Stati chiave, visto che il voto popolare ha in realtà premiato la Clinton. Per l’autore, la crisi del Covid avrebbe tolto al Presidente in carica una sicura riconferma, che è infatti puntualmente arrivata nel 2024, come a dire che il voto americano non sia poi cambiato cosi tanto nell’ultimo decennio.
Cosa è cambiato radicalmente è invece l’atteggiamento di Trump nel suo secondo mandato, nel quale il radicalismo interno ed esterno ha raggiunto limiti non immaginabili, soprattutto dopo una campagna elettorale incentrata su un rilancio dei concetti ‘Maga’ (Make America Great Again n.d.r), uno su tutti il disimpegno degli Usa dai conflitti internazionali. Peccato sia avvenuto l’esatto contrario, a partire dall’idea di annettere la Groenlandia e magari anche il Canada, per finire al blitz in Venezuela e l’inatteso doppio attacco all’Iran con la scusa del pericolo nucleare.
Le mosse di Trump, anche difficilmente comprensibili, hanno come probabile scopo quello di rafforzare gli Usa in ottica anti Cina, che rimane il principale competitor mondiale a cui l’America non ha alcuna intenzione di cedere il primato di prima potenza globale.
Un po’ di dati
Del Pero, dati alla mano, passa poi a smontare la tesi trumpiana di un’America vittima della globalizzazione, dimostrando l’esatto contrario: tra il 2009 e il 2023 il rapporto tra il Pil americano e quello mondiale è cresciuto dal 21 al 26%. ‘Se guardiamo alla dimensioni e agli indici di capitalizzazione – rimarca l’autore – scopriamo che tra le dieci principali corporations mondiali, oggi ben otto sono statunitensi, tra le quali giganti digitali e tecnologici come Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Meta‘.
Vero è però che molti di questi colossi sono dipendenti di fatto da Cina (e da Taiwan n.d.r) tanto per manodopera, quanto per materie prime. L’alternanza quasi schizofrenica di elogi e insulti di Trump nei confronti di Pechino, dimostra quanto il tema sia importante alla Casa Bianca. Del Pero osserva del resto come i rapporti economici e finanziari tra i due imperi mondiali in fin dei conti siano cosi stretti che l’uno difficilmente se la potrebbe cavare senza l’aiuto dell’altro.
La crisi del 2008 – osserva l’autore – è stata superata in larga parte grazie alla collaborazione sino-statunitense.
Una continua scommessa in politica estera
Come noto, il radicalismo trumpiano del secondo mandato non ha risparmiato l’Europa, giudicata a più riprese come ininfluente, parassita, decrepita ecc. Il parziale disimpegno Usa dal conflitto in Ucraina e la minaccia di un’uscita di Washington dalla Nato, sono stati in realtà utili stratagemmi per la stipula di due accordi molto vantaggiosi per gli Stati Uniti: il 5% del Pil per le spese militari europee in ambito Nato e la ridefinizione dei dazi America- Ue.
Per quanto riguarda la politica estera americana in Medio Oriente, Trump ha legato le sue fortune e sventure al radicalismo della destra sionista di Benjamin Netanyau. A partire dal primo raid sui siti nucleari in Iran della scorsa estate, si è assistito negli Usa ad una inaspettata rivolta anti trumpiana proprio di quella base che lo ha più sostenuto nei due mandati presidenziali: il mondo Maga. Personaggi di spicco come Tucker Carlson, Joe Kent e addirittura Steve Bannon gli hanno letteralmente voltato le spalle, ritenendo il conflitto in Iran esclusivo interesse di Israele e non certo dei cittadini americani.
Radicalismo interno
Una spinta altrettanto forte verso il radicalismo Trump l’ha riservata al fronte interno. A finire nel mirino le grandi metropoli, sopratutto quelle in mano a sindaci Democratici, dove il Presidente non ha esitato a mandare la Guardia Nazionale: l’8 giugno del 2025 i militari riservisti sono stati chiamati a gestire le proteste dalla cittadinanza di Los Angeles contro gli arresti di massa della ICE, la polizia che individua ed espelle gli immigrati irregolari. A fine 2025 la Corte Suprema ha obbligato il Presidente a ritirare la Guardia Nazionale per la gestione dell’ordine pubblico.
Del Pero sottolinea come il Trump II sia stato caratterizzato da un abuso dell’ordine esecutivo come metodo di governo, un provvedimento che di fatto bypassa il Parlamento ed è immediatamente operativo, salvo poi scontrarsi coi Tribunali americani di vario grado.
In termini di espulsioni – osserva però l’autore – al luglio del 2025 la media giornaliera e settimanale non è così dissimile da quella, storicamente elevata, degli anni di presidenza Biden’.
Del Pero sottolinea inoltre come due terzi degli arrestati dalla Ice non avevano commesso alcun reato e tra i restanti, si tratta perlopiù di reati minori come infrazioni stradali o reati legati all’immigrazione illegale. In altre parole la spettacolarizzazione trumpiana di un Ice a caccia di criminali incalliti non trova riscontro nei dati, ma attiene più alla propaganda che alla realtà.

L’assalto alle culle della cultura
Altro obbiettivo sensibile del secondo mandato di Trump sono state le università, spesso luogo di protesta anti Ice e delle politiche filo israeliane del Tycoon.
Motivate formalmente dall’insufficiente impegno di molte università nella campagna contro un antisemitismo di cui si dilatava a dismisura il significato – riporta Del Pero – le richieste inizialmente dirette a Columbia e altri atenei prefiguravano un loro parziale commissariamento governativo.
Se la Columbia University si è piegata a Trump, altri come Harvard che non lo ha fatto, hanno dovuto aspettare la sentenza dei tribunali federali per veder riconosciuta l’illegalità dei provvedimenti presidenziali. Citando nelle pagine finali del suo libro anche altri interventi di Trump bloccati dai giudici, Del Pero non ha timore di definire ‘slittamento autorirario ‘ l’elemento che caratterizza maggiormente l’attuale Presidente americano.
‘La torsione autoritaria interna – chiosa l’autore nelle conclusioni al libro – è in una certa misura speculare (e complementare) a quella imperiale esterna. Delle difficoltà e per certi versi della crisi della democrazia statunitense, Trump è stato il portato più che la causa, l’effetto e non la matrice‘. Benché finora abbia dimostrato di saper reggere bene alle fughe autoritarie di Trump, Del Pero vede in una ‘Costituzione obsoleta e scheletrica, con i suoi sette articoli e ventisette emendamenti, con il suo linguaggi arcaico, con le sue mille isole di ambiguità, da riempire con precedenti, interpretazioni e dottrina‘ un perenne invito alla lotta tra i diversi rami del suo governo per affermare il proprio primato. E se c’è una possibilità di lottare, è noto, Trump è sempre in prima fila.


Giornalista pubblicista dal 2000 presso l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, ha collaborato come cronista e commentatore politico coi quotidiani ‘TorinoCronaca’ , ‘laPadania’ , ‘RadioPadania’. Ha lavorato come addetto stampa presso diversi gruppi politici del Consiglio Provinciale di Torino, del Consiglio Regionale del Piemonte, del Ministero delle Attività Produttive ed è stato Portavoce del Presidente della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. Esperto di comunicazione politica e di cultura ungherese, ha fondato e diretto il sito di notizie web PiemonteLife.it e ha pubblicato una raccolta di racconti tradizionali magiari.
