Iran, tutti hanno perso
È stato raggiunto un primo, fragile accordo tra Stati Uniti e Iran sulla sospensione della guerra. Forse. Israele, come spesso accade, lo interpreta in modo autonomo e ritiene che tale accordo non debba estendersi al Libano, dove continua a bombardare e uccidere, confermando una linea di distruzione di massa che richiama quanto già avvenuto a Gaza.
Tutti si proclamano vincitori di una guerra, come se fosse stata una partita di calcio. Una guerra che non avrebbe mai dovuto essere combattuta: sarebbe stata necessaria un’azione diplomatica capace di proporre soluzioni meno impattanti sulla vita delle persone, troppe delle quali sono cadute sotto i bombardamenti. Ma questa ipotesi non rientrava nella cultura e nelle corde dei Paesi coinvolti, che hanno scelto l’unica via che sembrano conoscere: la guerra.
Iran e Arabia Saudita: modelli diversi ma simili criticità
L’Iran è uno Stato complesso, caratterizzato da una struttura ideologica teocratica che porta a una repressione violenta degli oppositori e a un regime fortemente restrittivo per le donne. Tuttavia, sotto questi aspetti, non è molto dissimile dall’Arabia Saudita, dove vige la pena di morte e le donne sono sottoposte a rigide regole di obbedienza e limitazione della libertà.
La falsa vittoria: una sconfitta per tutti
Le dichiarazioni di vittoria nascondono in realtà una profonda e disarmante sconfitta collettiva: hanno perso sia i partecipanti alla guerra sia gli osservatori internazionali, che hanno mostrato una prudenza spinta fino alla vergogna, segno di una grave mancanza di cultura e responsabilità politica.
Il ruolo degli Stati Uniti nella guerra
Gli Stati Uniti hanno perso, ancora una volta, dimostrando di utilizzare la guerra come principale strumento di dialogo in un mondo geopolitico profondamente cambiato. Sembrano incapaci di comprendere la complessità della politica internazionale e di fare tesoro della storia.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la loro storia è stata accompagnata da conflitti continui, spesso conclusi con sconfitte. Eppure, sembra che non abbiano imparato nulla.
Questa guerra non avrebbe mai dovuto essere combattuta: l’Iran non rappresentava una minaccia diretta e, come dichiarato più volte, non disponeva delle condizioni per sviluppare una bomba atomica imminente. Già nel 2012, Benjamin Netanyahu aveva affermato all’ONU che mancava un mese alla realizzazione dell’arma nucleare iraniana. Sono passati 14 anni e quel mese non è mai arrivato.
Gli Stati Uniti sono stati trascinati nel conflitto da Israele e dal suo governo, anche a causa dell’influenza delle lobby e degli interessi finanziari. Questa dimostrazione di forza maschera in realtà una debolezza strutturale: una crisi economica e sociale tra le più gravi dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Israele tra sicurezza e radicalizzazione politica
Israele esce sconfitto, mostrando una crescente aggressività giustificata dalla percezione di una minaccia esistenziale. Il Paese è fortemente influenzato da una minoranza politica di estrema destra e religiosa, che sostiene posizioni radicali, come l’introduzione della pena di morte per i palestinesi e una visione messianica del “Grande Israele”.
La condotta della guerra, caratterizzata da una violenza estrema, alimenta un ciclo di odio reciproco che rende impossibile qualsiasi prospettiva di pace. Inoltre, Israele rischia di perdere legittimità internazionale, sfidando apertamente istituzioni come ONU, NATO e Unione Europea, che appaiono incapaci di reagire con efficacia.
Iran: immobilismo e isolamento internazionale
Anche l’Iran ha perso. Il suo regime teocratico, rigido e repressivo, è incapace di evolversi e di dialogare con la comunità internazionale. L’ostilità verso Israele è diventata parte integrante della sua identità politica.
La repressione interna, le esecuzioni capitali e la condizione delle donne rendono il Paese isolato e incapace di sfruttare le proprie risorse per diventare un attore positivo nel cambiamento del Medio Oriente.
La debolezza delle istituzioni internazionali: ONU e NATO
Ha perso l’ONU, incapace di assumere una posizione autorevole e di promuovere un dialogo costruttivo. La sua debolezza è sempre più evidente di fronte alle azioni unilaterali delle grandi potenze.
Ha perso anche la NATO, che appare subordinata alle decisioni degli Stati Uniti. Il suo ruolo, nato come alleanza difensiva durante la Guerra Fredda, oggi appare confuso e necessita di una profonda revisione. Con un presidente come Mark Rutte, che l’unica cosa che sa fare è genuflettersi a Trump e subisce le offese che vengono ripetutamente fatte di inadeguatezza e di mancanza di aiuto è difficile immaginare una sceneggiatura diversa. La Nato è stata tirata in guerra contro la Russia dall’America di Joe Biden, quando a marzo del 2022 c’erano le condizioni di una possibile pace fatta saltare la premier britannico Boris Jhonson. A questo punto è necessario domandarsi che ruolo possa ancora esercitare la Nato nata per un’azione difensiva verso il Patto di Varsavia che ora non c’è è più e pone un serio ripensamento sul suo ruolo.
Ha perso la UE la cui presidente Ursula von Der Leyen mostra di non sapere cosa fare priva di creatività , di cultura politica ma capace di obbedire e subire dall’alleato principale quando sarebbe necessario trovare una forma dialogante con i paesi che compongono la UE per rinsaldare un’unione che sembra sfilacciarsi sempre di più.
L’Unione Europea e la crisi di leadership
L’Unione Europea esce indebolita. La sua leadership appare priva di visione strategica e incapace di proporre soluzioni autonome. Invece di rafforzare il dialogo interno e la coesione tra i Paesi membri, sembra limitarsi a seguire le decisioni degli alleati.
La presidente Ursula von Der Leyen è plasticamente priva di creatività, di cultura politica. Capace solo di obbedire e subire l’alleato principale d’oltreoceano.
Il ruolo dell’Italia nella geopolitica attuale
Anche l’Italia ha perso, mostrando un atteggiamento troppo accomodante nei confronti degli Stati Uniti, anche quando emergono segnali evidenti di instabilità e scelte controverse.
In passato, la diplomazia italiana era capace di mantenere un equilibrio tra blocchi contrapposti. Oggi, invece, manca una strategia autonoma in un contesto geopolitico sempre più complesso. È difficile muoversi in un terreno minato come questo nelle relazioni internazionali ma si dovrebbe ricordare l’azione politica della vecchia guardia della Prima repubblica che sapeva stare un mezzo fra gli Usa e l’Unione Sovietica in un equilibrio difficile ma sapientemente tenuto.
Una crisi antropologica globale
Abbiamo perso tutti.
Da troppo tempo non riusciamo — o non vogliamo — comprendere che ci troviamo di fronte non solo a una crisi economica, ma a una crisi antropologica. Il modello socioculturale su cui si fonda il mondo contemporaneo sta collassando.
Questo cambiamento è stato annunciato e discusso per anni, ma affrontarlo richiede uno sforzo difficile e coraggioso. Ignorarlo significa esporsi a un futuro segnato dal caos.

È Dottore commercialista, revisore contabile e Professore ordinario di Economia Aziendale, Università Bocconi. Docente senior dell’Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Ha insegnato presso l’Università di Parma e Trento. È stato visiting professor alla Harvard Business School e alla Harvard School of Public Health.
Ha rivestito il ruolo di membro della Commissione sul riordino dei sistemi di controllo presso il Dipartimento della Funzione Pubblica; componente dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale e della Società Italiana di Storia della Ragioneria; membro del Comitato scientifico nazionale di Legautonomie; membro del Comitato scientifico dell’European Centre for Public Affairs, Bruxelles; membro del Consiglio Generale della Fondazione Cari-Parma e membro del Comitato editoriale delle riviste Azienda Pubblica ed “Economia & Management”.
Membro del Comitato Scientifico Editoriale della Rivista “Azienda Pubblica”, Maggioli Ed., Rimini , della Rivista “Economia & Management” RCS Ed. Milano, “Quaderni di ricerca sull’Artigianato”, Mestre , della rivista “Finanza” , Roma, Membro del comitato scientifico della rivista “I controlli nelle società” dell’Ordine dei Dottori commercialisti di Milano.
E’ stato membro della Commissione sui principi contabili delle amministrazioni pubbliche presso il Ministero dell’Interno


