L’azzardo di Netanyahu e il blocco di Hormuz. La strategia della terra bruciata contro la tregua di Islamabad

L’azzardo di Netanyahu e il blocco di Hormuz. La strategia della terra bruciata contro la tregua di Islamabad

9 Aprile 2026 0

La carneficina consumata ieri in Libano e i nuovi raid israeliani, che proprio oggi hanno ucciso altre 17 persone a Beirut, demoliscono la narrazione di una guerra chirurgica, rivelando la natura di una scommessa politica giocata interamente sulla pelle dei civili. Il bilancio delle ultime ventiquattro ore, con oltre trecento vittime e mille feriti tra le macerie della capitale e dei villaggi a Nord della città, conferma un’accelerazione calcolata.

Benjamin Netanyahu intende saturare il campo di battaglia prima che il vertice di sabato a Islamabad possa imporre un nuovo equilibrio diplomatico.

Israele dice no alla diplomazia

Netanyahu agisce nel solco di una convinzione secondo cui continuare la guerra contro Hezbollah, la milizia filoiraniana, sia più cogente di qualsiasi impegno diplomatico. In una nota stampa diffusa oggi dal suo ufficio, il premier israeliano ha rivendicato con estrema durezza la propria linea strategica, manifestando la volontà di non concedere alcuna tregua e di voler colpire il gruppo libanese ovunque:

Ho insistito affinché il cessate il fuoco temporaneo con l’Iran non includesse Hezbollah. E continuiamo a colpirli con forza. Oggi, abbiamo inflitto a Hezbollah il colpo più duro dai tempi dei cercapersone. Abbiamo attaccato 100 obiettivi in 10 minuti, in luoghi che Hezbollah era certo fossero immuni.

Una conferma che l’accordo concluso da Stati Uniti e Teheran esclude il territorio libanese, precisando che la campagna militare proseguirà senza alcuna soluzione di continuità. Lo stesso Donald Trump tende a minimizzare, definendo il conflitto in Libano una «scaramuccia» estranea al corpo principale degli accordi, assicurando che sabato sarà un grande giorno per la pace mondiale.

Il nodo di Hormuz

Proprio in risposta all’esclusione del fronte libanese dal cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz resta un’incognita. Nonostante l’accordo di Islamabad abbia momentaneamente fermato gli attacchi diretti in Iran, il transito navale rimane incerto e subordinato a un regime di permessi discrezionali.

Il Paese dei Cedri appare come il punto di rottura di un corto circuito diplomatico che sembra tutt’altro che accidentale. Il Vicepresidente Usa J.D. Vance in un’intervista rilasciata ieri a Budapest ha confermato la frattura interpretativa, affermando che gli iraniani forse speravano in una copertura globale laddove Washington non ha mai promesso che il cessate il fuoco avrebbe protetto Hezbollah.

La versione Usa-Israele contraddetta dal Pakistan

Vance ha sottolineato che la priorità statunitense rimane il disinnesco delle ambizioni atomiche iraniane, lasciando intendere che il destino della milizia libanese sia considerato un elemento estraneo alla riuscita del vertice pakistano. Al contrario il primo ministro del Pakistan Shehbaz Sharif, architetto della mediazione di Islamabad, ha cercato disperatamente di salvare la coerenza del negoziato, dichiarando su X che l’accordo si applica ovunque compreso il Libano.

Sharif ha ammonito le parti avvertendo che le violazioni segnalate in queste ore minano lo spirito del processo di pace, esortando con forza tutti gli attori a dar prova di moderazione per evitare il collasso del dialogo prima ancora del suo inizio ufficiale.

L’Ue resta spettatore

L’Europa osserva questa spirale con estrema preoccupazione, temendo per la propria stabilità interna di fronte alla minaccia di nuovi flussi migratori incontrollati e al rincaro immediato dei carburanti. L’incertezza su Hormuz e l’aumento del costo del petrolio colpiscono un’Unione già fragile, che tuttavia reagisce con un ritardo definito strutturale da molti analisti internazionali. Solo dopo il coinvolgimento diretto di un convoglio italiano nei raid di Tel Aviv, Roma è intervenuta con una protesta formale.

La premier Giorgia Meloni ha definito «inaccettabile» il rischio corso dal personale Onu, sollecitando Israele a chiarire una condotta che viola palesemente il diritto internazionale. Parallelamente, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, pur ribadendo che «i soldati italiani non si toccano», ha dovuto ammettere con la convocazione dell’ambasciatore israeliano che la tregua in Libano, nei fatti, non è mai iniziata. La reazione, benché ferma nei toni, evidenzia l’impotenza di una Europea che insegue gli eventi invece di anticiparli.

La risposta di Hezbollah

Il quadro si è ulteriormente aggravato nelle ultime ore con la risposta di Hezbollah. Sebbene la milizia avesse inizialmente sospeso le operazioni, in ossequio alla tregua decisa dai suoi garanti iraniani, l’intensità dei raid israeliani su Beirut e sul Sud del Paese ha spinto il gruppo a rompere il silenzio. Con il lancio di droni d’attacco e razzi verso le postazioni militari israeliane e gli scontri ravvicinati nella zona di Taybeh, Hezbollah ha ufficializzato la fine della sua attesa tattica.

Secondo le analisi di Le Monde e Jerusalem Post, siamo di fronte a una disconnessione strategica consapevole. Israele ha ottenuto il via libera tacito per mettere a segno l’operazione “Oscurità Eterna” fino al completo smantellamento delle capacità offensive della milizia, trasformando di fatto il Libano meridionale in una terra di nessuno.

Questa evoluzione conferma che il Paese dei Cedri è stato deliberatamente isolato in una “bolla di guerra”, esclusa dai grandi accordi. Il destino che si profila è una “Gazaizzazione del Nord”, un conflitto a bassa intensità che potrebbe durare mesi, dove la sovranità libanese viene sacrificata sull’altare della stabilizzazione dei mercati energetici globali. Islamabad forse sancirà una tregua tra Stati, ma lascia aperta una ferita tra milizie e popolazione civile, rendendo il confine libanese l’unico fronte dove la guerra non solo continua, ma si radicalizza sotto il peso dell’offensiva israeliana.

La benzina sul fuoco di Katz

Proprio in queste ore il ministro della Difesa israeliano Yisrael Katz ha chiarito

Non permetteremo il ritorno dei 600.000 sfollati a sud del fiume Litani e la guerra in Libano non si fermerà nonostante le pressioni americane.

Marina Pupella
MarinaPupella

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