La rivoluzione finanziaria: la fine del gold exchange standard. La moneta domina il mondo

La rivoluzione finanziaria: la fine del gold exchange standard. La moneta domina il mondo

17 Marzo 2026 0

I grandi pensatori globali che leggevano la storia e i fatti nel loro insieme più ampio sono progressivamente finiti agli inizi degli anni ‘60, quando la cultura tecnico- razionale è diventata dominante e ha progressivamente limitato l’analisi degli eventi alla loro misurabilità. Einstein ammoniva: Non tutto ciò che è misurabile conta, né tutto ciò che conta è misurabile. Ma non è servito a niente.

Anni ’60: speranze e delusioni

Da quegli anni ‘60 in cui sembrava che il mondo voltasse pagina per non ripetere gli errori del passato, la ciclicità della storia ha rapidamente accelerato con la spinta della cultura tecnica, la quale ha finito per rompere i ponti con le scienze orientate a capire i comportamenti umani. La stessa sociologia ha subito quest’invasione di campo, così oggi il criterio con cui si studia una società umana non è molto dissimile da quello con cui si studia un termitaio o una colonia di api.

Perdendo la profondità di un pensiero globale abbiamo purtroppo finito per conoscere sempre più il sempre meno. Siamo caduti in una sorta di epoca alessandrina, molto attenta ai fatti eppure incapace di proporre un creatività che riporti l’uomo a contatto con sé stesso. Legati solo ai fatti misurabili messi insieme in infinite serie di modelli e di dati amministrativi, ci siamo incastrati in una cultura dai rendimenti decrescenti: più conosciamo e meno siamo in grado di rispondere alle inquietudini profonde che ci stanno separando dal nostro essere persona e non soltanto un numero schedabile.

In questo fase storica di tipo sensistico, forse, l’ultimo periodo creativo si è esaurito alla fine degli anni ‘60 sia nel campo artistico, musicale, cinematografico, letterario e delle scienze in generale. Terminato di quel decennio, la speranza di un rinnovato cambiamento si spegneva. La storia degli USA è probabilmente la rappresentazione più diretta di quel cambiamento, perché è proprio in quel periodo che si forma definitivamente il destino della crisi umana ed esistenziale che stiamo vivendo oggi.

Le sconfitte militari e sociali degli USA

Alla fine di quegli anni, di fronte a una spinta rivoluzionaria espressa da figure come i Kennedy e Martin Luther King la società ebbe paura di un cambiamento troppo vicino a un modello socialista. Sia Luther King che John  Robert Kennedy vennero uccisi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro – rispettivamente aprile e giugno del 1968. Il 30 e 31 gennaio dello stesso anno c’era stata la violenta offensiva del Tet, che pose fine ai sogni illusori di una guerra facile come era stata fatta passare all’opinione pubblica in particolare dal generale Westmoreland, il quale non aveva capito (o non riteneva di dover capire) chi aveva di fronte. Venne poi destituito dal comando. Lo scontro in Vietnam dopo la Corea e le sconfitte subite dagli USA rappresentano la mancanza di cultura storica di Paese che affidava tutto alla potenza tecnica, un tecnica che venne battuta sul fronte sociale e della politica.

Nessuno aveva seriamente considerato la storia del generale Nguyen Giap, che aveva sconfitto sullo stesso terreno i francesi a Dien Bien Phu nel 1954, simulando poi la stessa strategia nell’offensiva del Tet per trarre in inganno il comando americano, ed i nipponici nel 1945 ad Hanoi. Giap era uno studioso di storia, specialmente delle guerre e delle tattiche napoleoniche e del genio della guerriglia. La supponenza e la mancanza di visione storica e politica rappresentano una grande criticità degli USA, come dimostrano gli ultimi 20 anni di politica estera legata soltanto alla supponenza del dominio tecnico.

Da lì in avanti, a fronte di proteste studentesche, di movimenti libertari, di proteste contro il razzismo e contro la guerra, il Paese voltò pagina e quei sogni di diritti uguali per tutti e di uguaglianza anche per le minoranze – ora maggioranze – si volse rapidamente verso l’oligarchia e il dominio dell’economia della moneta e della finanza nella vita sociale e politica. La concentrazione della ricchezza fine a sé stessa (e non alla ricostituzione di un benessere condiviso) distrugge la società, perché all’aumentare della disuguaglianza esplodono le patologie sociali. La piena asimmetria tra l’andamento del capitale sociale ed economico è espresso dai seguenti grafici già presentati nel precedente lavoro:


I grafici mostrano la correlazione tra società (capitale sociale) ed economia (capitale economico). In particolare nel secondo si evidenzia la svolta di tutte le grandezza da un andamento positivo ad uno negativo a partire dagli inizi degli anni ‘70 dopo la svolta della convertibilità in oro del dollaro. Si può notare anche lo sviluppo industriale della manifattura cinese che diventerà la fabbrica del mondo grazie al mantra “creare valore per gli azionisti” alla fine degli anni ‘80, quando la delocalizzazione diventerà la via più breve per realizzare il massimo profitto e la conseguente liquidità. Si aprirà così la strada alla cultura del monetarismo metafisico.

Una società buona oppure egoista

Per ritornare al tema dei fini e dei mezzi, la buona società dovrebbe restare il fine e l’economia il mezzo per la realizzazione di una felicità che non ha solo una dimensione materiale misurabile, ma anche una dimensione spirituale espressa dal grado di relazione associativa che lega gli uomini in una comunità condivisa ma non subita soltanto. La conseguenza culturale è la dimensione della felicità solo materiale che viene espressa dalla quantità di beni e risorse a disposizione di persone per il loro singoli bisogni; realizzare questa felicità genera una lotta infinita tra persone, gruppi, lobbies etc., per accumulare risorse che rispetto a bisogni e desideri illimitati sono finite, ma il bisogno personale non ammette deroghe e giustifica la normalizzazione di comportamenti illeciti e amorali. Se la finanza diventa il mezzo che consente la più rapida accumulazione, allora giustifica il suo innalzamento a verità incontrovertibile, ma le conseguenze di questo modello culturale sono di fronte agli occhi di tutti (anche se molti non le vogliono vedere).

I grafici sopra presentati mostrano l’evidenza dei fatti. In particolare va evidenziato l’arco temporale determinato nel quale la storia della moneta e della finanza comincia ad assumere una posizione dominante nel modello socioculturale in quanto più rappresentativo o coerente con l’evoluzione dello stesso verso un sistema di tipo individualista e materiale il cui dogma è “tutto e subito e gli altri non importano”. La svolta epocale avviene nell’arco temporale degli anni ‘70, quando i creditori degli USA non si fidavano più ad essere pagati in dollari ma volevano la soluzione del credito. In questo modo gli Stati Uniti si ritrovarono senza riserve necessarie per giustificare la parità aurea del dollaro, come sta avvenendo adesso.

Anni ’70, il salto nel vuoto

Nel 1971, l’anno di svolta del nostro sistema e l’anno di inizio della rivoluzione finanziaria, il presidente americano Nixon sotto la pressione di Volcker – che sarebbe diventato poi governatore della FED – unilateralmente dichiarò lo sganciamento del dollaro dall’oro, lanciando il mondo in un sistema di cambi fluttuanti e di determinazione dei valori dei beni scambiati in un contesto sempre più etereo e lontano dalla realtà. La forza militare diventò la partita della convertibilità del dollaro e da quel momento tutto cambiò. La forza militare degli USA consentì al mondo occidentale di subire la convertibilità del dollaro in “portaerei” e il cambio diventò un’arma.

Per evitare la svalutazione del dollaro, nel 1973 gli Stati Uniti si inventano il petrodollaro e il sistema bancario di pagamento SWIFT basato sul dollaro. Tutti i Paesi occidentali per fare acquisti internazionali dovevano quindi prima comprare i dollari; le monete locali collassarono e la nostra lira in soli dieci anni passò dall’essere 645 lire per dollaro a 2500 lire. Il processo di destabilizzazione degli USA verso gli altri Stati ci scaricò addosso un’inflazione devastante, pari al 20%. Da quel momento l’economia reale comincia a distaccarsi definitivamente dalla moneta e dalla finanza; il mondo reale e finito in cui opera l’economia reale viene subordinato e sottomesso alla finanza che sempre più diventa un sistema indipendente dalla prima per innalzarsi in un mondo astrale ed infinito governato da immensi volumi di prodotti tossici totalmente e volutamente fuori controllo; la tempesta non tarderà ad arrivare e a presentare il conto.

Così dal 1971 il salto nel vuoto dell’iperuranio monetario avviene con una violenza inaudita, come si può vedere nel seguente grafico e il valore dell’oro viene fatto crollare di conseguenza per sostenere il passaggio ad un diverso sistema valutario:

Tra il 1945 ed il 1970 il reddito monetario nel mondo triplicò ed il commercio mondiale quadruplicò anche grazie al sistema dei tassi di cambio fissi instaurati a Bretton Wood per minimizzare la fluttuazione della moneta. Il mondo usciva dal dramma delle due guerre, ma stava per divenire ostaggio nel mondo della finanza. Tuttavia, prima era necessario ammantare il neoliberismo di verità infallibile e avviare il processo di deregulation funzionale a scardinare le società per renderle aggredibili alla rapacità di una finanza e di un monetarismo senza limiti né giuridici né morali.

Le grandi banche e le grandi istituzioni finanziarie capeggiarono la campagna della deregulation finanziaria. Nel 1970 cominciarono ad avere accesso a nuovi strumenti di pagamento elettronico e di ricezione computerizzata che facilitarono sia il deposito che il prestito di denaro. Ma non potevano avere accesso a quei mercati in cui le banche locali erano protette dalla concorrenza: ciò le spinse a chiedere l’abbattimento delle regolazioni (“Supercapitalismo”, Robert Reich, pag. 79, Fazi Editore 2008). Dopo il 1970 il mito dei mercati razionali e della finanza ha preso progressivamente il sopravvento sull’economia reale riducendo l’attività manifatturiera che genera ricchezza reale. L’occupazione nella manifattura crolla a favore di quella nei servizi che troverà compimento con la delocalizzazione selvaggia degli anni ‘90 con la caduta del prodotto interno lordo ed una crescita implacabile del debito pubblico.

La svolta definitiva verso il peggio

Venendo meno per la moneta il vincolo reale, questa assume una dimensione infinita e la finanza ha sposato tale infinitezza con un’evidenza da definirla “l’uovo di Colombo”. Questa falsa scienza ha preteso di affermare che un infinito che di per sé non ha un’unità di misura possa essere usato per misurare il mondo reale che invece è misurabile. Il principio di non contraddizione aristotelico secondo cui A non può essere contemporaneamente non -A viene cancellato. I prezzi dei beni reali finiti vengono determinati ed influenzati nel loro andamento da infinite scommesse con scambi che non si chiudono mai generando volumi finanziari infiniti che nessuno controlla. Nasce così la finanza locusta.

La svolta definitiva sarà, come vedremo, dopo la caduta del muro di Berlino che ha fatto cadere tutti i contrappesi geopolitici che mantenevano ancora un precario equilibrio dei mercati negli anni ‘90 in cui si preparano i disastri culturali del nuovo secolo. In quel periodo esplodono con violenza le contraddizioni che sfoceranno drammi del nuovo secolo, coi disastri delle tigri asiatiche, del Messico, dell’Argentina, della Russia. In quel modo la finanza andava oltre alla logica dei mercati privati e diventava una vera arma di destabilizzazione non democratica di singoli Stati. In quel decennio i premi Nobel alla finanza razionale allestiranno dolosa collusione tra accademia, finanza e politica. La deregulation di Greenspan nel 1999, contro le finalità istituzionali della FED , sancirà definitivamente il “tempo della finanza razionale” che non sbaglia mai nell’allocazione delle risorse.

Conclusioni

I grafici indicati evidenziano sempre come in quell’intorno temporale sia avvenuta la svolta della finanza sull’economia e come il trend socioculturale si sia totalmente cambiato con i seguenti trend: – all’aumentare dell’uguaglianza nella redistribuzione dei redditi aumenta la tenuta della società in senso relazionale – aumenta il capitale sociale – si riducono le conflittualità perché la sperimentazione della solidarietà evidenzia la tensione ad un più intenso bene comune, si sviluppa la cultura della solidarietà e la sua diffusione alimenta la forma più educativa per la società che è l’esempio. Per riprendere la tesi di Sorokin, la diffusione di un modello socioculturale orientato alla solidarietà condivisa contribuisce a sviluppare nell’animo di ogni singola persona la componente affettiva al posto o in contrapposizione a quella aggressiva; -all’aumentare della disuguaglianza il cui trend comincia a partire dagli anni settanta in modo sempre più vistoso per arrivare ad un livello di rischio sociale quale è la situazione attuale, aumenta il livello di conflittualità e di aggressività reciproca.

Unitamente al fine di massimizzazione del risultato personale a scapito di quello collettivo, la tensione alla soddisfazione personale sviluppa un modello socioculturale asimmetrico al bene comune e riduce l’attenzione alla socialità influenzando le politiche pubbliche alla riduzione dei sistemi di welfare. In questo modo, l’aumento dei conflitti genera il mostro del bellum omnium contra omnes che finisce per rompere i legami sociali, diventando la precondizione per la caduta della tensione morale verso una felicità di breve termine da realizzarsi con beni materiali e così la vita stessa diventa un bene di consumo. La minore attenzione al rispetto reciproco alimenta il moral hazard e comportamenti fraudolenti a tutti i livelli. La società diventa sempre esposta alla rapacità dei più forti.

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani

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