La Bulgaria dice basta alle donazioni di armamenti per Kiev

La Bulgaria dice basta alle donazioni di armamenti per Kiev

24 Giugno 2026 0

Il nuovo governo del premier bulgaro Rumen Radev ha annunciato la fine della fornitura di armamenti per Kiev. Sofia non concederà più nulla di proveniente dai propri depositi, rimasti scarni dopo anni di donazioni, e chiede che si trovi presto una soluzione diplomatica al conflitto.

C’è rimasto troppo poco da dare

Radev tranquillizza Bruxelles precisando di non avere intenzione di mettere veti alle decisioni UE sul supporto all’Ucraina, ma per quanto riguarda la Bulgaria la questione è chiusa: Abbiamo già dato abbastanza, mentre il nostro Paese continua a soffrire i danni socio-economici derivanti da questa sanguinosa guerra. A sua volta il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov motiva la misura del governo spiegando che semplicemente non sono rimaste più armi da offrire. Gli arsenali si trovano infatti “al di sotto dei requisiti minimi” e le nuove produzioni dovranno servire a riempirli nuovamente per le necessità nazionali. Il divieto però non riguarda le vendite delle industrie militari, che potranno continuare a esportare qualora arrivino delle commesse.

Dal canto loro, gli ucraini non hanno sollecitato donazioni da quando è entrato in carico il nuovo premier bulgaro. Il suo predecessore Andrey Gyurov, che era primo ministro ad interim, insieme al ministro degli Esteri Nadezhda Neynski aveva siglato a marzo un accordo di cooperazione in ambito di sicurezza con Kiev, allo scopo di rafforzare i legami fra i due Stati. Secondo Radev, una tale intesa non rientrava nelle competenze di un governo provvisorio. La Neynski si è giustificata dicendo che quell’accordo rappresentava un’opportunità di ammodernamento dell’esercito bulgaro grazie all’accesso alle tecnologie più avanzate che oggi vengono sviluppate in Ucraina.

Serve una via diplomatica

Stoyanov asserisce che il conflitto non può essere risolto sul campo di battaglia: stiamo assistendo a una guerra di attrito, e non importa quante armi si accumulino, perché l’unico risultato è la perdita di vite umane. Secondo lui Kiev è già attrezzata a sufficienza per combattere. Ciò di cui ha bisogno ora è di conservare la sua popolazione e di impegnarsi in trattative per terminare le ostilità. Serve quindi un mediatore per i negoziati, che potrebbe essere l’Unione Europea. Tuttavia a Bruxelles manca il requisito della neutralità, perché sta supportando la controparte ucraina nel suo sforzo bellico.

Finora la stessa Sofia ha inviato tredici pacchetti di aiuti a Kiev, ma oggi il suo governo sostanzialmente si oppone all’assistenza militare europea all’Ucraina e il premier Radev descrive la causa di Zelensky come “spacciata”. I partiti di opposizione ammoniscono: questa mossa mina la credibilità del Paese come alleato e membro di UE e NATO e danneggia l’interesse nazionale. Comunque, secondo un recente sondaggio di Eurobarometer, il 66% dei bulgari è contrario a finanziare gli acquisti di armamenti a beneficio di Kiev, contro la media europea del 39% dei cittadini.

Le fabbriche di armi hanno fatto affari

Il divieto annunciato riguarderà, come detto, le forniture dirette dagli arsenali nazionali. Dunque non toccherà le esportazioni commerciali di armamenti prodotti dalle aziende bulgare, che dal 2022 hanno incrementato gli affari al punto: dopo due anni il comparto militare-industriale è arrivato ad occupare una quota di PIL pari al 4%. Sono infatti cresciute le vendite alle società intermediare situate in Polonia e in Repubblica Ceca, le quali poi trasferiscono i materiali bellici all’esercito ucraino.

In questo modo i governi di Sofia che si sono succeduti nell’ultimo periodo hanno potuto giustificarsi con l’opinione pubblica, poco incline a un appoggio militare diretto a Kiev. Peraltro, la Bulgaria dallo scorso anno ad oggi ha già ottenuto qualcosa come 3 milioni di euro dallo Strumento Europeo per la Pace (EPF), il meccanismo di rimborso per gli armamenti donati. L’odierno divieto potrebbe essere così una mossa per accontentare l’elettorato che in larga parte ha votato per Radev oppure potrebbe anche rappresentare un messaggio politico indirizzato a Kiev o Bruxelles.

Il commento dell’Ambasciatrice tedesca

La prima visita ufficiale all’estero effettuata da Radev in questo mandato è stata in Germania, per incontrare il cancelliere Merz. Ma proprio dalle autorità di Berlino arrivano critiche sottili verso la recente decisione. L’ambasciatrice tedesca a Sofia Irene Plank si pone la domanda retorica su come pensi il governo bulgaro di portare i russi al tavolo senza fornire armamenti agli ucraini. Solamente con l’assistenza militare è infatti possibile rafforzare la posizione negoziale di Kiev, spiega la Plank.

Rivela che sono state fatte diverse offerte di trattativa al Cremlino, l’ultima delle quali nel quadro del G7. Ma sono state tutte rifiutate. Finché Mosca percepisce Kiev come debole, non avrà interesse a dialogare. Radev esprime comunque la sua speranza di una via diplomatica, dicendo che l’attuale guerra di attrito sta esaurendo le forze sociali ed economiche di tutti, sia dei Paesi che combattono sia di quelli che fanno da sostenitori.

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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