Blocco di Hormuz, sicurezza alimentare globale a rischio: Mosca può mostrare senso di responsabilità e ricavarne grandi profitti

Blocco di Hormuz, sicurezza alimentare globale a rischio: Mosca può mostrare senso di responsabilità e ricavarne grandi profitti

23 Aprile 2026 0

Il blocco dello Stretto di Hormuz non è più solamente un’emergenza sul piano energetico, ma una concreta minaccia alla sicurezza alimentare globale. Infatti, se anche venisse riaperto domattina, i prossimi raccolti potrebbero essere già compromessi.

Una crisi che inizia piano

Tutti sanno che il danno primario è al trasporto di gas e di petrolio, oltre che alla logistica del commercio mondiale. Semplice quindi dedurre che ne stiano soffrendo anche le forniture alimentari di mezzo mondo. Ma solo ora si comincia a capire quanto deleterio sia per l’agricoltura. E il motivo è che il tanto desiderato gas è uno dei componenti essenziali per la produzione di concimi azotati, che sono fra i più importanti e utilizzati. Come una valanga che inizialmente sembra soltanto un’innocua palla di neve, l’incombente catastrofe comincia come un semplice turbamento di mercato, poi gli operatori si mettono a risparmiare sui dosaggi di concimi e fertilizzanti – diminuendo al tempo stesso anche la produzione – oppure passando a colture meno dispendiose e al altresì aumentando i prezzi. Dopo qualche tempo sui mercati vi è molto meno cibo e quello rimasto è diventato molto più caro di prima…

Logistica impazzita

La problematica non è racchiusa solamente nella prospettiva di una carenza di concimi e di raccolti. Lo shock iniziale infatti avviene nelle tempistiche, nelle modalità e nei costi della logistica. La chiusura di uno snodo così vitale come Hormuz produce effetti a catena, perché attraverso di esso passava un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti, oltre a quasi il 30% del greggio e il 20% di gas naturale liquefatto (GNL), per l’appunto un componente chiave nella produzione di concimi. Più la chiusura persiste, spiega l’International Rice Research Institute, più la catena distributiva si accorcia, innalzando i rischi a medio termine, soprattutto per il prossimo ciclo di semina in Asia. A pagarne le conseguenze peggiori sono i Paesi che non hanno accesso al mare, come il Nepal, in cui peraltro gran parte delle famiglie dipende dalle rimesse dei lavoratori emigrati proprio nei Paesi del Golfo Persico.

I Paesi più a rischio

Chi rischia di più sono ovviamente quei Paesi la cui sicurezza alimentare è affidata maggiormente alle importazioni. Sono quindi in primo luogo quelli del Sud Globale e in particolare dell’Africa subsahariana, come Kenya, Sudan, Somalia e Mozambico, dove la stagione della semina è già cominciata. Ma persino una potenza agricola come il Brasile non è al riparto da certi effetti negativi, perché acquista il 20% dei suoi fertilizzanti dal Golfo Persico. L’altro grande esportatore agroalimentare sudamericano che patisce enormemente questa situazione è l’Argentina, i cui produttori a causa del rialzo dei prezzi dei concimi devono scegliere se ridurre il lavoro oppure dedicarsi a colture meno esigenti e anche meno nutrienti.

Un discorso analogo va fatto per l’India, il più grande importatore mondiale di urea, senza la quale non riuscirà seminare e coltivare per tempo riso, mais e altri prodotti indispensabili. E in Europa? La presidente della BCE Christine Lagarde ha messo in guardia contro le prospettive altamente incerte riguardo al conflitto mediorientale. Poi ha espresso la preoccupazione che, oltre all’aumento dell’inflazione e al deficit di carburante negli aeroporti, vi sia la possibilità concreta che la crisi si estenda dal settore energetico a quello agroalimentare.

Interviene l’ONU

Dall’ONU giunge l’allarme: almeno 45 milioni di persone sono attualmente a rischio di morire di fame per le conseguenze della chiusura di Hormuz e degli attacchi di entrambe le parti del conflitto contro i siti energetici e commerciali del Golfo. Il segretario della Nazioni Uniti António Guterres ha dato a una task force il compito di agevolare il transito delle materie prime e dei fertilizzanti per salvare la stagione agricola e portare gli aiuti umanitari. Non possiamo aspettare finché non sia tutto risolto (…) e se non troviamo immediatamente una qualche soluzione la crisi diventerà estremamente significativa e grave soprattutto per i Paesi e i cittadini più poveri, afferma il capo della missione nonché direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti (UNOPS) Jorge Moreira da Silva.

Opportunità e responsabilità per la Russia

La Federazione Russa è uno dei maggiori produttori agroalimentari al mondo e il secondo di fertilizzanti, con una quota globale del 20%, oltre naturalmente ad essere uno dei principali esportatori di risorse energetiche. Nel contesto della crisi di Hormuz, Mosca viene a trovarsi sempre di più sotto i riflettori, perché da ogni sua decisione può dipendere il peggioramento o l’alleggerimento della crisi alimentare che si sta delineando. Dunque deve bilanciare le esigenze del suo mercato interno con le richieste pressanti degli acquirenti esteri, verso cui può mostrare benevolenza per consolidare l’appoggio politico. Per i russi sono grosse responsabilità ed eccellenti opportunità. Si è già visto come le sanzioni energetiche euroamericane siano una mossa suicida per Bruxelles e adesso pure per Washington. E infatti Trump le ha temporaneamente sospese.

La UE invece si mantiene ancora ostile e testardamente masochista (forse fino a che arriverà ad affamare letteralmente i propri cittadini). Vedremo se la von der Leyen sarà ridicola al punto di accusare il Cremlino di usare come arma geopolitica non solo il gas, ma pure il grano e i concimi. In realtà, con la sua produzione la Russia può ridare fiato ai Paesi in crisi e contribuire a riequilibrare un mercato mondiale ormai sballato. Il prestigio politico e i profitti che ne trae sono un semplice conseguenza. A marzo la Russia ha segnato un record nelle esportazioni di oli alimentari verso i Paesi del Medio Oriente, Turchia e Iraq in testa: +57% rispetto allo scorso anno. Però Mosca adesso ha dovuto mettere un tetto all’export di fertilizzanti, allo scopo di proteggere la produzione per il mercato interno.

 

Giuliano Pellico
Giuliano Pellico

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